Da 22 anni
RomaEuropa Festival è un osservatorio privilegiato
di quanto di più innovativo si produce nel vecchio
continente (e non solo) a livello di arti performative.
Un festival che volendo esprimere la contemporaneità
e la modernità non smette mai di rinnovarsi e
di mettersi in discussione, capace di colpi di testa
pieni di ironia e gioco. Rendetevene conto da soli magari
visitando il loro sito nuovo di zecca (http://www2.romaeuropa.net/):
la campagna di comunicazione di quest’anno ha
puntato su gente comune e su foto giocose, come a dire
che la cultura, anche quella d’avanguardia, è
roba per tutti ed è divertente.
Abbiamo incontrato il giovane vicedirettore, Fabrizio
Grifasi, nel grande ufficio romano del festival, in
via XX settembre, a un passo dai punti nevralgici della
città, il Quirinale, piazza Esedra, piazza Barberini;
e dal ritratto di un festival che unisce modernità
e tradizione delle arti, nasce un’idea non convenzionale
dell’Europa.
Fabrizio Grifasi, il RomaEuropa Festival ha
indubbiamente il merito di avvicinare l’Europa
all’Italia, da ventidue anni a questa parte: quali
gli oneri e quali gli onori?
Ventidue anni di RomaEuropa sono stati per me un’esperienza
privilegiata e impagabile, che mi ha formato in profondità
e mi ha permesso di vivere un’esaltante avventura
culturale. Selezionare ogni anno quello che a nostro
avviso è il meglio della danza e del teatro europeo
significa avere un osservatorio privilegiato dal quale,
anno dopo anno, abbiamo l’onore di seguire i fili
politici e culturali dell’Europa, sostenendo d’altra
parte l’onere di scelte, che in qualche modo orientano
il pubblico. Il 70/80 per cento degli artisti invitati
al nostro festival, infatti, non sono mai venuti in
Italia: la nostra stagione quindi è un’occasione
per il pubblico italiano di farsi un’idea di quanto
di nuovo si produce nel resto d’Europa e del mondo.
E questa è una bella responsabilità.
Rispetto ai fratelli europei qual è
lo stato di salute culturale dell’Italia? Siamo
un popolo di “vecchi” anche culturalmente
oltre che anagraficamente?
Direi che stiamo velocemente guadagnando terreno. Indubbiamente
l’Italia è molto più conservatrice
di nazioni come la Francia, la Germania o la Spagna.
Basti pensare ad esempio all’architettura contemporanea:
ci sono città come Berlino o Barcellona, che
hanno costruito moltissimo negli ultimi dieci anni,
modificando il loro volto in direzione di una spiccata
modernità, senza tradire il proprio passato.
A Roma abbiamo il complesso dell’Auditorio, che
ha dato senz’altro un grande impulso all’immagine
della città e alla produzione culturale. È
una buona strada che abbiamo iniziato a percorrere e
che spero continueremo a seguire…
Parlando di città e paesi europei, quale
senti più vicino al tuo modo di vivere e di sentire?
Senza dubbio la Francia, dove ho vissuto per un periodo,
è il mio paese d’elezione. Quello che ammiro
nei francesi è la loro capacità di fare
della cultura prima di tutto un servizio pubblico. Questa
idea della cultura come etica, come lavoro a servizio
dei cittadini è un patrimonio incredibile che
da impulso alla loro creatività. Ma devo dire
che anche la Spagna offre un panorama molto interessante:
ad esempio trovo che Barcellona sia la perfetta sintesi
tra uno stile di vita mediterraneo, il tirar tardi la
sera, vivere all’aperto, avere il gusto del divertimento
e un’efficienza tipicamente nordica, che li ha
portati ad essere uno dei centri del design e dell’arte
contemporanea oltre che un centro trainante dell’economia
europea.
A livello musicale, quali sono secondo te i
punti caldi dell’Europa?
Berlino è una città musicalmente molto
interessante. Soprattutto quello che riguarda l’elettronica,
che è la direzione di molti compositori contemporanei,
trova a Berlino le voci più originali. La capitale
tedesca è una città molto dinamica che
ha saputo ricostruirsi sulle macerie della seconda guerra
mondiale con una straordinaria vivacità. Anche
la riunificazione, che senza dubbio è stato un
trauma, è diventata l’opportunità
di mettersi in discussione e di crescere; Berlino oggi
è una città giovane e per i giovani: le
case hanno ancora prezzi abbordabili anche in centro,
soprattutto nella parte est dove sono in ristrutturazione
tantissimi palazzi; c’è lavoro e ci sono
nuove grandi opere, centri culturali e poli museali
di concezione modernissima in via di completamento,
insomma un fervore di attività. Anche Londra
svolge un ruolo trainante per la musica contemporanea,
questo è innegabile.
Abbiamo parlato del festival come di un osservatorio
privilegiato dal quale guardare all’arte europea.
Mi sembra che anche la presentazione dell’edizione
di quest’anno ribatta su alcuni temi tipici della
modernità, quelli a cui ci hanno abituato gli
artisti del Novecento: commistione fra le arti, sperimentazione
che porta ai confini estremi le specificità delle
varie discipline, rapporto dialettico e speso conflittuale
tra modernità e tradizione.
Ci piace definire le opere presentate nel nostro cartellone
come indisciplinate, volendo intendere con questo che
i confini tra le discipline non ci sono più,
si sono fortemente assottigliati. Gli artisti più
interessanti forzano le categorie estetiche alla ricerca
di sé, in un rapporto dialettico tra modernità
e tradizione, sono senz’altro d’accordo.
Se posso aggiungere qualcosa, direi che negli ultimi
dieci anni c’è stata un’accelerazione
sull’elettronica. Le risorse dell’informatica
sono entrate a far parte della vita quotidiana e sono
diventati strumenti irrinunciabili di molti artisti
e di altrettante performance, orientando ormai anche
l’orizzonte di attesa del pubblico. Passando ad
un altro settore che è vicino all’arte,
la comunicazione ad esempio, oggi è impensabile
non essere presenti sul web, non utilizzare le risorse
di interazione della rete. E anche noi abbiamo investito
in una comunicazione che tenga conto di queste potenzialità,
con un restyling del sito che inserisce tra le tante
novità, trailer video degli spettacoli.
Per concludere un po’ di amarcord: il
tuo primo viaggio in Europa?
Caspita, che mi fai ricordare… 16 anni, con la
mia fidanzatina di allora, a Parigi per recuperare le
chiavi di un fantastico appartamento vuoto in pieno
centro, pareti bianche e specchi con gli stucchi: una
location da film, non c’è che dire, puoi
immaginare quando è nato il mio amore per la
Francia (ride).
E l’ultimo?
Per motivi di lavoro ovviamente viaggio continuamente
in tutta Europa. Ultimamente sono stato ad Amsterdam:
un modello di vita invidiabile, sono dei grandi commercianti
nel senso più nobile del termine. Gli olandesi
hanno ereditato dai loro avi la capacità di cogliere
ciò che è bello e di saperlo vendere.
Devo dire che anche a livello di management artistico
ci danno filo da torcere e lavorare con loro è
sempre un bel match.
Vi e' piaciuto questo articolo? Avete dei commenti
da fare? Scriveteci il vostro punto di vista a
redazione@caffeeuropa.it
|