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318 - 30.03.07


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La vita da un punto di vista filosofico

Massimiliano Panarari


Salvatore Veca, studioso assai noto del pensiero politico e tra i maggiori protagonisti della filosofia italiana (attualmente vicedirettore dello Iuss di Pavia), ha abituato i suoi lettori da qualche tempo a “scivolamenti” e incursioni teoriche e di filosofia pratica nei terreni, come scriverebbe lui, del difficile “mestiere di vivere”.
Prima con Il giardino delle idee (Frassinelli), una sorta di manifesto di “filosofia infantile”, specie di iniziazione e viatico al pensare per la nipotina, la piccola Camilla; e successivamente con La priorità del male e l’offerta filosofica (Feltrinelli), dove le solide basi filosofiche di matrice analitica cui solitamente ricorre lo studioso milanese venivano sempre più declinate e fatte oggetto di una “torsione” speculativa nella direzione dei casi concreti dell’esperienza quotidiana di donne e uomini. Con il suo nuovo volume, Veca “rompe gli indugi” e vediamo l’intellettuale che ha introdotto in Italia la rawlsiana Teoria della giustizia (oltre a molta filosofia politica anglosassone) volgersi verso le “questioni di vita” e cimentarsi da un punto di vista concettuale con i territori di cui facciamo pratica esistenziale abituale, giorno dopo giorno.

“Conversazioni con il lettore”, le definisce il filosofo, considerato nella sua piena e autentica dignità di interlocutore e non di “spettatore di talk show” (o, peggio, di reality, all’insegna di quella deriva apparentemente inarrestabile che ci sta portando dalla società dello spettacolo descritta con preveggenza da Debord a una forma di totalizzante popolo televisivo, e sempre meno condiviso). Ecco, allora, che Veca imbastisce una serie di riflessioni intorno agli inaggirabili quesiti che investono il nostro vivere. Conversazioni, beninteso, e non “chiacchiere da bar sport”, nelle quali l’argomentare risulta seriamente filosofico, e il periodare segue i fili molteplici dei ragionamenti, nutriti dalle propensioni, dalle letture e dagli esiti del lavoro intellettuale dell’autore.

A cosa corrisponde, sotto il profilo teoretico, quella parola di cui sono stipati i sondaggi giornalistici e che riempie le nostre preoccupazioni sotto il nome di “qualità della vita”? Quali connotati presenta l’esperienza dell’abitare (naturalmente così differente, nella riflessione vechiana, dagli accenti e dagli echi heideggeriani)? In cosa consistono l’esperienza e la devozione erotiche, e l’attesa d’amore che le accompagna? In che modo l’intreccio possibile dell’esperienza della memoria e della compagnia con gli altri (la contaminazione con altre storie e vite reali) può rintuzzare e contrastare quel vero e proprio male che è la solitudine (quando è involontaria e non perseguita deliberatamente)? Quali sono i volti del dolore? Esiste un diritto alla felicità? E come si struttura l’oscillazione tra l’anima (la felicità privata) e la città (quella pubblica), con le sue fondamentali implicazioni per la vita democratica di una comunità? Quali sono i meccanismi e i marchingegni della “grande macchina del male”? Come si persegue lo sviluppo all’insegna della libertà e dei diritti fondamentali delle persone (o degli individui)? Come si conquista e assicura la dignità dell’invecchiare?

Le cose della vita è un almanacco che cerca risposte (sempre dubitative, e mai assertive) a tali interrogativi. Ed essendo sottotitolato Lezioni personali costituisce anche un catalogo delle preferenze e opzioni culturali dell’autore, sotto la forma di dodici ritratti di grandi maestri: Vilfredo Pareto, Carlo Rosselli, Karl R. Popper, Lewis Mumford, Enzo Paci, Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Franco Antonicelli, John Rawls, Robert Nozick, Bernard Williams e Marco Mondadori.

Un libro che rappresenta un elogio dell’incompletezza e una collezione di “prove di autoritratto” intellettuale applicato all’esistenza, senza alcuna pretesa di esaustività o, ancor meno, di assolutismo culturale. Congetture e mai verità stentoree; del resto, come potrebbe essere diversamente per un filosofo che dei diritti umani, dell’invenzione di un “approccio sostenibile” alla giustizia sociale (e, molto tempo prima di un “marxismo relativistico”) e del migliorismo (nell’accezione alta del termine) ha fatto i pilastri del proprio pensiero? Quello che emerge, una volta di più, è il relativismo (e il rigetto nei confronti di tutti i monismi), cui è approdata da tempo la ricerca filosofica di Salvatore Veca. “Relativismo ben temperato”, ci permetteremmo di definirlo, che respinge, nuovamente, gli eccessi di radicalismo, nei quali scorge forme inutilmente dogmatiche e cui rimane perennemente allergico, perché gli ideali, i valori, le molteplici formule e prospettive che contraddistinguono le visioni degli uomini (i quali, non smette di rammentarci l’autore, abitano il medesimo mondo) possono, alla fine, venire ricondotti a traduzione, come dimostra sulla scorta dell’argomentazione anticartesiana portata da Donald Davidson (e dall’attacco da lui sferrato contro il terzo dogma dell’empirismo).
“Relativismo relativistico e relativizzato”, in un certo senso; molto probabilmente il modo migliore, sotto il profilo teoretico (e fors’anche pratico), di approcciare e affrontare le cose della vita.

Salvatore Veca
Le cose della vita. Congetture,
conversazioni e lezioni personali
,
Rizzoli, Milano 2006, pp. 294, 9,80 euro

 

 

 


 

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