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318 - 30.03.07


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Eagleton, frecciate
nella sfera pubblica

René Capovin


Terry Eagleton, noto soprattutto per i suoi studi di teoria letteraria e per una fondamentale ricostruzione della cornice socio-storica in cui venne a delinearsi la moderna categoria di “estetica”, raccoglie in quest’opera una serie di recensioni (ma la formula usata nel sottotitolo, “saggi critici”, rende più giustizia alle pretese dei testi) uscite su riviste inglesi nell’arco degli ultimi dieci anni. L’autore mette le cose in chiaro già nella prefazione: “chi scrive è un intellettuale ‘di sinistra’ e rigorosamente minoritario – e non potranno lagnarsi, liberali e conservatori, se per una volta un esponente del fronte radical si permetterà di usare accenti polemici o satirici. Sono così tanti, loro…” Questa premessa, di per sé piuttosto disinvolta (rappresentarsi come outsider rispetto ad una qualche intellighenzia è mossa inflazionata, addirittura maggioritaria in certi contesti accademici) introduce l’idea, quanto mai rivelatrice, secondo cui questi testi dimostrerebbero “che in definitiva attorno a noi esiste ancora, sia pure ridotta a miseri resti, una specie di sfera pubblica entro cui poter scrivere di argomenti complessi, ma in modo accessibile”.

Ora, se con sfera pubblica intendiamo un insieme di ascoltatori colti, pazienti, con sufficiente riserve di tempo e sensibilità per seguire le arguzie e le stilettate dispensate a filosofi, critici letterari, giornalisti e calciatori, i conti potrebbero anche tornare. In effetti, scheda dopo scheda, “Beckham” dopo “Bobbio” e dopo “Scuola di Francoforte”, ci si rende conto che Eagleton ricerca una specie di esperanto colto, un gergo non (troppo) professionale con cui redigere dei mini-bignami versione extra-lusso, traboccanti di brio e orientati da tesi nette e, almeno nelle intenzioni, controcorrente (per esempio: il post-modernismo e il post-colonialismo, assunti come ideologie mainstream, nasconderebbero sotto l’apparente radicalismo teorico un sostanziale conservatorismo politico – un giudizio, per la verità, piuttosto mainstream, nella tribù dei controcorrente). Questa serie impressionante di pezzi di bravura, in cui rimandi, ammiccamenti e citazioni incorniciano affondi decisi e spesso, come dire, un po’ sopra le righe, induce a concludere che evidentemente in Inghilterra esiste (o viene supposto esistere) un insieme abbastanza consistente di lettori capaci di seguire le lunghe scorribande di Eagleton per –ismi e –ità.

Proprio la virulenza e la profondità di tali attacchi, però, dovrebbe sollevare un problema: sono validi? Stanno in piedi? Una domanda di questo tipo sembra implicare un diverso tipo di lettore, e quindi una definizione di sfera pubblica molto lontana da quella sopra delineata: porsi criticamente davanti a questi testi richiede un lettore dotato di un certo bagaglio di conoscenze specialistiche e, soprattutto, indipendenti dal filtro di Eagleton. Tale prestazione, allargata a tutto lo spettro intellettuale coperto dal libro, risulta ovviamente impraticabile: il lettore che riuscisse a passare, con cognizione di causa, da un attacco in grande stile a Žižek a quattro schede centrate sulla politica culturale britannica, a Dario Fo, e via di questo passo, dovrebbe chiedere la cittadinanza onoraria di Vinci. In questo senso, la raccolta non può che essere usata come un giacimento di spunti da cui il singolo lettore-critico dovrà selezionare il sotto-insieme di testi che risulteranno più prossimi alla sua enciclopedia. Se procediamo così, però, possiamo avere sorprese spiacevoli.

Prendiamo due schede dedicate ad autori che, per motivi opposti, occupano un posto centrale nella prospettiva dell’autore. Iniziamo dalla voce “Lukács”. Problema di partenza: difficoltà da parte della tradizione marxista di incrociare la descrizione scientifica di ciò che è con il piano delle “prescrizioni relative a ciò che bisogna fare” – questione assolutamente decisiva per Eagleton perché solo un certo modo di “armonizzare il modo indicativo con il modo congiuntivo” lascia aperto lo spazio teorico per quella politica radicale che egli propugna. Segue breve ricostruzione delle principali oscillazioni, verso l’oggetto (determinismo) o verso il soggetto (volontarismo). Svolta: la teoria della mente di Lenin (“idee come copie o riflessi di oggetti reali”) fu superata dai tumulti nei campi e nelle fabbriche, quindi bisognava “recuperare un’idea di coscienza come intervento attivo piuttosto che come riproduzione esatta del reale” – questo fu l’arduo compito che Lukács risolse “rivolgendosi a Hegel piuttosto che a Kant”. Ora, se si ammette che Lenin era un kantiano perché pensava che le idee fossero copie delle cose, allora Eagleton vince, anzi stravince, ma barando; se, invece, si riconosce che questa associazione è perlomeno poco precisa e se si trova poco plausibile che un autore come Eagleton non ne sia consapevole, si deve concludere che quello che per l’autore significa “scrivere in modo accessibile” può voler dire, per il lettore, “scrivere in modo semplificatorio e fuorviante”. Rischi dell’impresa? Rischi inaccettabili, direi, almeno al considerare il modo in cui viene trattato Fish.

L’inizio è rugbistico: “Uno dei sintomi meno importanti del declino mentale degli Stati Uniti è il fatto che Stanley Fish sia considerato un intellettuale di sinistra”. In realtà, dice il professore inglese, Fish sarebbe “il vero Donald Trump dell’accademia americana […], uno sfacciato, chiassoso imprenditore dell’intelletto […], un filibustiere, […] uno che ha la stessa visione della vita di un agente immobiliare”, infine un personaggio schizoide, metà ragazzino impertinente metà professorone paludato, che ha avuto la fortuna di trovare un luogo in cui “aggressione e consenso vanno a braccetto: quel luogo è la corporativa società statunitense, di cui l’università rappresenta un microcosmo”. L’errore, o meglio, la colpa di Fish, è di dar vita a una diatriba contro l’universalismo dei liberali (per esempio, l’idea che esista qualcosa come un’assoluta libertà di parola) facendo ricorso ad assunti sbagliati quanto universali (nella fattispecie, l’idea che la libertà di parola verrà comunque declinata localmente, escludendo sempre qualcosa dall’ambito del dicibile). Insomma, tanto rumore per sostenere una esangue tesi para-comunitarista (“astrazioni come giustizia o eguaglianza vanno definite in modo più specifico”), non fosse che a Fish la “mielosa solidarietà degli uomini” non piace – Eagleton propende allora per uno sfacciato e chiassoso parallelo con Slobodan Miloševic, il cui tribalismo pro-serbi sarebbe stato il corrispettivo del tribalismo pro-accademici di Fish. Più in generale, Fish rappresenta l’apologia dell’ordine sociale al tempo del postmodernismo: non c’è più scissione tra la realtà spietata del capitalismo e l’ideologia universalista, tutto può essere spudoratamente ridotto ad auto-affermazione (nel senso: tutta la verità è questione di potere, il potere ce l’abbiamo noi americani, se non vi va bene, pazienza).

Non so se trovare meno convincente l’idea di un Miloševic come prototipo di tribalismo (chi, quel quadro di partito divenuto grande inventandosi manager identitario?) o quella di un Eagleton come accademico immune dalle vischiosità dell’accademia (hanno anche costruito un tunnel, sotto la Manica, e le compagnie low-cost atterrano anche a Manchester: qualche germe di corporativismo sarà arrivato anche là). Di sicuro, l’idea che le tesi di Fish possano essere valutate sulla base delle loro (presunte) ricadute politiche è un’idea… di Fish: ogni tribù accademica è costituita dalla condivisione di certi standard critici, e quella cui appartiene Eagleton non sembra fare eccezione. Ecco allora che proprio Eagleton, in quanto professionista della critica radicale, pare essere la conferma più inconfutabile della tesi secondo cui il significato non è qualcosa che sta nei testi, ma qualcosa che viene fissato dalle pratiche di lettura condivise da una certa comunità (professionale, tendenzialmente accademica) di lettori.

In conclusione, il fatto che questi saggi critici siano stati pubblicati non dimostra e non può dimostrare, come vorrebbe Eagleton, la vitalità della sfera pubblica (sia pure ridotta a miseri resti), non almeno se pensiamo ad una sfera pubblica di lettori che abbiano, qua e là, conoscenze un minimo tecniche; al massimo, ciò che può risultare “dimostrata” è l’esistenza di un’audience. Che queste recensioni abbiano un pubblico, poi, non è affatto sorprendente: i testi sono pieni di trovate, sono divertenti e, soprattutto, mostrano un autore che scrive divertendosi, cosa piuttosto rara e sempre invidiabile.

Terry Eagleton,
Figure del dissenso.
Saggi critici su Fish,
Spivak, Žižek e altri,

Meltemi, Roma, 2007

 

 


 

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