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265 - 13.11.04


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Quanto vale una discussione

Mauro Buonocore


Hanno detto di tutto durante la campagna elettorale americana per queste presidenziali 2004. Il clima elettorale sembrava molto riscaldato, almeno così ci è sembrato dall’Italia. I dibattiti televisivi che hanno contrapposto i due candidati nell’arena mediatica, tre faccia-a-faccia per conquistare i cuori (più che le menti) degli elettori sono stati eventi televisivi, hanno segnato le tappe essenziali della campagna presidenziale, battaglie a colpi di slogan per un Risiko della grammatica mediatica giocato intorno a un manuale di regole scritte e concordate a tavolino degli staff dei contendenti. E ad ogni dibattito un sondaggio, anzi dieci cento mille diversi sondaggi spostava la lancetta del barometro elettorale: Kerry avanti di due punti, Bush vince di cinque, i due sono pari e si lanciano nel testa a testa finale.
Ma c’è stato un sondaggio che “non aveva lo scopo di indovinare chi sarebbe stato il futuro presidente degli Usa, ma voleva verificare come cambia la visione della realtà tra persone per niente informate e persone che lo sono”.

In poche parole James Fishkin racchiude il significato del deliberation day. Di che cosa si tratti, i lettori di Caffè Europa lo sanno già e chi se lo fosse lasciato scappare può rovistare un po’ tra i nostri archivi fino al numero 263 e alle pagine dedicate alla democrazia deliberativa. Brevemente, solo per riprendere il filo: il 16 ottobre un campione rappresentativo dell’elettorato americano si è incontrato in piccoli gruppi in 17 città americane; dopo aver risposto a domande sui temi principali della campagna presidenziale, i membri del campione hanno consultato del materiale che approfondiva le loro conoscenze sui temi in questione, hanno discusso tra di loro e con esperti dei due partiti, e poi hanno risposto alle di nuovo alle domande iniziali. Nella differenza delle risposte tra l’inizio e la fine del sondaggio deliberativo sta l’esempio concreto di quanto valga una discussione civile, di quanto possa cambiare un’opinione tra una persona informata e una che sa poco niente di quello su cui la si interroga.

Esperimento su base nazionale. Ma le critiche non mancano, prima fra tutte quelle di Arthur Lupia, docente di scienze politiche all’Università del Michigan, per il quale “persone che sono fondamentalmente in disaccordo sulla scelta del presidente, non hanno alcuna possibilità di cambiare idea attraverso uno scambio di idee: non faranno che avanzare la propria posizione ad alzare la voce”.
Non è della stessa opinione James Fishkin, che con Bruce Ackerman ha ideato il deliberation day, e ne ha seguito l’organizzazione e gli esiti con la collaborazione di Shanto Iyengar e Robert Luskin. Dal Center for Deliberative Democracy della Stanford University Fishkin risponde che “gli esperimenti realizzati mostrano ampiamente come persone che non condividono gli stessi valori possono mettere in piedi discussioni produttive e raggiungere così un certo grado di mutua comprensione;inoltre gli esperimenti deliberativi mettono in luce come il pubblico di massa sia assolutamente capace di discussioni civili anche quando tra le persone ci sia disaccordo su questioni fondamentali: non sono esperti o politici, il loro interesse è quello di risolvere i problemi insieme”.

E allora andiamo a vedere che cosa è emerso dal deliberation day da poco concluso. Se, ad esempio, prima dell’esperimento il 32% degli interrogati era convinto che la guerra in Iraq ha indebolito la sicurezza nazionale degli Usa e il 46% aveva risposto che la guerra aveva invece l’aveva rafforzata, alla fine dell’esperimento le percentuali erano cambiate sensibilmente con un 40% a favore della prima risposta e mentre la seconda opzione era scesa al 41% dei consensi. Altra questione scottante: quante persone sono d’accordo con la politica di tagli alle tasse dell’amministrazione Bush? I consensi iniziali erano del 52%, ma alla fine dell’esperimento sono del 42%. Infine la domanda delle domande: a chi darà il suo voto? Durante l’esperimento le preferenze per Kerry sono passate dal 45 al 49%, quelle per Bush dal 42 al 43, ma, cosa più significativa, la porzione degli indecisi si è ridotta dal 12 al 7%.

Ecco quindi il risultato più interessante di tutta la giornata di esperimenti: tra l’inizio e la fine del sondaggio deliberativo tra i partecipanti e il pubblico di massa che ha semplicemente guardato i dibattiti in tv, ha letto i manifesti per la strada e si è affidato a tutti i trucchi della campagna elettorale, c’è la differenza sostanziale che i primi erano meglio informati sulle questioni di cui si è discusso nelle sessioni dell'esperimento. Il che significa che erano più consapevoli di cosa comporta la loro scelta in cabina elettorale. In sostanza molti dei pregi della democrazia deliberativa stanno proprio qua.

 

 

 

 

 

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