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327 - agosto 2007


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“Un mosaico di voci, ecco la mia Europa”

Geert Mak con Mauro Buonocore


È la forza dei piccoli fatti, della storia vissuta sulla propria pelle e della voce che la racconta. Questa è la storia che piace a Geert Mak, giornalista olandese, che nel 1999, ha girato l’Europa in lungo e in largo, da Parigi a Verdun, da Predappio a Guernica, passando per Cefalonia, Norimberga, Auschwitz, Vichy, Berlino e Pietrogrado. Ai confini del ‘900, Mak ha attraversato il continente raccogliendone l’anima nei racconti delle persone che a quel secolo hanno dato vita. Dagli articoli pubblicati durante il viaggio per il quotidiano olandese NRC Handelsblad è nato un libro che, come un diario, ripercorre, mese per mese, le tappe raggiunte: Europa. Viaggio attraverso il XX secolo (Fazi editore) oltre mille pagine di quella che gli esperti chiamano storia evenemenziale, in cui singole voci e singoli fatti si compongono nel mosaico del secolo europeo.
“La memoria dei nostri padri, dei nostri nonni – dice Mak – può aiutarci a capire l’atmosfera, l’aria del loro tempo, e noi, così, possiamo cercare di riviverlo, anche se solo nell’immaginazione, avendo di fronte ai nostri occhi la forza dell’esperienza vissuta che ci trasmette fatti e sensazioni, con dettagli e particolari che sfuggono normalmente alla storia ufficiale. È importante conoscere le storie che camminano parallele alla Storia”.

Sono importanti le storie dei singoli, ma non è rischioso leggere il passato attraverso i ricordi personali? Non si rischia di deviare un po’ dalla ricostruzione del vero?

Bisogna saper scegliere e selezionare. A volte i ricordi e la memoria possono essere strani, la gente tende a dimenticare le cose brutte e a esagerare le cose belle, bisogna fare attenzione. Ma nei ricordi individuali emergono elementi che sfuggono ai manuali. Nei racconti dei tedeschi che si riparavano dai bombardamenti, ad esempio, si tocca la loro paura, e parlando ora con quelle persone possiamo capire come hanno fatto esperienza della storia. Ovviamente non basta alla conoscenza, la storiografia tradizionale è indispensabile, ma noi dovremmo cercare di mettere insieme le due cose per avere una quadro completo.

Per un anno intero ha girato l’Europa parlando con le persone che incontrava e raccogliendo testimonianze. Ha trovato, in questa sua esperienza, un comune sentire per cui si possa dire che le persone che ha incontrato sono europei e non solamente polacchi, italiani tedeschi o spagnoli?

No. Le sensazioni della gente e la loro appartenenza si formano e si identificano a un livello che è nazionale. In realtà in nazioni diverse ci sono diverse attitudini nei confronti dell’Europa e del sentirsi europei.
L’Europa è un’entità dalle molte facce, e chiunque voglia pensarla come istituzione ha in mente Bruxelles, una proiezione che va al di fuori della propria realtà nazionale. Questo è un problema oggi e lo sarà per il futuro perché tutti noi ci aspettiamo grandi cose dall’Europa, ma ciascuno di noi si aspetta cose diverse, non esiste un progetto univoco, non esistono delle aspettative e delle aspirazioni univoche verso l’Europa.

Il suo viaggio ha toccato molti paesi dell’est che sono entrati da poco a titolo effettivo nell’Ue. Sono paesi in cui la crescita della democrazia conta molto sulle promesse dell’Unione.

Non è solo una questione di promesse, è una questione di apertura, possibilità e opportunità. Sono un po’ pessimista su questo.
Ho visto cambiare con i miei occhi paesi come la Polonia e l’Ungheria negli ultimi anni, e bisogna dire che l’Unione europea come fattore di modernizzazione e di cambiamento funziona, ma non so dire se abbastanza velocemente. Questa è un’altra cosa.
Stiamo parlando di paesi che scontano un ritardo abbastanza elevato, soprattutto se leggiamo cifre e dati socio-economici; gli abitanti della vecchia Europa dell’est si aspettavano, prima di entrare nell’Ue, che in pochi anni sarebbero arrivati allo stesso tenore di vita che hanno i cittadini dell’ovest. Oggi un miglioramento inizia ad esserci, ma è lento ed è un cambiamento indirizzato soprattutto alle generazioni future, sono loro che ne raccoglieranno i frutti. Gli attuali neocittadini europei probabilmente non faranno in tempo a vedere le loro condizioni economiche e di sviluppo radicalmente cambiate e migliorate grazie all’Unione. Io non so, quindi, se le attuali popolazioni di questi paesi abbiano pazienza sufficiente per saper aspettare a lungo. Il pericolo più grande, che è anche un fattore di accelerazione di questa impazienza, è il populismo che possiamo veder vincere e crescere in molte di queste realtà, come ad esempio Polonia e Ungheria. I leader populisti stanno cercando di raccogliere queste impazienze e giocarle a loro favore, portandole verso una direzione che allontanerà questi paesi dalla modernizzazione. Credo che arriveranno tempi complicati.

Se ad est l’impazienza non genera fiducia verso l’Unione europea, ad ovest, persino nei paesi tradizionalmente euro-entusiasti, la distanza tra l’Europa, le sue istituzioni, e la vita dei cittadini sembra tangibile. L’Europa appare sempre come qualcosa di distante, non sarà che l’europeismo si percepisce troppo come un discorso da intellettuali e da politici?

No, no. Credo che sia vero esattamente il contrario. Esiste un modo di raccontare l’Europa in maniera esclusivamente filosofica, come se si trattasse di un argomento tutto intellettuale.
Ma in realtà possiamo vedere l’Europa negli individui, nei cittadini; oltre ogni discorso filosofeggiante, possiamo vedere l’esistenza di un’Europa delle persone, perché l’europeizzazione è parte della globalizzazione; le nostre vite sono interconnesse, sono legate tra di loro in un mondo che attraversiamo con una facilità mai conosciuta prima. E grazie a questo movimento, grazie alle enormi possibilità di comunicare agevolmente oltre le distanze, si formano delle reti di comunicazioni e di relazioni che sono del tutto nuove rispetto al passato, e per le quali le distanze non sono un grosso problema. L’Europa era già anni fa una comunità basata su questi principi; l’Europa esiste concretamente, è fatta di connessioni di comunicazione, è fatta di movimenti artistici, è fatta di discussioni e di scambi di idee. Questa dimensione esisteva già negli anni Quaranta, ma dopo la guerra mondiale, abbiamo dovuto ricostruirla da capo.
Non stiamo facendo altro che riparare ai nostri errori passati.



 

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