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324 - 05.07.07


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Ma il suo relativismo
oggi è inutilizzabile

Martha Nussbaum
con Elisabetta Ambrosi


La filosofia e lo specchio della natura? Un libro fuorviante. Rorty come il pensatore che ha unito analitici e continentali? Per nulla, è un lavoro che hanno fatto ben prima Cavell e Habermas. E ancora: Wittgenstein e Heidegger? Pensatori con una visione “cultuale” della filosofia, che oggi non ci serve più. Neoaristotelica, antirelativista, a favore di una visione universalista della filosofia come impegno politico per una difesa dei diritti umani e dell’eguaglianza tra individui: si sapeva che Martha Nussbaum non fosse vicina alle posizioni di Rorty. La filosofia americana spiega perché la vera stella filosofica americana non è Rorty, ma, piuttosto, John Rawls.

Rorty è stato l’autore che ha teorizzato la cosiddetta “svolta linguistica”, l’idea della natura intrinsecamente linguistica di tutte le nostre idee e azioni. Questa tesi si accompagnava all’argomentazione relativa all’impossibilità di “catturare” la realtà in sé. Qual è stata l’importanza di questa scoperta per la filosofia americana?

In realtà, direi che molti sono gli autori prima di lui che si sono focalizzati sul linguaggio. La centralità del linguaggio era una caratteristica del positivismo logico degli anni ’50 e ’60. In ambito morale, ad esempio, C. L. Stevenson e R. M. Hare anticiparono l’idea che l’etica deve cominciare dallo studio del significato e della funzione del linguaggio morale. Quello che Rorty ha fatto è stato più che altro teorizzare questo approccio in maniera più astratta.

La critica verso una filosofia che rivendica la possibilità di descrivere in maniera oggettiva il mondo esterno, finalizzata al possesso della “Verità”, era in Rorty strettamente legata alla decostruzione del concetto di autorità. Quanto è importante questa decostruzione per la filosofia e più in generale per la democrazia e la politica?

Secondo me la principale opera filosofico-storica di Rorty, La filosofia e lo specchio della natura, non è affatto un’opera riuscita. Ha fornito una visione molto parziale e distorta della storia della filosofia e basato la sua “decostruzione” su quella visione. Per esempio, ha praticamente ignorato il mondo antico, che non aveva alcuna nozione di rappresentazione mentale come rispecchiamento del mondo. Sarebbe assai difficile trovare quella visione tra i pensatori greci e romani, e tuttavia essi espressero una vasta gamma di questioni filosofiche. Ecco perché la tesi che la teorizzazione filosofica richieda quella visione è problematica e Rorty non l’ha mai argomentata in maniera convincente. Per questo non trovo quel libro utile, né credo che coloro che studiano la storia della filosofia possano trarvi giovamento.

Rorty ha però “importato” autori come Heidegger, Nietzsche e Wittgenstein e in qualche modo gettato un ponte tra pensatori analitici e continentali. Quali sono state secondo lei le conseguenze filosofiche di questa operazione? E quanto importante sono questi autori per lei?

Di nuovo, credo che si stia largamente sovrastimando il ruolo di Rorty. I lavori di Wittgenstein sono stati assolutamente centrali per la filosofia anglo-americana durante la vita di Wittgenstein e successivamente: dopo tutto, lavorava e insegnava in Inghilterra e i suoi più importanti allievi erano inglesi o americani. Nietzsche è stato molto influente attraverso varie fonti. Bernard Williams, ad esempio, ha avuto sempre un amore per Nietzsche, ed è stato proprio lui a generare il mio interesse per il filosofo tedesco, prima ancora che Rorty avesse scritto alcunché sul pensatore tedesco. Heidegger è stato sempre insegnato ad Harvard da Stanley Cavell, che oggi ha ottant’ani, ovvero cinque più di Rorty. Ed è Cavell quello che ha davvero cominciato a unire analitici e continentali in maniera esplicita. Lo stesso hanno fatto Habermas e Rawls, che sono anagraficamente più anziani di Rorty. Insomma, Rorty ha fatto cose filosoficamente significative, ma non era certo solo.

Quanto sono stati importanti, in ogni caso, per lei quegli autori?

In realtà, nessuno di questi autori è centrale per me oggi, perché nessuno ha dato un contributo significativo alla filosofia politica. Su Nietzsche tuttavia ho scritto e tenuto corsi. Ritengo invece l’intero approccio heideggeriano alla filosofia altamente discutibile, soprattutto nella misura in cui Heidegger si pose come una sorta di guru rispetto ai suoi discepoli, e creando una sorta di vero e proprio culto. Credo infatti che i culti non debbano avere alcuno spazio nella filosofia, che è un’attività socratica democratica. Ma non ritengo neanche che Heidegger fosse un filosofo importante. Insomma, non trovo un uso possibile dei suoi lavori. Wittgenstein è stato invece un filosofo di rilievo, ma anche qui, la sua pratica della filosofia era troppo amante del culto e focalizzata sul ruolo della personalità. Preferisco, ripeto, un approccio più democratico. Non è un caso che il filosofo continentale che ritengo più degno di essere studiato e che ammiro di più è Habermas, che continua in maniera lodevole la tradizione del razionalismo kantiano, con un impegno profondo verso l’apertura e l’autonomia dei suoi studenti.

Rorty si definiva più come un pragmatista che come un post-modernista. Lei ha spesso sottolineato l’importanza per la sua filosofia delle riflessioni di Dewey. Ritiene che il pragmatismo sia la tradizione filosofica americana più fertile?

In verità, ho scritto solo sugli scritti di Dewey relativi all’educazione, perché sono quelli che conosco meglio. Ad ogni modo, non sono stata molto influenzata dal pragmatismo. Sono sicura che sia una tradizione importante, ma mi volgerei anche alla tradizione precedente di Thoreau e Emerson, ripresa poi da Stanley Cavell. Personalmente, ritengo che il filosofo più importante della tradizione filosofica americana sia di gran lunga John Rawls.

Rorty condivideva l’espressione, coniata da Vattimo, di “pensiero debole”, una declinazione particolare del post-modernismo. Le sue peculiarità sono il rifiuto di un concetto forte di verità e la difesa di un relativismo leggero, tollerante e solidale. Come giudica questa posizione?

Il relativismo rortiano non è certo la posizione più difendibile; al contrario, ci sono forme di realismo, come ad esempio il “realismo interno” di Putnam, assai molto più seducenti. Oppure, sempre in ambito etico, trovo attraente la visione non relativista della giustificazione di Rawls, tanto che l’ho ampiamente usata nella mie riflessioni.

Condivide almeno l’idea rortiana che la filosofia sia molto vicina alla letteratura?

Non userei granché grandi categorie astratte come “filosofia” e “letteratura”. Credo che possiamo dire cose più sensate solo se facciamo affermazioni più specifiche. Io, ad esempio, ho affermato che determinate visioni nell’etica normativa (visioni caratterizzate da un interesse neo-aristotelico nella virtù e nella percezione) dovrebbero essere integrate attraverso lo studio di un tipo particolare di romanzo (quelli di Henry James e Proust sono esempi centrali) per sviluppare le proprie intuizioni nel modo più perspicuo. Ci sono altre asserzioni concrete che si possono fare circa singole connessioni tra parti della filosofia e tipi specifici di scrittura letteraria. Ognuna di queste rivendicazioni va però valutata separatamente, sui suoi propri meriti.

Come giudica il modello di religione difeso da Rorty e Vattimo, un modello dove la credenza in Dio e Cristo è in qualche modo secondaria rispetto alla tolleranza e alla carità? È vicina al suo modo di vivere la religione?

La mia religione è l’ebraismo riformato, nel quale l’impegno verso la giustizia sociale è centrale, e le credenze teologiche e metafisiche secondarie. Quanto alla religione in generale e al rapporto tra religione e politica, credo che in una società pluralistica come la nostra dobbiamo esigere principi politici che mostrino rispetto per tutti i cittadini, qualsiasi sia la loro dottrina religiosa. Ecco perché ritengo che essi non debbano essere basati su una visione come la mia, che potrebbe non essere supportata e condivisa da altri cittadini ragionevoli. I principi politici non dovrebbero fare alcuna rivendicazione metafisica e dovrebbero focalizzarsi sul terreno etico, quello che tutti i cittadini sono in grado di condividere nella loro ricerca di giustizia.

Qual era, per concludere, la sua relazione con Rorty? Che ricordi ha di lui e quali emozioni le suscita la sua scomparsa?

Purtroppo conoscevo pochissimo Rorty. Quando ho insegnato, come Young faculty member, a Princeton nel 1978-9, lui era in anno sabbatico, e così ho perso l’opportunità di conoscerlo a fondo. Quando più tardi lo incontrai, intorno all’incirca al 1981, non ebbi di nuovo la chance di approfondire i nostri rapporti perché Rorty era un uomo molto timido. In effetti, i filosofi di quella generazione che conosco meglio sono Bernard Williams e John Rawls, (sulle cui morti ho scritto), Richard Wollheim, che ho molto amato, Robert Nozick, che pure ho ammirato tantissimo e che è scomparso in maniera tragicamente precoce, e, infine, i miei cari amici (viventi) Hilary Putnam e Stanley Cavell. Entrambi stanno molto bene. Putnam ha appena celebrato il suo ottantesimo compleanno in grande salute, e sta lavorando alacremente in molti ambiti, dalla filosofia politica alla filosofia della matematica. Sarà un relatore all’incontro annuale della nostra Human Development and Capability Association a New York quest’anno. Queste sono le persone verso cui ho, insomma, forti emozioni. Tuttavia l’anno scorso, quando Rorty ha tenuto la Dewey Lecture alla nostra Law School, sono stata felice di avere l’opportunità di parlare ancora una volta con lui. Sfortunatamente, ebbe cattive notizie sulla sua malattia proprio durante quella vista, così rientrò prima di quanto stabilito. In ogni caso, nonostante non abbia ricordi personali emozionanti relativi a Rorty, sono davvero spiaciuta del fatto che sia scomparso così presto. Come Williams, che è morto sempre a settantacinque anni, aveva ancora un grande contributo da dare.

 



 

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