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323 - 21.06.07


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Racconti di amori sospesi

Martina Toti


Un indizio l'autore ce lo offre già dal titolo: “Tre storie belle”. Il suggerimento ci viene dall'aggettivo che segue - e non precede - il sostantivo. “Tre belle storie” sarebbero stati racconti fatti di happy end e ritratti di personaggi, sentimenti e famiglie troppo simili agli spot pubblicitari di qualche marca di biscotto. “Tre storie belle”, invece, non escludono ombre, malinconie, emozioni dolorose e, neppure, i tentativi del nostro inconscio di negarci alla prova del sentimento.

Francesco Roat scrive di tre amori incapaci di essere vissuti, di un amare malato che lascia soli, in fuga e che, a volte, si trasfigura in un eritema infiammato che lega il polso come un bracciale troppo stretto.
Una donna, vinta da una delusione d’amore troppo forte, decide di abbandonare tutto, di farsi suora senza molto convincimento e di trasferirsi sull’isola di Ceylon per curare e accudire gli orfani del posto. Vede nei bambini abbandonati i figli che non ha mai avuto, la madre che non è mai potuta diventare e, un giorno, improvvisamente riscopre la propria femminilità, fino ad allora annullata sotto il velo.
Un uomo-orco, che continua a definirsi un professionista stimato e viaggia su automobili di lusso, è, nella realtà, un commerciante di bambini per il traffico di organi. E’ un uomo solo che ha imparato a essere indifferente alla sofferenza dopo un’infanzia di abusi e abbandoni. Un giorno però un bambino rumeno, anche lui destinato al mercato degli organi, gli fa riscoprire tutte le ombre del suo passato.
Infine, un uomo anziano ha sempre amato una donna impossibile. L’operaio e la contessa, servo e Signora: un amore mai vissuto appieno, mai rivelato, platonico, quasi cortese.

Francesco Roat ci guida attraverso le sue storie con una scrittura che è, allo stesso tempo, semplice e ricca, reale e metaforica nella descrizione dei luoghi, delle persone, delle cose. E tuttavia, ogni elemento dei suoi racconti tende a superare la barriera della realtà materiale e a inoltrarsi nel campo dei sentimenti e delle emozioni nascoste. Il vento o la pioggia non soffiano e cadono a caso. A tratti, addirittura, è l’emozione nascosta a irrompere nella materia e così i sentimenti che sono stati negati troppo a lungo si fanno prurito, bruciore, piaga sulla pelle dei protagonisti.

Tantissimi autori hanno scritto di amori strani, angosciati. Kundera scriveva di amori ridicoli. Ma le storie di Roat respirano un’atmosfera differente, come fossero sospese. In quest’idea dell’amore negato e potente, dell’emozione sofferta, non può sfuggire un’affinità “elettiva”, riconosciuta dallo stesso Roat, con una grande, e spesso dimenticata, scrittrice italiana, Anna Maria Ortese.
Le emozioni dei personaggi di Roat, le loro ombre, il loro lato oscuro li avrebbe potuti commentare la Ortese stessa, magari così: “Sono cose che accadono, almeno una volta nella vita, a tutti. Alcuni le ricordano, e le rivivono, per sempre”.

Francesco Roat,
Tre storie belle,
Travenbooks, 2007
pp.167 – 14,00 €

 



 

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