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320 - 02.05.07


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Buzzati in chiave esoterica

Francesco Roat


L’originale tesi di Vittorio Caratozzolo intorno a Il deserto dei Tartari di Buzzati è che esso rivelerebbe “una cultura ‘esoterica’ che trova alcuni suoi fondamenti nella teologia egizia, nella tradizione orfica, nella filosofia platonica, nonché, naturalmente, nella religione cristiana”. Nel suo vasto, documentatissimo e assai articolato saggio l’autore si propone dunque di scovare le tracce di tale esoterismo analizzando in primo luogo il cammino esistenziale/iniziatico di Giovanni Drogo – che, come tutti sanno, è il protagonista del Deserto – un giovane ufficiale assegnato alla Fortezza Bastiani in un non ben precisato luogo remoto e desertico, al confine con le terre un tempo attraversate, appunto, dai Tartari. Per quasi tutto il romanzo Drogo e commilitoni attendono invano di incontrare o misurarsi col nemico (o comunque col cosiddetto popolo del Nord) e, dopo svariati anni, l’ormai anziano ex tenente, ammalatosi e lasciata la Fortezza, dovrà affrontare ben altro avversario: la morte, che Drogo accoglie con serena accettazione. Questa, in sintesi, la trama del romanzo; ma veniamo all’analisi interpretativa di Caratozzolo.

Innanzitutto – a parte la sottolineatura del depistaggio strategico di Buzzati, volto a far credere al lettore per tutto il libro che i Tartari, presto o tardi, arriveranno – viene sottolineata la caratteristica atopica e liminare del luogo dove è situata la Fortezza Bastiani: né ambito urbano né rurale, ma ai confini tra il mondo altro dei Tartari e quello civilizzato occidentale. E vien posto l’accento sulla dicotomia oppositiva fra la popolazione della Fortezza e la figura paradossalmente insieme assente/presente dell’alterità che è simboleggiata dall’universo alieno/irriducibile al nostro, e che viene situato/immaginato oltre confine. Si contrappongono quindi il caos della barbarie e il cosmo degli europei, l’ambito pre-logico e il logos, l’inconscio e il conscio, l’assenza di regole e il regolamento (specie militare). Vera e propria frontiera semiotica, il deserto, sin dai tempi biblici allude a meditazione/contemplazione e distacco dal mondo profano: è luogo di passaggio/trasformazione per antonomasia. Ma come sarà possibile ai guerrieri-eremiti uscire dallo stallo tra gli opposti inconciliabili di cui sopra?

Caratozzolo ci ricorda che solo Drogo riuscirà a farlo, riferendosi alla risoluzione finale adottata dall’ufficiale, giacché egli supererà ogni confine e risolverà ogni dicotomia lacerante: “semplicemente non opponendo resistenza, e accettando l’irruzione di tutte le entità contrappostegli”. Certo questa è interpretazione metaromanzesca ed una parola definitiva in questo senso non è possibile tracciarla, anche solo perché il Deserto si chiude giusto prima della resa finale del protagonista; ma tutto nel capitolo conclusivo ci mostra come Drogo sia finalmente pervenuto alla soluzione giusto in articulo mortis, anche se Buzzati non giunge a descriverci il decesso del suo antieroe.

Comunque il romanzo si conclude in prossimità di un trapasso allusivo verso un oltre di cui si dice ben poco ma che non sembra preludio d’annichilimento o morte definitiva ma presagio di un perdurare dell’essere che ha sentore/speranza in una prosecuzione/resurrezione. Parlando della annunciata morte di Drogo e della fine del romanzo, Caratozzolo ci fa altresì notare il parallelismo tra l’inizio del libro e la sua chiusa, attraverso una specularità/circolarità che si coglie a livello topico. Ci troviamo in una stanza, lontani dalla Fortezza, sia nell’incipit che nel finale: la prima è quella della casa materna del giovane tenente; la seconda è la camera d’una locanda sconosciuta presso la quale Drogo è destinato a spegnersi.

Assistiamo allora all’alba e al crepuscolo della vita adulta (consapevole) del protagonista, che non a caso ha il nome biblico di Giovanni (interessanti i nessi o incroci testuali che Caratozzolo coglie fra vari passi biblici e le pagine del Deserto). Ma è nella scena finale del romanzo, la quale prelude ma non giunge alla morte di Drogo (segnale forse di negazione della morte come evento/dato definitivo), che Caratozzolo ravvisa il carattere ascetico/iniziatico dell’ultima prova cui deve sottoporsi l’ex tenente.

L’iniziazione e la prova vengono superate: ciò che il protagonista aborriva – l’exitus – gli si rivela, con implicito stupore, una “cosa semplice e conforme a natura”. Drogo, nota il critico, ribalta/rigetta lo stile di vita precedente, riconosce l’insensatezza dell’ideologia eroico-militare perseguita con più o meno coerenza in tutto il libro/cammino vitale. Anzi Drogo, afferma Caratozzolo, resta pur sempre “l’eroe del testo”, tuttavia la sua gloria non dipende più da quella derivante dall’impresa bellica ma diviene battaglia/conquista interiore, condotta attraverso un “percorso iniziatico-esistenziale, avente come meta il sapere mistico”.

Così il mistero della vita si rivela al cospetto della morte, che non appare più nemica (ogni nemico è scomparso o, meglio, mai è apparso davvero nel Deserto). L’apocalisse personale di Drogo si compie, come già Buzzati aveva in precedenza annunciato (e Caratozzolo puntualmente ci segnala il suggestivo parallelismo testuale fra l’apocalisse giovannea e alcuni brani del romanzo). Così il passo al di là: oltre la vita – per dirla con Blanchot – sta per compiersi. I confini cessano di essere tali; non si dà più iato/contrasto fra ragione e passione, esterno ed interno, cosmo e caos. Nell’accesso finale ad una unità conciliatrice attraverso/oltre la morte, Drogo, secondo quest’ottica ermeneutica, perviene ad una pienezza/realizzazione spirituale che suggella il compimento del cammino iniziatico del protagonista. Di contro, pure il lettore “cresce” in consapevolezza alla pari dei progressi spirituali/cognitivi di Drogo; con lui supera “le ambigue trappole della comunicazione” fabbricate da Buzzati per depistare e/o mettere alla prova insieme a Drogo pure chi legge.

Quanto alle altre figure maschili del testo, i commilitoni dell’ufficiale sembra non intendano né possano emanciparsi da una visione ingessata dell’ideale militare, incapaci come sono di distogliere lo sguardo dal confine e dalla panoramica/prospettiva esteriore (uno sguardo sempre e solo rivolto/teso all’oltre e all’altro da sé) e non già mai orientata verso l’interno (autoriflessiva e meditativa). La stessa ferrea regola militare costringe peraltro i soldati a comportamenti formali, inautentici e vacui, come anche i mai raggiunti né raggiungibili obiettivi militari (vigilare su un nemico non presente a priori). Così l’assenza con cui confrontarsi, scrive Caratozzolo, fa risaltare ancor di più l’assurdo della macchina militaresca: vera e propria macchinazione a cui si arrendono gli assai poco consapevoli commilitoni di Drogo.

Dunque all’apparenza non c’è sviluppo, crescita, storia nel Deserto; perché appunto all’esterno nulla ha da compiersi. Ma, dice bene Caratozzolo rispetto a questa stasi apparente, “lo sbocco da tale circolarità si può trovare solo cambiando radicalmente la propria visione della vita”. Perciò viene qui ribadita da parte del personaggio principale: “un’iniziazione al sapere mistico” di chi riconosce l’inessenzialità/irrealtà di ogni frontiera (vita-morte, io-mondo, interiorità-esteriorità). Demarcazioni che di volta in volta vengono a cadere/svanire per Drogo nel Deserto. Dopo, quando la soglia iniziatica sia stata varcata, conclusosi il romanzo e chiuso il libro, Caratozzolo ritiene possa darsi/immaginarsi secondo Buzzati per Drogo (per l’uomo) il miracolo di una resurrezione/prosecuzione oltre ogni fine. Resurrezione (cui fanno da sempre riferimento un po’ tutte le Tradizioni religione di ogni latitudine) qui prefigurata in tracce allusive che lo scrittore ha disseminato soprattutto nei capitoli XI (l’episodio del sogno sul risorto commilitone Angustina) e XXX (con l’annunciato exitus di Drogo). Va però chiarito che Caratozzolo ritiene il romanzo di Buzzati mai sia esplicito rispetto all’aldilà, bensì sempre e solo allusivo e metaforico: “più che con una divinità ultraterrena, il testo buzzatiano intrattiene un rapporto intenso con il mistero, mai svelato del tutto”. (Ricordo a tale proposito che il termine mistero viene dal greco antico mysterion, da mystes: iniziato, derivato a sua volta da myein: chiudere occhi e/o bocca per non palesare la segretezza del rituale).

La conclusione della vicenda/iniziazione di Drogo, a detta di Caratozzolo, induce piuttosto a cogliere il destino come attesa di qualcosa. Ma un’attesa non nel segno dell’inquietudine quanto della pacificazione. Il protagonista infatti opera un “graduale distacco dalle cose terrene” per giungere un’ennesima ultima volta sulla soglia per eccellenza: la morte. Commiato, ci fa notare il Nostro, che è anticipato da un progressivo oblio/allontanamento rispetto alle modalità di vita precedenti (Drogo si allontana, ad esempio, dalle figure femminili della madre e dell’ex fidanzata: dall’amore filiale e dall’amore erotico, potrei anche suggerire); scorda e non riconosce nemmeno più il proprio diario giovanile. Tale distacco, puntualizza ancora Caratozzolo, è doppiamente catartico: per Drogo e per il lettore. La morte annunciata dell’ufficiale è peraltro diversa dalle altre due morti dei militari Angustina e Lazzari (il riferimento al Lazzaro risorto sembra palese), in quanto esso si impone quale “superamento della logica militare” che nel Deserto appare basata su coppie di valori antitetici (regolamento-ribellione, scorrettezza-espiazione, ecc.). Drogo è ormai fuori dalla Fortezza e la sua morte viene presentata non come un castigo ma come un premio.

Per quanti obbiettassero una forzatura ermeneutica in questa interpretazione di Caratozzolo, va detto che l’autore a ogni buon conto precisa come in effetti non vi siano collegamenti diretti/espliciti fra le varie concezioni religiose prese in esame nel suo saggio (antiche credenze egizie, buddhismo, ebraismo e cristianesimo) ed il Deserto dei Tartari, che non può certo esser visto quale trattato di mistica o un testo che voglia veicolare un preciso messaggio spirituale/fideistico; pur se resta – secondo il Nostro – che il romanzo è attraversato da una numerosa serie di immagini e motivi concettuali/ideali riferibili a svariate tradizioni religiose (si vedano solo i rimandi e gli accenni al Libro tibetano dei morti che Caratozzolo ritiene di poter estrapolare dal romanzo).

Ultima considerazione che ritengo particolarmente originale e interessante è vedere il Deserto quale un articolato mandala (lo schema/paradigma iconografico caro al buddhismo tibetano) entro cui si staglia l’ulteriore disegno mandalico della Fortezza Bastiani: labirinto recante simboli innumerevoli, il quale costituirebbe una sorta di imago mundi: di immagine del mondo che il protagonista deve apprendere ad abitare e quindi lasciare (come il mandala fatto di sabbia colorata che i monaci, una volta terminatolo, consegnano al vento affinché lo disperda). Il che ci porta a dover ricondurre il libro di Buzzati all’interno di un più vasto messaggio esoterico, esistenzialista e, perché no, antimilitarista, che il romanziere ebbe il coraggio di dare alle stampe in un’Italia fascista alla vigilia del nostro ingresso nel tragico teatro della seconda guerra mondiale.

Vittorio Caratozzolo,
La finestra sul deserto – a oriente di Buzzati,
Ed. Bonanno, pp. 178, € 18,00

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