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325 - 20.07.07


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“Così siamo diventati
orfani di intellettuali”

Frank Furedi con
Alessandro Lanni


Secondo Zygmunt Bauman, la transizione dal moderno al postmoderno avrebbe cambiato il ruolo dell'intellettuale nella società. Da legislatori, individui che in virtù del loro sapere erano in grado di incidere sull'ordine sociale, a interpreti, mere cinghie di trasmissione tra comparti autonomi della società. Praticamente inutili. Secondo Frank Furedi, sociologo dell'Università del Kent, e autore di un libretto polemico da poco pubblicato in Italia – Che fine hanno fatto gli intellettuali? (Cortina Editore) –, sono molto peggio: sono i filistei del XXI secolo. In un percorso aggressivo, Furedi se la prende con la postmodernità, con l'anti-illuminismo, ma anche con le università che si stanno vendendo al mercato, con il disconoscimento del merito a favore di un'inclusione fittizia, con la trasformazione della cultura in merce da vendere, per esempio, nei molti festival estivi e con il mito delle nuove tecnologie grande abbaglio dell'“epoca della conoscenza” che invece proprio il sapere ha dimenticato. “L'ideale del cittadino attivo e interessato – sottolinea il sociologo – è sempre più rappresentato come il simbolo di un'epoca elitaria ormai conclusa. Oggi, si guarda al sapere, all'informazione e alla scienza soprattutto in modo strumentale, pensando al risultato concreto”.

Qual è il genere di intellettuale che le manca?

Colui che ha particolari conoscenze o competenze entro un determinato settore. E che tuttavia non si limita a essere esperto in un determinato ambito del sapere, bensì nutre forte interesse a che la comprensione della sua materia di studio sia in qualche modo agevolata, resa più semplice e accessibile. Con l’obiettivo di coinvolgere e attirarvi una fetta sempre più ampia della società, la quale, di conseguenza, si vede pungolata a una riflessione critica. L’intellettuale aspira, in ultima analisi, a rivestire un certo ruolo pubblico.

Molto spesso, in Italia ma forse anche in Gran Bretagna, gli intellettuali – specie quelli di area umanistica – vengono tacciati di ostilità per principio nei confronti dell’innovazione. Nel suo libro c'è una critica verso un certo entusiasmo tecnologico nei confronti, per esempio, di internet. Non si sente in qualche modo colpito da tale accusa?

Non direi proprio. In realtà, ed è fatto curioso, il classico intellettuale umanistico crede fermamente nell’innovazione e, se si guarda alle prime fasi dello sviluppo della scienza e del pensiero intellettuale in genere, appare chiaro come il progresso venga letto in chiave decisamente ottimistica. A mio parere, è negli ultimi decenni – da 30, 40 o 50 anni a questa parte, per intenderci – che gli intellettuali hanno via via assunto un forte orientamento antimodernista. Quel che lei dice è vero: la figura dell’intellettuale è divenuta estremamente ambigua, turbato com’è dall’idea del cambiamento, della ricerca scientifica, del progresso e dell’innovazione. Così, l’intellettuale finisce col diventare conservatore. Ma il mio libro non è scritto da una prospettiva conservatrice. Uno dei suoi presupposti, difatti, è che l’intellettuale sia chiamato a guardare al futuro, aiutando la società e gli individui a scorgere in anticipo quel che li attende.

Allora cos'è che non va con le nuove tecnologie?

A mio avviso, credere che il web rappresenti la panacea ai mali sopraccitati, o una soluzione tecnica al profondo disordine morale della nostra epoca, sarebbe fuorviante. Ciò detto, ribadisco il mio sincero entusiasmo per le opportunità offerte da internet, che incarna un enorme potenziale quale nuova infrastruttura capace di rendere più positiva la vita intellettuale. No, non sono un detrattore del web. Mi limito a contestarne l’uso improprio. Son contrario al tentativo di ricorrere a espedienti tecnici per ovviare ai problemi del nostro tempo. Ciò che avviene nelle società occidentali. Quando nacque il fenomeno dei blog, per dire, tutti presero a pontificare: “Che meraviglia! Ecco i nuovi giornali e la nuova letteratura!”. Ho condotto uno studio su quel fenomeno, soprattutto con riferimento alla fascia di utenza giovanile. Studio che ha fatto emergere, tra gli altri, un dato particolarmente interessante: l’espressione più di frequente utilizzata dai blogger è: “Ci sono! Dai, connettiti!”.

Occorre anche rilevare, in tal senso, le differenze tra internet e televisione. Lei cita Pierre Bourdieu, che ha parlato di “fast thinkers”, ossia di quegli intellettuali che popolano i talk-show. Mi pare che internet rappresenti un fenomeno un po’ diverso. E che quantomeno esso offra altre opportunità rispetto alla tv.

Sono assolutamente d’accordo. Credo che l’elemento interattivo, prerogativa del web, abbia un enorme potenziale a livello di creazione di nuovi rapporti di collaborazione, e in termini di esplorazione di idee nuove, agenda setting e sviluppo di nuove modalità di comunicazione. Per tutte queste ragioni, occorre tesserne le lodi. Il web riveste un ruolo di fondamentale importanza; un ruolo che, però, mi pare sia più infrastrutturale che sostanziale. Mi pare che la questione, sul piano sostanziale, del rapporto inter-individuale e di un più ragionevole sviluppo dei modelli di interazione sia tuttora irrisolta. Di più: se è vero che vi possono essere importanti scambi anche on line, in ultima analisi ciò che succede in rete è il riflesso della vita off line. Di conseguenza, non è immaginabile che un individuo abbia una vita on line sorprendentemente positiva mentre la sua esistenza off line è terribilmente noiosa e, per così dire, conservatrice. Non è un’idea plausibile.

Prendiamo un’altra delle critiche da lei mosse nel libro. In questi ultimi anni, in Italia e credo anche in Gran Bretagna, si assiste, specie nella stagione primaverile ed estiva, a un fiorire di manifestazioni culturali che chiamano a raccolta intellettuali, filosofi, scrittori, musicisti dando loro voce. Lei si professa estremamente critico verso tali forme di infotainment, o divertimento culturale, citando a proposito le parole di Hannah Arendt: “Non […] la cultura di massa, ma un entertainment di massa alimentato dagli oggetti della cultura del mondo”. Non crede, però, che tali eventi possano influire positivamente sull’opinione pubblica, e favorirne la crescita culturale?

Qualsiasi giudizio al riguardo deve essere molto equilibrato. Credo che qualsiasi forma di partecipazione popolare a incontri e letture di poesia, dibattiti su libri o spettacoli e balletti sia da salutare con entusiasmo. Né è mia intenzione disdegnare qualsiasi iniziativa venga lanciata. Quel che ho tentato di illustrare, piuttosto, è un problema diverso: sempre più, in Europa e altrove, la cultura è vista non come elemento importante di per sé, bensì quale escamotage utile allo sviluppo regionale o alla rivitalizzazione delle aree urbane, o ai fini di una ripresa dell’economia. Gli uffici turistici sono in preda alla smania di intercettare e attirare quanti più visitatori possibili nelle loro città. Di qui i vari circuiti e incontri simil-culturali, che non nascono da un autentico desiderio di esplorare idee nuove, bensì puntano a tutt’altra meta. Ecco quel che io contesto.

Quella cui lei ha accennato è un po’ la politica del sindaco di Roma, Walter Veltroni. L’evento culturale quale motore, in ultima analisi, del turismo.

Proprio così. E in Inghilterra il fenomeno sta assumendo proporzioni davvero notevoli: anche in città assolutamente grigie e squallide, prive del minimo interesse o attrattiva, hanno ospitato diversi “festival” che hanno attirato un certo numero di persone. Ma si è trattato di eventi assolutamente non-culturali, e che io non posso che screditare.

Molto ci sarebbe anche da dire sul legame che si è andato via via imbastendo tra università e mondo del business. In Italia, e di certo anche in Gran Bretagna, molti ritengono che questa partnership rappresenti l’unica soluzione per salvare le scuole e gli istituti di alta formazione culturale. Come mai lei si dice contrario?

In tutta sincerità, posso dirle che non sono contrario all’idea che il mondo imprenditoriale, non meno di qualsiasi altra realtà, sostenga gli istituti di alta formazione e le università. Inizio a preoccuparmi, però, nel momento in cui l’istruzione di alto livello, alla stregua degli eventi culturali di cui sopra, viene percepita come qualcosa che può essere plasmato e pilotato in base alla scala di priorità dei grandi interessi economici. Difatti, lo sviluppo di idee nuove e il pensiero creativo non seguono, ahimè, le logiche di mercato. Non si può semplicemente rispondere a queste ultime e dire: “D’accordo. Sarà fatto”, proprio perché le idee richiedono un particolare tempo di decantazione, e ognuna va alimentata e coltivata a modo proprio. Ecco perché, a mio parere, un sistema di alta formazione calibrato esclusivamente sul mercato, o che da questo dipenda immediatamente, rischia di deviare dal sentiero che gli è proprio: quello dello sviluppo del sapere e della creatività, che hanno leggi ed esigenze proprie, alle quali non si può ovviare. Quanto alle università, due in particolare sono i fenomeni che mi preoccupano: da un lato, le pressioni del mercato e del mondo degli affari; dall’altro, quelle politiche e di governo. In entrambi i casi, si mira a ricorrere all’istruzione di alto livello quale milieu intellettuale che funga da panacea ai propri mali.

Traduzione di Enrico Del Sero

 

 


 

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