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326 - 07.08.07


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Brown: da Gramsci
a Downing Street

Alessandro Lanni


Gordon Brown un gramsciano eclettico che flirta con i neocon. Nella formazione culturale del neo primo ministro britannico, racconta John Lloyd sul numero di luglio di Prospect, ci sono idee e atteggiamenti ereditati da Antonio Gramsci, “precursore di un comunismo accettabile”. Innanzitutto, il riconoscimento dell'imprescindibilità del legame tra teoria e prassi nel fare politico. “L'uomo d'azione deve essere un vero filosofo – scrive Lloyd citando Il moderno Principe – e il vero filosofo deve necessariamente essere un uomo d'azione”. E Brown è un intellettuale in questo senso gramsciano, non un topo da biblioteca ma un politico che ambisce a mettere in pratica visioni della società anche molto sofisticate, apprese come studente provetto dell'Università di Edimburgo e successivamente come cocciuto studioso autodidatta che negli ultimi anni si è appassionato al pensiero conservatore inglese e americano.

Leggere, leggere, leggere. Gordon Brown va a letto tardi e si sveglia presto per leggere il Clash of civilizations di Huntington oppure il Free World di Garton Ash. Pretende che i suoi collaboratori e ora anche i suoi ministri conoscano questi volumi per poterli discutere insieme. Se il suo predecessore Tony Blair, racconta ancora Lloyd, incontrando una persona si rivolgeva con un “Come va?”, Brown chiede “Cosa sta leggendo?”. E non si riferisce ai romanzi, che snobba (anche se d'estate legge anche Harry Potter), quanto piuttosto a saggi, studi, analisi. “Non sarà un grandissimo filosofo – nota Geoff Mulgan in un altro degli articoli che compongono il dossier di Prospect – ma, molto più dei suoi predecessori, egli sarà un primo ministro a suo agio con le idee, laureato e a casa sua in una biblioteca”.

Aiutare la società ad agire come una comunità morale e non come una somma di individui. Ecco lo scopo della politica secondo Brown. E questa concezione dell'impegno, sottolinea Mulgan attuale direttore della Young Foundation, non era certo tra le più in voga nella sinistra inglese negli anni '80 e '90 quando si sosteneva che la moralità fosse un gusto personale molto meno importante delle riforme costituzionali o di nuove strategie economiche. È di fronte a questa divergenza con la sinistra old style che Gordon Brown si rivolge al centro e alla destra (anche a quella americana) per trovare nuovi spunti. L'America intellettuale di Brown non è certo quella della East Coast, di Berkeley o Stanford, degli hippy e di un pensiero sincretico. Su di lui hanno avuto influenza profonda quegli “illuministi” della costa atlantica alla Robert Putnam o Howard Gardner o anche Fukuyama. Legge i libri del politologo James Q Wilson mentore di Reagan o della storica delle idee Gertrude Himmelfarb (entrambi invitati ai seminari di Downing Street ed entrambi con la patente di “neocon”) oppure del filosofo inglese Roger Scruton, nuovo idolo anche della nostra destra più colta (il suo Manifesto dei conservatori è stato da poco pubblicato anche in Italia da Cortina con prefazione di Giuliano Ferrara).

C'è chi vede in queste scelte un ritorno alla “sociologia della virtù” (definizione della Himmelfarb) dell'Illuminismo inglese e soprattutto scozzese in contrapposizione a quello francese e giacobino. Sulle spalle di David Hume, Adam Smith e degli altri compatrioti scozzesi, Brown vorrebbe provare a ricostruire il tessuto morale della società inglese. A questo proposito, la Himmelfarb ricorda la Teoria dei sentimenti morali, il “libro di sinistra” di Smith, nel quale l'altruismo e la moralità sono collocati proprio al fondo della natura umana.

Nonostante il richiamo costante alla moralità, nel Brown intellettuale non c'è nessun riferimento alla religione. Addirittura, in Inghilterra non è ancora chiaro se sia un credente o meno. Tuttavia Richard Cockett, su Prospect, sottolinea il feeling tra lo scozzese neopremier e il teologo americano Jim Wallis che ha detto “egli [Brown, ndr] ha il pensiero cristiano nel Dna. È molto potente in lui, conosce le Scritture e sa cosa Dio vuole”.

Lo slancio verso la moralità e l'essere da esempio per la comunità anima anche l'ultimo libro di Brown, Courage: Eight Portraits. Otto ritratti di personaggi che attraverso percorsi coraggiosi hanno fatto la storia. Dietrich Bonhoeffer e Robert Kennedy, Martin Luther King e Nelson Mandela sono individui che attraverso scelte personali e sofferte hanno cercato di cambiare rotta alla società nella quale si trovavano a vivere. Le scelte e il coraggio morale di uomini e donne soli diventano il motore per cambiare uno stato di cose. Un po' quello che prova a fare Gordon Brown, “il bene collettivo da realizzare insieme” che ironicamente, scrive Lloyd, egli fa da solo, leggendo e studiando la mattina presto o tardi la sera, per far ricadere le idee apprese sui sul mondo reale. Secondo la lezione di Gramsci.

 

 


 

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