330 - 08.11.07


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All’incrocio tra modernità e tradizione

Fabrizio Grifasi con Daniela Gangale


Da 22 anni RomaEuropa Festival è un osservatorio privilegiato di quanto di più innovativo si produce nel vecchio continente (e non solo) a livello di arti performative.
Un festival che volendo esprimere la contemporaneità e la modernità non smette mai di rinnovarsi e di mettersi in discussione, capace di colpi di testa pieni di ironia e gioco. Rendetevene conto da soli magari visitando il loro sito nuovo di zecca (http://www2.romaeuropa.net/): la campagna di comunicazione di quest’anno ha puntato su gente comune e su foto giocose, come a dire che la cultura, anche quella d’avanguardia, è roba per tutti ed è divertente.
Abbiamo incontrato il giovane vicedirettore, Fabrizio Grifasi, nel grande ufficio romano del festival, in via XX settembre, a un passo dai punti nevralgici della città, il Quirinale, piazza Esedra, piazza Barberini; e dal ritratto di un festival che unisce modernità e tradizione delle arti, nasce un’idea non convenzionale dell’Europa.

Fabrizio Grifasi, il RomaEuropa Festival ha indubbiamente il merito di avvicinare l’Europa all’Italia, da ventidue anni a questa parte: quali gli oneri e quali gli onori?

Ventidue anni di RomaEuropa sono stati per me un’esperienza privilegiata e impagabile, che mi ha formato in profondità e mi ha permesso di vivere un’esaltante avventura culturale. Selezionare ogni anno quello che a nostro avviso è il meglio della danza e del teatro europeo significa avere un osservatorio privilegiato dal quale, anno dopo anno, abbiamo l’onore di seguire i fili politici e culturali dell’Europa, sostenendo d’altra parte l’onere di scelte, che in qualche modo orientano il pubblico. Il 70/80 per cento degli artisti invitati al nostro festival, infatti, non sono mai venuti in Italia: la nostra stagione quindi è un’occasione per il pubblico italiano di farsi un’idea di quanto di nuovo si produce nel resto d’Europa e del mondo. E questa è una bella responsabilità.

Rispetto ai fratelli europei qual è lo stato di salute culturale dell’Italia? Siamo un popolo di “vecchi” anche culturalmente oltre che anagraficamente?

Direi che stiamo velocemente guadagnando terreno. Indubbiamente l’Italia è molto più conservatrice di nazioni come la Francia, la Germania o la Spagna. Basti pensare ad esempio all’architettura contemporanea: ci sono città come Berlino o Barcellona, che hanno costruito moltissimo negli ultimi dieci anni, modificando il loro volto in direzione di una spiccata modernità, senza tradire il proprio passato. A Roma abbiamo il complesso dell’Auditorio, che ha dato senz’altro un grande impulso all’immagine della città e alla produzione culturale. È una buona strada che abbiamo iniziato a percorrere e che spero continueremo a seguire…


Parlando di città e paesi europei, quale senti più vicino al tuo modo di vivere e di sentire?

Senza dubbio la Francia, dove ho vissuto per un periodo, è il mio paese d’elezione. Quello che ammiro nei francesi è la loro capacità di fare della cultura prima di tutto un servizio pubblico. Questa idea della cultura come etica, come lavoro a servizio dei cittadini è un patrimonio incredibile che da impulso alla loro creatività. Ma devo dire che anche la Spagna offre un panorama molto interessante: ad esempio trovo che Barcellona sia la perfetta sintesi tra uno stile di vita mediterraneo, il tirar tardi la sera, vivere all’aperto, avere il gusto del divertimento e un’efficienza tipicamente nordica, che li ha portati ad essere uno dei centri del design e dell’arte contemporanea oltre che un centro trainante dell’economia europea.

A livello musicale, quali sono secondo te i punti caldi dell’Europa?

Berlino è una città musicalmente molto interessante. Soprattutto quello che riguarda l’elettronica, che è la direzione di molti compositori contemporanei, trova a Berlino le voci più originali. La capitale tedesca è una città molto dinamica che ha saputo ricostruirsi sulle macerie della seconda guerra mondiale con una straordinaria vivacità. Anche la riunificazione, che senza dubbio è stato un trauma, è diventata l’opportunità di mettersi in discussione e di crescere; Berlino oggi è una città giovane e per i giovani: le case hanno ancora prezzi abbordabili anche in centro, soprattutto nella parte est dove sono in ristrutturazione tantissimi palazzi; c’è lavoro e ci sono nuove grandi opere, centri culturali e poli museali di concezione modernissima in via di completamento, insomma un fervore di attività. Anche Londra svolge un ruolo trainante per la musica contemporanea, questo è innegabile.

Abbiamo parlato del festival come di un osservatorio privilegiato dal quale guardare all’arte europea. Mi sembra che anche la presentazione dell’edizione di quest’anno ribatta su alcuni temi tipici della modernità, quelli a cui ci hanno abituato gli artisti del Novecento: commistione fra le arti, sperimentazione che porta ai confini estremi le specificità delle varie discipline, rapporto dialettico e speso conflittuale tra modernità e tradizione.

Ci piace definire le opere presentate nel nostro cartellone come indisciplinate, volendo intendere con questo che i confini tra le discipline non ci sono più, si sono fortemente assottigliati. Gli artisti più interessanti forzano le categorie estetiche alla ricerca di sé, in un rapporto dialettico tra modernità e tradizione, sono senz’altro d’accordo. Se posso aggiungere qualcosa, direi che negli ultimi dieci anni c’è stata un’accelerazione sull’elettronica. Le risorse dell’informatica sono entrate a far parte della vita quotidiana e sono diventati strumenti irrinunciabili di molti artisti e di altrettante performance, orientando ormai anche l’orizzonte di attesa del pubblico. Passando ad un altro settore che è vicino all’arte, la comunicazione ad esempio, oggi è impensabile non essere presenti sul web, non utilizzare le risorse di interazione della rete. E anche noi abbiamo investito in una comunicazione che tenga conto di queste potenzialità, con un restyling del sito che inserisce tra le tante novità, trailer video degli spettacoli.

Per concludere un po’ di amarcord: il tuo primo viaggio in Europa?

Caspita, che mi fai ricordare… 16 anni, con la mia fidanzatina di allora, a Parigi per recuperare le chiavi di un fantastico appartamento vuoto in pieno centro, pareti bianche e specchi con gli stucchi: una location da film, non c’è che dire, puoi immaginare quando è nato il mio amore per la Francia (ride).

E l’ultimo?

Per motivi di lavoro ovviamente viaggio continuamente in tutta Europa. Ultimamente sono stato ad Amsterdam: un modello di vita invidiabile, sono dei grandi commercianti nel senso più nobile del termine. Gli olandesi hanno ereditato dai loro avi la capacità di cogliere ciò che è bello e di saperlo vendere. Devo dire che anche a livello di management artistico ci danno filo da torcere e lavorare con loro è sempre un bel match.

 

 

 

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