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260 - speciale agosto 2004


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Mille idee per pochi eletti

Bernhard Peters


Stiamo assistendo allo sviluppo di uno spazio pubblico o culturale europeo? Vi stiamo prendendo parte? Dovremmo promuoverlo? Queste domande potrebbero sembrare strane. Non dovremmo forse prestare attenzione agli altri spazi pubblici e alle altre culture europee? Non dovremmo forse mantenere un certo livello di comunicazione con i nostri vicini? Ovviamente dovremmo. Non abbiamo riviste e altre pubblicazioni con un orientamento europeo? Non teniamo forse tantissimi incontri, conferenze e festival sulla nostra comune cultura europea, passata e presente? Ovviamente lo facciamo.
Tuttavia, è opportuno fare un salto indietro alla fine degli anni ’60, allora, durante la mia giovinezza, non crescevo certo in uno spazio culturale europeo. Diventavo adulto all’interno di uno spazio pubblico e culturale occidentale e transatlantico. Ho avuto il mio periodo francese, come molti altri giovani e ambiziosi intellettuali tedeschi tra gli anni ’50 e ’60. C’erano Sartre e Camus, Jacques Brel e Juliette Greco, la nouvelle vague. Poco più tardi, la Gran Bretagna si era fatta avanti con una vitale cultura giovanile, pop e rock, che già trasmetteva e trasformava le influenze americane. C’era anche un importante mensile culturale, Der Monat, che riportava molti contributi di critici e intellettuali americani.

C’era il jazz, c’erano Faulkner, Dos Passos e la Beat Generation. C’erano il movimento per i diritti civili e quello contro la guerra in Vietnam. C’erano le manifestazioni e la disobbedienza civile e, poco dopo, il femminismo e l’ambientalismo. C’era il New Yorker e c’erano altre piccole riviste come l’Amerikahäuser. C’era l’America, un nuovo mondo. Forse si trattava solo di un fenomeno passeggero, limitato alla Germania del dopoguerra e a una generazione alla ricerca di un nuovo inizio e in una fuga da un passato orribile e da un presente soffocante. Ma io non ne sono poi così sicuro.

Cos’è una sfera pubblica?
Diamo uno sguardo più teorico a spazi e sfere pubbliche. Gli studi sulla sfera pubblica, che sono in un certo grado tutti ispirati alla formulazione di Jurgen Habermas, non si interessano in particolar modo dei vari tipi di produzione culturale e scambio. Non sono interessati alla ricezione delle opere letterarie o di altre forme di arte o cultura popolare. E neppure alla distribuzione pubblica dell’informazione. Invece, sono particolarmente interessati alla discussione o al dibattito pubblico e alla formazione dell’opinione.

Dibattere ha a che fare con motivare, offrire interpretazioni e analisi, giustificare le proprie valutazioni e le proprie critiche. Se guardiamo ai dibattiti pubblici, li ritroviamo in parte in discussioni che avvengono durante incontri informali e meeting. Nei mass media, la discussione è pressoché sommersa, da un lato, da diverse forme di intrattenimento e, dall’altro, dalla semplice informazione del tipo “riportare la notizia”.. Ma nei media elettronici, ci sono forme di cronaca, riviste e documenti con elementi di analisi, commenti e, a volte, la cosiddetta advocacy, e nella stampa periodica di nuovo commenti, pezzi d’opinione, reportage analitici, saggi e altri tipi di argomentazioni più sostenute. In Germania in particolare c’è la sezione del feuilleton, e spesso ci sono altre sezioni speciali nei quotidiani e nei settimanali, oppure nelle riviste intellettuali e culturali. Questo “dibattito” dei media è certamente la parte più importante e influente del “dibattito pubblico” in generale.

Con “dibattito pubblico”, non intendo il semplice dibattito politico. Ci sono dibattiti importanti che riguardano non solo decisioni o problemi politici in pendenza ma anche argomenti d’interesse più generale, consapevolezze individuali e collettive, critiche sociali e culturali, interpretazioni del passato e aspirazioni o preoccupazioni concernenti il futuro, “diagnosi del nostro tempo” e così via. Il discorso pubblico si colloca soprattutto in certe sfere ristrette – in “sfere pubbliche” o “sfere del discorso pubblico” separate e perlopiù nazionali . Leggi, regolamenti e lingue nazionali segnano ogni sfera pubblica. La politica, i governi, i partiti, le organizzazioni intermedie e le associazioni nazionali forniscono argomenti e input. I mass media nazionali funzionano come canali portatori di discorso pubblico. Questa è comunque una descrizione insufficiente. Ci sono molti elementi di coesione e legami rispetto a queste condizioni perlopiù esterne. Ci sono importanti forme di differenziazione interna. E, ovviamente, c’è un mutuo scambio e una mutua osservazione tra pubblici nazionali differenti o sfere pubbliche.

Iniziamo con la differenziazione: il discorso pubblico non si realizza in un pubblico omogeneo. Il pubblico è differenziato dal punto di vista ideologico e politico, da quello regionale, per l’interesse per aree problematiche differenti. Il pubblico è anche stratificato. C’è una struttura ineguale, una gerarchia nella sfera pubblica. La stratificazione esiste tra chi parla come tra chi ascolta pubblicamente. Tra chi parla c’è chi esercita una maggiore influenza e tra chi ascolta c’è chi è più attento e informato. I media hanno una diffusione diversa e un diverso prestigio intellettuale.

La nozione di influenza pubblica, che è in qualche modo legata, anche se non identica, a quella di prestigio intellettuale, è più difficile da applicare in questo contesto perché dovremmo distinguere le influenze temporanee da quelle di lungo termine. La nozione di prestigio potrebbe essere leggermente meno difficile da applicare ma è anch’essa abbastanza complicata. Per fare un esempio di cosa intendo per prestigio, si può considerare il fenomeno dei giornali nazionali di qualità, generalmente considerati importanti leader d’opinione (faccia a faccia con le élites politiche, sociali e culturali e con gli altri media), eppure in genere essi non hanno una grande diffusione se paragonati alla stampa popolare o locale. Un altro tipo di prestigio è più strettamente limitato alla sfera culturale o intellettuale dove le riviste hanno un lettorato molto ristretto, una dubbia influenza sull’opinione pubblica, come anche sull’agenda pubblica, ma godono di un profondo rispetto da parte delle classi colte e forse hanno un’influenza di lungo termine su sviluppi culturali di larga portata che è comunque molto difficile da dimostrare.

Semplificando le cose, si può considerare la differenziazione tra un “discorso generale”, rivolto al lettore medio della stampa nazionale di qualità (ovvero a un particolare segmento della popolazione nazionale) e un “discorso alto” o intellettuale, indirizzato alle élites culturali, intellettuali ma anche tecniche, economiche o politiche. E’ una considerazione che, ovviamente, semplifica molto, ma che risulta essere importante per quanto riguarda gli spazi pubblici transnazionali o europei. I giornali culturali apparterranno in questo senso alla sfera del “discorso alto”. In che modo una sfera pubblica ristretta e così differenziata o segmentata può essere ancora definita integrata? In primo luogo, qualsiasi sfera del discorso pubblico, ristretta o integrata, (una sfera pubblica nazionale) è caratterizzata da un’alta densità di flussi comunicativi – una densità più alta per i flussi interni che per quelli transnazionali, come ha evidenziato lo scienziato politico Karl Deutsch.

Le sfere pubbliche sono integrate attraverso “agende” dominanti, insiemi di problematiche e argomenti che vengono portati alla ribalta contemporaneamente dai vari mass media e da altre forme di discorso pubblico. Inoltre, c’è una notevole quantità di “senso comune” negli argomenti dibattuti, nel modo in cui posizioni diverse vengono percepite e interpretate, nella scelta degli aspetti importanti e in ciò che viene dato per scontato. In che modo si può allora parlare della transnazionalizzazione del discorso pubblico – e più specificamente dello sviluppo di sfere pubbliche transnazionali? In altre parole, come si può affrontare il problema dello sviluppo di uno spazio pubblico europeo? Possiamo parlare di un universo condiviso del discorso all’interno di una certa area geografica, per esempio l’Europa, solo se ci sono dei flussi di comunicazione, degli scambi di idee e argomenti, di libri, periodici, articoli, film e altre opere culturali che superano i confini nazionali e attraversano l’intera sfera europea. Questi processi di diffusione e scambi culturali avvengono tra molti pubblici nazionali a livello mondiale.

Per parlare di uno spazio pubblico europeo, due altre condizioni devono perciò essere soddisfatte. In primo luogo, che i flussi di comunicazione all’interno dell’Europa o, più precisamente, tra gli stati membri dell’Unione e i rispettivi pubblici, siano marcatamente più densi rispetto a quelli con i paesi esterni all’Unione (per esempio gli Stati Uniti). Ciò richiederà molto probabilmente una certa convergenza delle culture pubbliche dei paesi membri per agevolare la reciproca comprensione e il coordinamento dei dibattiti. In secondo luogo, dovrebbe esserci qualcosa come un’identità pubblica comune a fare da sfondo dei dibattiti. Nei dibattiti pubblici nazionali, non si trovano solo espliciti riferimenti alla propria nazione e alle proprie istituzioni politiche, ma anche un’implicita o esplicita auto-identificazione come pubblico nazionale che si sforza per formarsi un’opinione. Una condizione critica per una europeizzazione genuina dei dibattiti pubblici sarebbe l’allargamento dell’identità collettiva: un “noi” europeo che superi i confini nazionali – a cui possibilmente si affianchi la crescita di una consapevolezza della propria diversità rispetto agli altri “noi” asiatici,americani,ecc.

Quale futuro per la sfera nazionale europea?
Uno spazio comunicativo europeo di questo genere si sta sviluppando? Se sì, in che grado e con quale ritmo? Se si considerano i fatti dal punto di vista empirico, il giudizio deve ancora rimanere sospeso. I risultati delle ricerche pubblicate fino a oggi sono miseri, inconcludenti, e in parte contraddittori. La nostra ricerca – compiuta presso la mia università a Brema - sembra mostrare che i flussi di comunicazione oltre confine stiano aumentando molto lentamente e che un “noi” comune europeo non esista realmente. Tuttavia, c’è una sorta di europeizzazione segmentata in alcuni settori del discorso alto. C’è, per esempio, la stampa economica internazionale, che è diventata piuttosto transnazionale per portata e diffusione. E c’è un più vivace scambio culturale e un dibattito genuinamente internazionale nei media dell’élites culturali e intellettuali, come nel caso delle riviste di cultura. Che cosa dobbiamo aspettarci dal futuro? Quali sono le cause della situazione attuale? E’ una situazione di cui rammaricarsi? Credo che nel prossimo futuro, nei prossimi vent’anni o giù di lì, l’europeizzazione del discorso pubblico rimarrà piuttosto limitata e sarà soprattutto ristretta a certe élites, e non sarà in nessun modo paragonabile alla densità e all’intensità dei discorsi nazionali.

Generalmente parlando della sfera pubblica europea si considera una sorta di cultural lag: la transnazionalizzazione o l’europeizzazione, in particolare, sono più avanzate nelle aree economiche e nelle politiche ufficiali (vale a dire dall’alto) che non nella sfera dello scambio culturale e del discorso pubblico (nella democrazia o politica dal basso). Questo produce un deficit democratico, ovvero un deficit di legittimità, per l’Unione Europea. Che ci siano alcuni elementi di verità in un’affermazione del genere non può certo essere negato. Tuttavia va precisato che l’unificazione o la centralizzazione dell’Unione Europea è ancora più limitata di quanto normalmente si pensi, che il ruolo degli stati nazionali resta molto più importante, che non sembra probabile un cambiamento profondo a breve, e che è piuttosto discutibile l’opportunità di spingere per questo cambiamento repentino e profondo.

Andrei Moravcsik,docente di scienze politiche a Harvard ed esperto sui fatti che riguardano l’Unione, ha sostenuto in un recente articolo, pubblicato sul Journal of Common Market Studies, che l’Unione Europea è ancora sostanzialmente un’unione economica, un’area di libero scambio con opportune regolamentazioni e liberalizzazioni: “Molto viene perciò tralasciato dall’agenda dell’Unione: dalle priorità fiscali, al welfare, dalla difesa all’istruzione, alla promozione culturale, dal finanziamento delle infrastrutture civili a molte altre decisioni che non sono collegate all’attività economica di scambio tra le nazioni… L’Unione Europea non tassa, non spende, non si impegna e non si impone e, in molte aree, non ha un monopolio legale di autorità pubblica”.

Cosa significa questo per la legittimazione, la democrazia e il ruolo del pubblico o del discorso pubblico? Si tratta di una questione molto complessa perciò evidenzierò solo un aspetto della questione sempre riferendomi all’articolo di Moravcsik: “Delle cinque problematiche più importanti nelle democrazie dell’Europa occidentale – sanità, istruzione, giustizia e sicurezza, pensioni e welfare sociale, regime fiscale – nessuno è principalmente di competenza dell’Unione”. Neppure lo sono le politiche per la sicurezza interna ed esterna, ovvero, le questioni di guerra e pace. Moravicsik conclude: “La mancanza di rilevanza, e non la mancanza di opportunità, può imporre una vincolante limitazione alla partecipazione politica europea”.

Ovviamente deploriamo questa mancanza di rilevanza ma, date le scarse risorse, cognitive ed emotive, a disposizione, il tutto si risolverebbe in uno spostamento dell’attenzione verso le questioni tecniche che coinvolgono l’Unione.

Si potrebbe sostenere che le competenze dell’Unione dovrebbero essere considerevolmente potenziate, permettendo così un aumento della rilevanza dell’Ue. Ma si aprirebbe un altro dibattito: quali sono le reali ragioni per sostenere un’ulteriore integrazione politica all’interno dell’Unione Europea? Attualmente il dibattito pubblico su queste questioni è scarso e limitato alle cerchie intellettuali. L’euroscetticismo, come viene chiamato, sembra essere intellettualmente indegno, un affare per masse non illuminate, fuorviate dai populisti, come nel caso di qualche isolato conservatore inglese guidato dalla Thatcher, e di qualche, altrettanto isolato, progressista francese ancora allettato dall’idea di realizzare il socialismo in un unico paese. I circoli intellettuali di sinistra, il centro e anche la destra moderata non vedono il problema. Ma non sorprende almeno un po’ il fatto che tanti intellettuali e pubblicisti liberali e di sinistra siano a favore di una maggiore centralizzazione politica su larga scala, dal momento che un tempo una considerevole parte della sinistra sosteneva la decentralizzazione?

La conferma del potere della sfera nazionale

Cosa spiegare l’inerzia, la rigidità delle sfere pubbliche? Le politiche abituali dell’Unione non hanno abbastanza sex-appeal per diventare una questione all’attenzione di un pubblico vasto, ma ci sono altre cause da evidenziare.
Le sfere pubbliche nazionali sono caratterizzate da specifiche infrastrutture per la comunicazione da tratti culturali distintivi che si manifestano in schemi interpretativi, strutture di rilevanza, memorie collettive e altre fonti culturali. Queste differenze non esistono indipendentemente da altri aspetti propri delle rispettive società nazionali. In molti casi, infatti, sono legate a pratiche sociali e strutture istituzionali che influenzano il carattere delle sfere pubbliche e i modi della riproduzione culturale. In altre parole, le sfere pubbliche hanno una base sociale e culturale che si estende ben oltre il mercato dei media e delle loro organizzazioni. Molte altre strutture che influenzano la produzione intellettuale e la sua ricezione come anche gli interessi collettivi giocano un ruolo in questo senso. Pensiamo al settore dell’istruzione e della ricerca, al giornalismo, alle reti di produttori culturali, e alla proprietà intellettuale. Ma pensiamo pure ai partiti, ai gruppi di interesse, alle organizzazioni sociali. Un motivo del relativo attaccamento anche del discorso “alto” o intellettuale al livello nazionale può avere a che fare con il fatto che spesso si tratta di persone che fanno fondamento su università o istituzioni mediali nazionali.

Tutte queste condizioni non sono così facilmente riproducibili a livello europeo. Ciò non significa tuttavia che bisogna opporsi allo scambio culturale o a un aumento del dialogo e della cooperazione. Significa solo che è assai improbabile la realizzazione di una sfera pubblica europea fortemente integrata in tempi brevi.

I flussi di comunicazione europei e quelli transatlantici

Infine dobbiamo considerare un altro interessante aspetto della transnazionalizzazione del discorso pubblico. Se riuscissimo a mappare i flussi di comunicazione oltre confine, in particolare quelli del discorso o dibattito pubblico, tracceremmo uno schema che è rimasto relativamente costante nel tempo. Vi apparirebbe non tanto una sfera europea, ma , più marcatamente, una sfera transatlantica con un maggiore scambio di comunicazione e idee. Ciò significa che lo scambio culturale, i flussi di idee e argomentazioni, di libri, di articoli di riviste e quotidiani sono molto più densi tra i paesi europei e il nord America, e più specificamente gli Stati Uniti, piuttosto che tra i paesi membri dell’Unione. I dati raccolti durante la ricerca dell’Università di Brema non sono ancora molto precisi, ma lo schema generale sembra chiaro e corrisponde alla nostra esperienza quotidiana. C’è una vera e propria rete di flussi di comunicazione che attraversa l’intero Occidente, e che comprende il Nord America e l’Europa (dal 1989, anche i paesi post-comunisti dell’Europa centrale). Ci sono evidenti asimmetrie, ovviamente. Delle particolari affinità esistono tra alcuni paesi europei e le loro sfere pubbliche e gli Stati Uniti, si pensi alla Germania o alla Gran Bretagna. Ma le asimmetrie riguardano anche gli elementi culturali che vengono scambiati tra gli Stati Uniti e l’Europa: sembrerebbe che gli Stati Uniti esportino di più rispetto all’Europa. E ciò non solo per quanto riguarda elementi della cultura di massa, ma anche libri importanti, riviste e giornali intellettuali e politici, contributi intellettuali in numerose altre forme. Siamo arrivati a lamentarci della dominazione americana in molti settori della cultura di massa, ma, guardando alla cultura alta, in particolare a quella accademica e scientifica e al discorso pubblico alto, gli Stati Uniti hanno di nuovo un ruolo di primo piano, se non altrettanto dominante.

Che cosa si può dedurre da tutto questo? C’è una lezione da imparare? Ci potremmo ovviamente lamentare e parlare di imperialismo culturale, sostenendo la necessità di creare un blocco culturale in grado da fare da contrappeso all’egemonia americana. In realtà però non ha molto senso entrare in competizione per ottenere una fetta del mercato intellettuale formando alleanze nazionali o riunendo un qualche campo culturale e intellettuale transnazionale,e forse europeo. La competizione culturale e intellettuale, se ha senso utilizzare un termine del genere in questo settore, non funziona attraverso la formazione di alleanze o la costruzione di blocchi. La creatività può essere potenziata, tra le altre cose, proprio dallo scambio culturale. Ma ciò non porta a nessun vantaggio particolare per la cooperazione e lo scambio intellettuale su base regionale. L’interesse nella produttività culturale e nell’innovazione dovrebbe portarci a essere aperti a tutte le possibili influenze che possono arricchire i nostri discorsi. Questo non significa necessariamente, d’altro canto, che non dovremmo prendere in considerazione le affinità culturali. Lo scambio culturale quotidiano è più facile e in genere più soddisfacente, se ci sono comuni convincimenti culturali, un repertorio condiviso, infrastrutture sociali e istituzionali compatibili. Perciò dobbiamo certamente lottare per essere cosmopoliti, per aprirci al mondo, ma andremo ancora avanti leggendo soprattutto riviste, quotidiani e giornali europei e nord americani, e per una buona ragione.

Infatti, noi già formiamo una comunità che comunica e discorre, in un certo senso, e dovremmo svilupparla ulteriormente costruendo su fondamenta che già esistono. Questo non è necessariamente più importante della costruzione di nuovi ponti culturali con altre parti del mondo. Si tratta semplicemente di un differente obiettivo.

Non abbiamo forse buone ragioni per fare avanzare il progetto di una comune cultura europea, di uno spazio pubblico e culturale europeo condiviso come preferibile alternativa a un ulteriore sviluppo di uno spazio pubblico e culturale transatlantico già esistente? Ovviamente, possiamo avere ragioni molto buone per fare qualcosa per la cooperazione e lo scambio intellettuale all’interno dell’Europa. Queste ragioni possono andare dalla semplice constatazione della vicinanza geografica a un marcato interesse per alcune tematiche che sono specifiche della nostra regione – per esempio l’eredità del passato comunista in alcune zone dell’Europa. Ma tali considerazioni si riferiscono solo ad alcune aree del discorso pubblico, ad alcuni argomenti o campi tematici.

Ci sono ragioni per pensare a un progetto europeo aldilà di queste? Si potrebbe tornare alle obiezioni alla dominazione americana o a specifiche politiche americane. E’ facile vedere come esistano ottimi motivi per opporsi alle pessime decisioni prese dall’attuale amministrazione statunitense. Ma oltre questo ho dei seri dubbi. Lasciando da parte quanto possa essere significativo opporsi alla preponderanza economica e militare americana attraverso un blocco europeo, non riesco a capire perché e come una tale opposizione a politiche governative possa portarci alla formazione di un blocco intellettuale e culturale.

Consideriamo un appello per unire le forze culturali progressiste europee per formare un contrappeso agli Stati Uniti basata non solo sulla politica ma anche sulla cultura. Qualcosa del genere è stato tentato da Jürgen Habermas e Jacques Derrida che si sono impegnati per la difesa di un modello culturale e politico europeo unico contro quello che hanno descritto come il modello egemonico, neoliberale e unilaterale statunitense. Si sono richiamati alle differenze nei programmi sociali, nel ruolo e nel mandato dello stato, nelle politiche penali e nel multilateralismo nelle politiche estere. Il dubbio che esistano delle differenze in questi settori tra i paesi europei e gli Stati Uniti è davvero piccolo. Ma si tratta di differenze non molto più grandi di quelle che si ritrovano all’interno della stessa Europa, e che vengono comunque sorpassate in importanza da alcuni fondamentali elementi in comune negli orientamenti, negli impegni politici e persino nell’esperienza storica. Ma anche se ci fosse una crescente divisione non solo in materia di politica internazionale e di politica interna, ma anche da un più generale punto di vista culturale – e anche se (un se davvero grande questa volta!) questa divisione riguardasse non solo le élites politiche ed economiche statunitensi ma anche gli intellettuali, gli esponenti del mondo accademico, i giornalisti, gli scrittori, e gli editori che dovrebbero essere i nostri primi interlocutori – questo non dovrebbe portarci a tentare di aumentare il dialogo e lo scambio culturale e intellettuali piuttosto che richiuderci nel nostro vicinato europeo? (Credo che Habermas stesso sosterrebbe la prima alternativa)

Il ruolo dei giornali culturali nella sfera pubblica europea

Progettare, leggere e godere di tali pubblicazioni non ha bisogno di alcuna giustificazione in termini pubblici o sociali, e neppure di una valutazione sui loro effetti sociali e culturali. Da scienziato sociale, tuttavia la mia curiosità va proprio alle funzioni e agli effetti culturali e sociali di ampio respiro. In particolare, vorrei portare avanti l’ipotesi di un effetto culturale e intellettuale lento. Piccoli gruppi intellettuali impegnati non hanno un immediato impatto politico e culturale sulla più vasta scena sociale, politica e culturale, come viene spesso notato (e, a volte, forse senza necessità, deplorato). Se guardassimo alla questione da un’angolazione leggermente differente, le cose potrebbero apparire in qualche modo diverse. Se osservassimo i cambiamenti culturali e le innovazioni più profonde, lo sviluppo di idee pubbliche influenti, e infine le conseguenze pratiche di questi sviluppi, sia per quanto riguarda la politica che per quanto riguarda la vita privata di ogni giorno, il quadro potrebbe cambiare. Infatti gli importanti cambiamenti che si sono verificati nei due secoli passati sono stati influenzati da quei discorsi minoritari che hanno avuto luogo in campo culturale e intellettuale.

Prendiamo in considerazione solo gli ultimi decenni e consideriamo i cambiamenti nel senso comune sulla guerra e sulla pace, sulla povertà nel mondo, sui diritti umani, sulle minoranze culturali e sociali, sui sessi e sui rapporti familiari, sul nostro rapporto con il mondo naturale, con i nostri corpi e con il loro sviluppo: si tratta di elementi che riteniamo importanti nel nostro repertorio culturale. Non ci sono sempre stati cambiamenti nelle opinioni della maggioranza, e certamente non abbiamo avuto un’attenuazione di opinioni discordanti, ma i cambiamenti nello spettro delle idee articolate e difese pubblicamente, lo sviluppo di nuovi schemi e argomentazioni, in breve: una forma differente del paesaggio culturale e intellettuale. Non tutto questo è stato certo condizionato da quello che ho definito discorso pubblico alto. I cambiamenti sono stati influenzati dalle esperienze collettive e dai conflitti sociali oltre che dai nuovi stili di vita e di lavoro. Ma questi cambiamenti non sarebbero stati possibili senza la produzione di idee e argomentazioni all’interno di queste sfere pubbliche più piccole e, in un certo senso, elitarie. Le idee dovevano venire fuori da qualche parte. Oltre ciò, sappiamo ben poco si questi processi di produzione, diffusione e cambiamento culturale. Sappiamo poco anche dei tipi di reti e dei contatti informali e semiformali che incoraggiano lo scambio culturale e intellettuale tra nazioni diverse, o che rendono possibile la produzione di riviste e giornali culturali in primo luogo. Mi piacerebbe di certo vedere una maggiore cooperazione tra gli scienziati sociali e i produttori di cultura nel tentare di rendere più chiari questi processi.
(traduzione dall’inglese di Martina Toti)

(c) Eurozine, www.eurozine.com

Bernhard Peters è docente di Teorie della Politica e Storia delle idee all’Università di Brema; è tra i fondatori e dirigenti dell’ Institute for Intercultural and International Studies che ha sede a Brema.

 

 

 

 

 

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