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326 - 07.08.07


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“Io, esule dall’Iraq di Saddam”

Younis Tawfik con Bibi David


“Solo adesso, a distanza di anni, è possibile capire interamente, almeno per me che vivo fuori dell’Iraq, cosa fu la dittatura di Saddam Hussein, quale incredibile, disumana atrocità fu quel periodo della storia del mio paese”. Così lo scrittore Younis Tawfik, nato a Mosul nel 1958 e esule in Italia dal 1979, rievoca, con accenti drammatici, lo spietato regime del tiranno di Baghdad. Del resto, è proprio la tragedia patita dal popolo iracheno sotto Saddam e dell’esilio cui furono costretti gli oppositori a segnare, come un unico filo rosso, la narrativa di Tawfik, da La straniera fino al recentissimo Il profugo (Rizzoli). Leggendo quest’ultimo, romanzo in gran parte autobiografico, si assiste all’impossibile tentativo di ricomporre un universo familiare ed esistenziale che la dispersione causata dalla fuga in Europa ha inesorabilmente frantumato.

Cosa ricorda dell’Iraq di Saddam Hussein?

Ricordo un Paese in cui si viveva sostanzialmente in prigione, un luogo serrato dal quale uscire era impossibile, e anche quando si era usciti una vera libertà era impossibile.

Lei ne usci molto presto, già nel 1979.

Riuscii ad andarmene ottenendo un permesso per studiare a Torino, ma anche arrivato in Italia e iniziata la mia attività di scrittore non potevo parlare, non potevo dire nulla su come si viveva in Iraq.

Come venne accolto in Italia?

Per noi iracheni non esisteva la possibilità di usufruire dello status, comunque vantaggioso, di rifugiato politico, perché esso veniva accordato solo a coloro che arrivavano dalle ex colonie italiane, come la Libia e la Somalia, o dall’est europeo. Quindi le difficoltà erano molte, la condizione di profugo era difficilissima da superare. Riuscii ad andare avanti studiando, lavorando, cercando di affermarmi come scrittore. Ma non era semplice, perché allora, parlo dei primi anni ’80, ben pochi, in Occidente, avevano capito cosa fosse la dittatura di Saddam, nessuno si rendeva conto che era uno stato-prigione.

Voi esuli avreste potuto testimoniarlo.

Non potevamo. Sapevamo con certezza che, qualora avessimo parlato, qualora avessimo raccontato la realtà della vita in Iraq, le nostre famiglie restate lì avrebbero pagato duramente. E’ difficile rendersi conto di quali atrocità fosse capace il regime con tutti coloro che potevano essere sospettati di opposizione, e anche con i loro parenti. Non va dimenticato del resto che Saddam non ebbe scrupoli neppure con i propri familiari e amici: non appena c’era qualche sospetto, arrivavano la prigione, la tortura e la morte.

Poi, però, a un certo punto lei decise di parlare, di raccontare l’Iraq.

Quando ci fu la strage perpetrata a danno dei curdi, nel 1988, scattò qualcosa dentro di me. Capii che non potevo più tacere, anche se ciò sarebbe costato. Del resto, solo allora il mondo aveva cominciato ad accorgersi della disumana spietatezza di Saddam, e quanto raccontavo cominciava a poter essere capito e ascoltato. Quando, nel 1990, l’Iraq invase il Kuwait, la mia attività di testimone e di commentatore divenne pressoché quotidiana.

Continuava a temere?

Sapevo, lo sapevamo tutti, che il regime sarebbe prima o poi crollato, ma eravamo certi che avrebbe tentato ogni atrocità per sopravvivere. Ma a quel punto la sfida era iniziata, e oltretutto c’era la certezza del sostegno del mondo intero.

Come vede l’Iraq di oggi?

Le sembrerà forse paradossale, ma le dico che oggi l’Iraq sta molto peggio che al tempo di Saddam. La dittatura sanguinaria è stata abbattuta, ma al suo posto, sotto la parvenza di una sorta di vaga democrazia, a dominare sono due elementi congiunti e strettamente alleati: il terrorismo e il fondamentalismo. Sì, perché adesso in Iraq comandano le milizie sanguinarie più o meno legate ad Al Qaeda e i religiosi oltranzisti che ricevono ordini direttamente da Teheran. Lo dico senza riserve: gli iraniani sono ormai i padroni di gran parte dell’Iraq. Era prevedibile, certo. La guerra ha scatenato il caos, all’atrocità è seguita una nuova atrocità. Ma io avevo sperato che andasse diversamente, e quello che vedo nell’Iraq attuale è l’esatto contrario di ciò che noi esuli, profughi, avevamo per anni voluto e sognato.

 

 


 

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