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264 - 30.10.04


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Esperimenti per un ideale democratico

James Fishkin
Robert C. Luskin


Il cammino storico delle riforme dei sistemi democratici si è sviluppato in una direzione che voleva realizzare i valori apparentemente contrapposti dell’uguaglianza politica e della deliberazione. Il sistema americano, che inizialmente enfatizzava la seconda, ha progressivamente potenziato le istituzioni che servivano al compimento dell’uguaglianza politica. Le primarie, i ballottaggi e l’elezione diretta dei senatori statunitensi hanno dato agli elettori più voce nella scelta dei propri rappresentanti. I referendum e la crescita dei movimenti d’opinione hanno dato ai cittadini una maggiore capacità di intervenire direttamente sulla scena politica. I sondaggi sull’opinione pubblica hanno avuto un effetto simile anche se con un valore più consultivo. Tuttavia questa marcia verso l’uguaglianza politica ha avuto la non prevista conseguenza di sminuire il momento della deliberazione. Come innumerevoli sondaggi hanno dimostrato, la maggior parte della cittadinanza conosce molto poco della politica. Le decisioni prese nei referendum implicano molta meno deliberazione di quelle prese direttamente dai governi e anche queste possono richiederne molto meno di quanto non avvenisse prima che i legislatori avessero a loro disposizione le primarie, le campagne elettorali dirette – nel caso del Senato statunitense – e i risultati dei sondaggi di cui preoccuparsi.

Questa tensione tra uguaglianza politica e deliberazione non è una caratteristica esclusiva degli Stati Uniti. Anche se i particolari cambiano in diverse realtà nazionali, il mondo democratico ha assistito a una generale tendenza all’aumento della democrazia diretta. Il diritto di voto è stato esteso, i referendum sono aumentati, e persino il ricorso alle primarie per la scelta dei candidati, tipiche degli Stati Uniti, si è diffuso sempre di più.
E’ una tendenza evidente che possiamo osservare ovunque insieme al fatto che mentre l’uguaglianza politica è aumentata, la deliberazione è diminuita.

Deliberazione e uguaglianza politica
Spieghiamo brevemente cosa intendiamo con uguaglianza politica e, in particolar modo, con deliberazione. Con l’espressione “uguaglianza politica” intendiamo dire che le preferenze di ciascun cittadino sono tenute tutte nella stessa considerazione. Questo vuol dire che a ogni singolo elettore è garantito lo stesso potere di voto, ovvero un’uguale possibilità di essere l’elettore decisivo. Questa è “l’uguaglianza politica formale”.

Alle radici della “deliberazione”, invece, c’è il “ponderare” che può essere collettivo, individuale, o ambedue le cose, e implicare discussione, riflessione o entrambe. Consideriamo, quindi, la deliberazione come un’analisi di considerazioni in competizione tra loro in una discussione che è:
informata (e perciò informativa): le affermazioni, che si basano sui fatti, esposte a sostegno delle varie tesi dovrebbero essere ragionevolmente accurate;
bilanciata: a ogni tesi che sostiene un determinato punto di vista dovrebbero esserne contrapposte altre che rispondono ad altri di interpretare lo stesso problema;
consapevole: i partecipanti dovrebbero essere disposti sia a parlare che ad ascoltare, civilmente e con rispetto;
sostanziale: gli argomenti dovrebbero essere considerati per il loro valore e non in base a come vengono esposti o a chi li espone;
comprensiva: tutti i punti di vista caratteristici di proporzioni significative della popolazione dovrebbero ricevere attenzione.

Anche se non si riferiscono a gran parte delle conversazioni quotidiane, questi criteri sono relativamente poco esigenti: non richiedono alcun particolare stile o qualità di pensiero né l’accettazione di premesse fornite ai partecipanti prima della conversazione. Si tratta di regole che si rivolgono strettamente alla realizzazione della conversazione, non si addentrano, ad esempio, nelle nozioni di deliberazione e richiedono semplicemente che i partecipanti ragionino sulla base dei principi che ci si aspetta siano accettati da tutti.
Per quanto impegnativa, questa definizione può essere messa in pratica tanto nel mondo reale quanto, in grado maggiore, in un microcosmo sperimentale, consentendoci così di spostarci dalla pura speculazione a una situazione concreta e permettendoci così di verificare la realizzazione di un vero e proprio processo deliberativo.

Deliberazione versus uguaglianza politica?
Forse abbiamo rappresentato l’opposizione deliberazione-uguaglianza in maniera troppo rigida. Molte discussioni tra élites politiche, in effetti, rappresentano esempi di negoziazione piuttosto che di deliberazione. Le idee possono cambiare su proposte legislative concrete, ma spesso cambiano perché il dibattito politico ne ha alterato i dettagli o il contesto per renderle più o meno accettabili, e non perché esse siano cambiate su valori fondamentali o su premesse empiriche.
I legislatori sono rappresentativi, dopo tutto, ed eletti per sostenere od opporsi a determinate scelte, sono anche vincolati ai partiti. In teoria, perciò, potremmo sostenere che l’opinione pubblica rappresentata dalla totalità degli elettori potrebbe raggiungere un livello reale ed effettivo di deliberazione che la politica delle élite, dei parlamentari, delle persone che abbiamo scelto per rappresentarci, non ha.
I cittadini non sono vincolati a collegi elettorali o a partiti, non hanno nessun bisogno di negoziare, di scendere a compromessi per avere dei voti; di conseguenza sono liberi di cambiare le proprie posizioni, non solo riguardo a concrete proposte legislative ma anche su questioni fondamentali che riguardano il mondo che ci circonda, così com’è o come dovrebbe e potrebbe essere.
Tuttavia, questa è soltanto una possibilità. Per la maggior parte delle persone, il più delle volte, la politica è semplicemente “un evento secondario nel grande circo della vita”; la maggior parte dei cittadini si intende poco di politica, se ne parla spesso solo tra chi condivide la stessa opinione, e questa non è una situazione che è destinata a cambiare.
(…)

I sondaggi tradizionali
Inizialmente, i sondaggi sull’opinione pubblica univano all’aspirazione per l’uguaglianza politica - attraverso il campionamento scientifico - quella per la deliberazione.
A battere per primo questa strada è stato George Gallup, il cui campionamento non era casuale e perciò inadeguato a un occhio moderno, e tuttavia rappresentava un chiaro miglioramento rispetto ai precedenti criteri per scegliere le persone da intervistare in un sondaggio. Dopo aver correttamente previsto la vittoria di Franklin Delano Roosevelt nelle elezioni presidenziali del 1936, Gallup ebbe modo di riflette sugli obiettivi dei sondaggi. Lo studioso americano li pubblicizzava come un serio strumento di riforma democratica, chiamandoli “refendum a campione” e allo stesso tempo immaginava di applicare l’esempio di uno stato come il New England all’intera nazione.

“Oggi, l’idea delle comunità cittadine del New England – ha scritto Gallup nel ’39 - si è, in un certo senso, rinvigorita. L’ampia distribuzione di quotidiani che riportano le posizioni degli uomini politici sulle questioni del giorno, il quasi universale possesso delle radio che rende l’intera nazione in grado di ascoltare qualsiasi voce e l’avvento del referendum a campione, uno strumento per stabilire velocemente la reazione del pubblico sulle questioni del giorno, hanno in pratica creato una comunità cittadina su base nazionale”.

Gallup riteneva che i media e i sondaggi, insieme, avrebbero permesso alla gente di ascoltare le opinioni dei leader politici e allo stesso tempo di esprimere le proprie idee.
Un buon sondaggio moderno, basato su un campionamento casuale deve servire l’uguaglianza politica dal momento che il campionamento casuale è solo una selezione per sorteggio, ma non implica ancora nessuna reale deliberazione.

Perciò la maggior parte delle opinioni ottenute attraverso sondaggi tradizionali sono banali dal punto di vista della conoscenza che si ha su quello stesso argomento. In genere la persona che risponde esprimendo una posizione su una particolare questione politica non ha quasi mai pensato a quel problema prima di essere intervistato e può disporre di pochissime informazioni utili a riguardo.
Queste risposte, date senza riflettere sono quelle che Converse ha chiamato non-attitudes – “non-opinioni” - anche se la definizione di Luskin – minimal attitudes – “opinioni minime” - può essere forse più vicina alla triste realtà.

Il sondaggio tradizionale ha inevitabilmente deluso le speranze di Gallup ma ha comunque alterato la struttura della democrazia moderna, senza avvicinarla alle virtù delle comunità del New England. Le opinioni che registra non sono affatto informate perché non c’è diffusione e considerazione dei punti di vista alternativi. Piuttosto riflette i livelli normali e quotidiani di disattenzione e disimpegno esprimendo l’opinione pubblica così com’è, povera in informazione e riflessione.

Sondaggi deliberativi e democrazia deliberativa
Ma cosa accadrebbe se si potesse alzare il livello della deliberazione, se non all’intera opinione pubblica, almeno a un campione casuale? Cosa accadrebbe se i sondaggi potessero diventare deliberativi?
I sondaggi deliberativi esplorano questa possibilità esponendo campioni casuali a un’informazione equilibrata, incoraggiandoli a soppesare tesi contrapposte in discussioni con interlocutori eterogenei, e raccogliendo successivamente le loro opinioni più ponderate. È un modo, almeno in miniatura, di servire sia la deliberazione che l’uguaglianza. La prima consiste nell’apprendere, nel pensare, nel discutere; caratteristiche, queste, che distinguono i sondaggi deliberativi da quelli tradizionali. L’uguaglianza politica resta nel campionamento casuale. In teoria, ogni cittadino ha la stessa possibilità di essere chiamato a partecipare e, in media, in infiniti campionamenti ripetuti sulla stessa popolazione, il campione la rappresenterebbe sempre esattamente.

Questa soluzione al problema di combinare l’uguaglianza politica alla deliberazione risale in realtà all’antica Atene, dove microcosmi deliberativi costituiti da diverse centinaia di persone, scelte per sorteggio, prendevano molte decisioni fondamentali. Con la fine della democrazia ateniese questa pratica è caduta prima in disuso e poi nel dimenticatoio. Come notato, i sondaggi sull’opinione pubblica ripresero il campionamento casuale ma senza deliberazione. I sondaggi deliberativi, ricombinando i due aspetti, sono invece un’esplorazione empirica della democrazia deliberativa.

Dalla speculazione all’esperimento reale
La “speculazione”, cioè cercare di sapere cosa la gente deciderà in condizioni di contraddittorio moralmente rilevanti, è diventata oggetto della teoria politica contemporanea. Ma perché non andare oltre l’empirismo da poltrona? Se una situazione è moralmente rilevante, perché non fare un reale esperimento di scienza sociale per vedere come le cose potrebbero essere realmente? E se quel dato che abbiamo preso in considerazione è rinvenibile e rilevante dal punto di vista normativo, perché non lasciare che il resto del mondo ne venga a conoscenza?

Come la “posizione originale” di Rawls, il sondaggio deliberativo ha una certa forza consultiva – sia per i politici che per il pubblico stesso - nel valutare quello che la gente potrebbe pensare se sapesse e discutesse di più dei problemi. Mentre i cittadini dovrebbero considerare le questioni politiche ed elettorali per conto proprio, essi accolgono spesso le imbeccate che vengono dai risultati dei sondaggi tradizionali. I sondaggi deliberativi offrono informazioni simili ma migliori, dal momento che si fondano su una valutazione più informata e ragionata delle problematiche da parte del campione.

Lo svolgersi dell’esperimento tende apertamente e intenzionalmente a creare un contraddittorio. L’esperimento dispone, infatti, i partecipanti a deliberare con più profondità di quanto la maggior parte di loro faccia normalmente nella vita reale – certamente non più di quanto non facciano le persone che si occupano di politica per mestiere. Il contraddittorio dipende dalla proporzione del campione che delibera, e l’elemento più determinante da questo punto di vista può essere la qualità piuttosto che la quantità della discussione, ovvero il grado in cui la discussione è informata, equilibrata, meritocratica, consapevole e comprensiva. Ma questo non è, in realtà, molto diverso da quello che accade in molti esperimenti.

 

Qualsiasi attività di comprensione può avere una durata variabile, e lo scopo dell’esperimento a volte è proprio quello di indurre i soggetti ad aumentare o diminuire – a seconda dei casi – tale lasso di tempo destinato all’elaborazione. Per citare un famoso esempio, quanti impiegherebbero un considerevole lasso di tempo a confrontare fra loro le lunghezze delle linee proiettate su uno schermo posto davanti a loro se in loro compagnia ci fosse chi insiste sul fatto che le linee più corte sono invece le linee più lunghe? Ma se anche non fosse un elemento abitualmente presente nell’esperienza quotidiana, il contraddittorio resterebbe comunque essenziale nel sondaggio deliberativo.

(…)

Gli esperimenti finora realizzati di sondaggi deliberativi hanno prodotto diverse dimostrazioni di come la deliberazione influisca sulla formazione di un’opinione pubblica informata e consapevole delle scelte che è chiamata a compiere.
Se il nostro quadro degli effetti della deliberazione è ancora incompleto, il programma di ricerca che portiamo avanti offre già linee dettagliate di risposta alle tre obiezioni generalmente mosse alla democrazia deliberativa: disfattista, estenuante e allarmista. Se queste risposte continueranno a resistere alla luce di ulteriori ricerche empiriche, allora avanzeremo ancora di qualche passo sulla strada verso la realizzazione della democrazia deliberativa, e sul nostro percorso avremo sempre ben presenti i due valori che hanno tormentato la riforma democratica da sempre, resistendo a ogni tentativo di realizzazione simultanea – la deliberazione e l’uguaglianza politica.

 

Questo saggio è parte dell’intervento che gli autori hanno tenuto al convegno “Empirical Approaches to Deliberative Politics” (Firenze 21-22 maggio 2004) organizzato dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali “Swiss Chair” dell’European University Institute.
La versione integrale del saggio sarà pubblicato in lingua inglese sulla rivista “Acta Politica”.

 

 

 

 

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