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234 - 23.08.03


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L’innovazione, dal sapere al potere

Piero Bassetti con Mauro Buonocore

Come si fa a decidere fino a che punto la ricerca scientifica può spingere le proprie ambizioni? Come si possono misurare e valutare rischi e benefici che le innovazioni tecnologiche possono apportare al nostro modo di vivere e alla vita delle generazioni che ci seguiranno? I temi dell’innovazione e della responsabilità legano in un vincolo stretto scienziati e politici, mondo della ricerca e società civile. Agli sviluppi di questi argomenti la Fondazione Bassetti dedica la sua attività fatta di incontri, di lectures dei massimi esperti mondiali, di un sito che raccoglie tutte le iniziative  della fondazione e le arricchisce di approfondimenti.  

Piero Bassetti, presidente della fondazione, sostiene che “il tema della responsabilità nell’innovazione è un tema di grande rilevanza. L’incontro tra sapere e potere è alla base di ogni fatto innovativo, ogni supplemento di sapere si trasforma in un supplemento di potere dando alle innovazioni una rilevanza storica mai avuta in passato. Se però ci fermiamo a pensare a come è gestita la responsabilità dei processi innovativi ci troviamo a di fronte a gravi problemi”.

In che senso?
 
In alcuni casi il potere che decide dell’uso di un’innovazione può essere gestito da un’autorità politica sottoposta ai vincoli della responsabilità democratica, come ad esempio il presidente americano che decide di lanciare o meno la bomba atomica sul Giappone. Quando invece questa stessa funzione è esercitata sul mercato, come nel caso degli ogm, l’unica forma di controllo sull’innovazione è la redditività. Ma questa non prova l’esistenza di un giudizio di responsabilità di carattere generale, di tipo assoluto, per usare un’espressione che forse rende meglio l’idea.

Che cosa intende esattamente con l’espressione “responsabilità nell’innovazione”?
 
Due sono gli aspetti fondamentali, la definizione dell’innovazione e la chiarificazione di che cosa significhi il termine responsabilità.
In genere si definisce l’innovazione come qualsiasi tipo di novità, una qualsiasi scoperta. L’innovazione, invece, ha una caratterizzazione più precisa, che si richiama alla definizione di Schumpeter. Abbiamo cioè innovazione quando si genera una trasformazione che influisce non solo sui modi di produzione, ma anche sui modi di esistere, sulle nostre vite.

E la responsabilità?

Quanto alla responsabilità noi tutti abbiamo una concezione personale, un modo di intenderla che la colloca all’interno delle scelte individuali. Il mondo occidentale non ha elaborato una cultura della responsabilità collettiva. Questo è un tema che ha bisogno ancora oggi di grandi approfondimenti. Si parla molto di etica degli affari e di responsabilità sociale delle imprese, ma quello che ci interessa è capire chi è che si prende la responsabilità di influenzare la storia quando questo non si fa con l’uso tradizionale del potere, come facevano Giulio Cesare o Napoleone, ma con un uso innovativo del rapporto tra sapere e potere.

Chi sono i detentori di questa nuova forma di potere?

È proprio questo il tema sul quale la Fondazione lavora. Se lei facesse questa domanda a un politico avrebbe certamente la risposta che l’innovazione è regolata dalle leggi fatte dal Parlamento. Ma non è affatto così: innanzitutto perché la legge non è utilizzabile per regolare l’improbabile, non si può fare una legge su quello che non si sa. In secondo luogo perché i tempi dell’innovazione anticipano quelli del legislatore democratico che non può legiferare sull’intenzione, ma lo fa sull’effetto. Quando, ad esempio, si fanno leggi sulla clonazione, questa è già una realtà che sta cambiando il mondo.

Sembra una questione molto complessa.

È un tema difficile da porre all’attenzione dell’opinione pubblica. Per questo motivo abbiamo scelto come luogo sul quale andare ad affrontare il dibattito una piattaforma globale e internazionale come il web. La nostra fondazione vive dell’informazione che si fa nel suo sito. Questo non è una vetrina per comparire di fronte a un pubblico di navigatori, ma è il terreno che ci consente di analizzare il tema dell’innovazione nei suoi numerosi aspetti. Grazie a questo modo di lavorare abbiamo scoperto che l’innovazione non è solo quella che si chiama science intensive, cioè basata esclusivamente su un sapere tecnologico, ma può anche essere poliedrica e creativa. Ad esempio la minigonna è stata una innovazione, un’invenzione capace di cambiarci la vita, di modificare modelli di comportamento e atteggiamenti. Una cosa  è l’invenzione, ma questa si fa innovazione solo quando riesce ad essere sfruttata come strumento di potere.

Potere, una parola che ricorre spesso tra i suoi discorsi, una parola che fa pensare che tra innovazione e politica ci sia un ampio spazio di sovrapposizione, di intersecazione.

L’innovazione ha un forte impatto sugli spazi decisionali della politica. Anche se non è la politica che decide, ad esempio, la nascita degli ogm, è la politica che viene chiamata a porre delle regole sull’utilizzo e la commercializzazione dei prodotti della ricerca scientifica. I metodi democratici vanno in crisi di fronte alla complessità delle decisioni sull’innovazione per motivi legati essenzialmente al sapere: non possiamo parlare di responsabilità per persone che non conoscono l’argomento su cui si sta decidendo. Non c’è responsabilità senza consapevolezza. 

Aumentare la consapevolezza delle persone di fronte a questioni complesse, migliorare e rendere più efficienti le dinamiche del sistema democratico. Sono tutte cose che mi fanno pensare alla democrazia deliberativa e ai deliberative polls ideati da James Fishkin.
 
È vero. I sondaggi deliberativi sono interessanti, propongono una tecnica per incrementare la consapevolezza delle persone di fronte a problemi di pubblico interesse. E le innovazioni hanno sempre una rilevanza pubblica.
Ci sono casi però in cui la politica si trova a prendere decisioni senza poter ascoltare il parere delle persone, allora il problema è quello di avere una consapevolezza responsabile. Non possiamo ammettere una risposta che lasci ai soli scienziati, cioè  a un sapere tecnico, la facoltà di decidere in maniera attendibile per tutti. Ma ci sono anche questioni che non si possono decidere con un voto.

E allora dov’è la soluzione?

Una soluzione ce l’abbiamo nella tradizione giuridica che ha inventato i processi. Un processo è un modo per sottrarre al potere politico un certo tipo di decisioni difficili, come il giudizio sulla colpevolezza o l’innocenza di un accusato, sottoponendole a un vincolo di procedura, parola da cui deriva appunto il termine “processo”.
L’idea di deliberazione che è alla base dei sondaggi di Fishkin non è lontana da questo modo di affrontare problemi complessi. Come, allora, mettere in atto dei processi deliberativi che possano soddisfare l’esigenza di decidere in maniera più consapevole? La risposta a questa domanda è uno dei temi centrali dell’attività della Fondazione Bassetti.

La Fondazione quindi si propone come obiettivo quello di approfondire il rapporto tra la democrazia e le responsabilità che sono portate dalle innovazioni nella società contemporanea. D’altra parte la deliberazione si presenta come uno strumento procedurale efficace per la gestione della complessità di questi problemi. Quindi l’opinione pubblica svolge un ruolo concreto quando si parla di responsabilità nell’innovazione.

Certamente. L’opinione pubblica è il soggetto a cui la democrazia affida la responsabilità perché l’attività dell’amministratore deve sempre rispondere al giudizio pubblico. Certo, quando parliamo di temi difficili come quelli scelti dalla fondazione, ci si rivolge ad un pubblico che in qualche modo vive all’interno dei problemi che sono in agenda e ha una preparazione tale da poterli comprendere.
Uno gli ultimi incontri che abbiamo realizzato, ad esempio, è stata una lecture di Richard Nelson, lo studioso americano che alla Bocconi ha parlato dei temi dell’innovazione, mentre per l’immediato futuro stiamo preparando un incontro con il sociologo francese Bruno Latour che di fronte ai dottorandi del Politecnico di Milano illustrerà la sua tesi per cui la politica deve recuperare il controllo della scienza.

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