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326 - 07.08.07


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"Integrazione, una
parola che crea fossati"

Feridun Zaimoglu con
Mauro Buonocore


Sentirlo parlare è quasi una lezione di multiculturalismo: “Vivo in Germania e mi ci trovo bene. Credo che sia un vantaggio poter scegliere di vivere in un paese in cui ci si sente bene, ma il fatto che io abbia un’origine straniera non significa che debba sentirmi lacerato dentro; nel mio caso non c’è stato un particolare processo intellettuale, ma si è trattato di una questione di affetti, di sensazioni: ho sentito nel mio intimo che la mia patria è la Germania. Questo però non mi vieta di trovarmi bene anche in Turchia quando vado a trovare i miei genitori, e mi trovo a mio agio in mezzo a quel popolo che trovo molto interessante, allegro, divertente e pieno di paradossi”.
Feridun Zaimoglu vive in Germania dove è approdato da piccolo al seguito dell’emigrazione dei genitori dalla Turchia. Ora, a 43 anni, si definisce uno scrittore tedesco con origine turche. L’energia della sua scrittura è arrivata ai lettori italiani qualche anno fa con Schiuma (Einaudi, 1999), romanzo della “feccia turca”, racconto della vita di un gruppo di reietti ai margini della società. Ora è da poco tornato in libreria con Leyla (Saggiatore), la storia di una ragazza che negli anni Cinquanta fugge dalla Turchia verso la Germania, conquistando la sua indipendenza da un padre che in famiglia semina terrore e violenza. I suoi romanzi sono colorati di un umore pungente che affiora anche nelle conversazioni faccia a faccia, come quando rifiuta la parola integrazione (“è una clava utilizzata a fini politici”) mentre a un ragazzino turco appena immigrato in Germania dice: “Alza le chiappe, non farti prendere dall’etno-isteria e vai incontro alla tua vita”.

In molti hanno descritto Leyla come il romanzo di una doppia migrazione: dalla Turchia alla Germania e dalla sottomissione alla libertà. Come giudica queste osservazioni?

Credo che questa definizione descriva bene il romanzo. Leyla è la più giovane di cinque fratelli e decide di rompere un tabù, di lasciare la famiglia, andare in Germania e dare il via a una sorta di liberazione, un’audace fuga da casa e dal padre tiranno. Leyla inizia così la sua corsa verso la libertà, si sposa giovane e con un bambino di cinque mesi intraprende un viaggio molto doloroso, che la vede abbandonare il suo ambiente e la sua cultura per fare un salto verso un mondo completamente estraneo.

La storia di Leyla è vista e scritta con occhi di donna. Come è riuscito a raccontare una vicenda così complessa, tutta al femminile?

Quando metto una storia su carta mi sembra davvero di diventare un’altra persona, forse tante persone diverse. Quando inizio a lavorare a un libro ardo davvero di passione per la storia che sto scrivendo e per la scrittura in sé; tanta è questa passione che arrivo a perdere fino a sei o sette chili di peso, mi vengono gli stessi sintomi dell’innamoramento, non ho più fame, non ho più sete, sono dominato da questa specie di inquietudine per la scrittura. Scrivere vuol dire accendere un rapporto e portarlo fin dove ti conduce. Ora, ad esempio, sto scrivendo un romanzo che mi sta prendendo molto, ho perso quattro chili da quando l’ho iniziato, il che significa che sono quasi a metà.

La sua vita è una specie di ponte tra Turchia e Germania, come giudica il particolare momento storico che vive il suo paese di origine e la possibilità che entri nell’Unione europea?

Io mi definisco uno scrittore tedesco con genitori turchi. Spesso mi viene chiesto di parlare dei temi più disparati, della religione e dell’islam, mi chiedono se ritengo opportuno che la Turchia diventi o meno un membro della Unione europea. Quello che posso rispondere io è che la comunità turca in Germania non è omogenea, ma è composta di opinioni diverse, disparate e combattute; tra queste, alcune sostengono che la Turchia debba diventare membro dell’Ue perché questo farà al bene al paese. Io personalmente credo che la Turchia non entrerà a far parte del Unione, non perché non lo meriti, ma semplicemente perché non le è riconosciuto un posto in seno all’Ue dove è sempre rappresentata come qualcosa di estraneo.

Se le chiedo una definizione di integrazione, cosa mi risponde?

Quando sento la parola integrazione mi si irrigidiscono le vene del collo perché è usata come un concetto da combattimento, una clava utilizzata a fini politici, una formula per rappresentare l’esistenza di un “noi” e di un “voi” divisi da un fossato insormontabile. È diventato un mezzo per designare la mancanza di appartenenza, per indicare un gruppo di persone che definiamo come stranieri.

Che cosa direbbe a un bambino di sei anni che come lei, nato da genitori turchi, si trova in Germania a dover imparare una nuova lingua e fare propria una cultura diversa dalla sua?

Gli direi queste parole: “La Germania è un paese stupendo in cui vivere, quindi alza le chiappe e non farti prendere dall’etno-isteria, perché la vita è una sfida che va vissuta, non bisogna giocarci a nascondino, ma bisogna uscire fuori e andargli incontro.”

 

 


 

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