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318 - 30.03.07


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Bush è morto

Alessandro Russo


George W. Bush è morto, anzi morirà in autunno. A organizzare l’attentato al Presidente degli Stati Uniti d’America è stato Gabriel Range, regista inglese. Un omicidio preventivo, avverrà il 19 ottobre 2007 a Chicago, e questa volta non per mano di un biscottino salato meglio chiamato pretzel, ma per due colpi di arma da fuoco. Una morte più degna per un capo di Stato. In Italia l’eclissi del presidente è visibile dal 16 marzo, quando Death of a President uscirà nelle nostre sale. La morte organizzata, che si è conquistata il premio internazionale della critica Fipresci, è stata già vista al Festival del Cinema di Toronto, dove un nutrito numero di cittadini americani ha assistito per la prima volta all’omicidio del proprio premier. Negli Stati Uniti pare che l’omicidio abbia riscosso notevole successo soprattutto a New York e a Los Angeles, malgrado una distribuzione non favorevole, e che gli spettatori siano rimasti attoniti e in religioso silenzio per la plausibilità dell’opera.

Gabriel Range ha organizzato un vero e proprio evento cinematografico puntando a un prodotto che comprendesse al suo interno tutte le regole di un’inchiesta televisiva, ma anche la forza narrativa di un thriller. E questo è il suo punto forte. Non ha fatto una docufiction, ma, ci tiene a sottolineare, ha reso la verità rarefatta come un artificio e l’artificio talmente ben congegnato da apparire denso come la verità.

Si comincia in volata su New York, il vuoto del Ground Zero, con le immagini aeree di un’America seriale e organizzata. Dalle macchine in corsa all’urbanizzazione civile, arriviamo a Chicago insieme all’Air Force One che atterra portando con sé il fiume di simpatia presidenziale G.W. Bush. Non è la controfigura, è esattamente il signor George a scendere dal velivolo e a interpretare magistralmente se stesso Presidente, più attore di Ronald Reagan, che pure incontreremo più avanti nel film, non molto riconoscibile, a dire il vero, nella sua cassa da morto. Un’ultima grande interpretazione di Ronald, stuntman presidenziale per i funerali del collega George W. Un inconsapevole cammeo post mortem. Attore inconsapevole più di tutti, perché a nessuno comunque è stato concesso recitare in questo film, neanche agli attori che interpretano i personaggi in interviste emozionanti, che definire realistiche è un offesa. Il film procede come un’eccellente inchiesta televisiva datata 2008 in cui gli intervistati, tutti legati in qualche modo alla vicenda del 19 ottobre 2007, raccontano la morte del presidente.

“Siamo tutti convinti che la macchina da presa non possa mentire. Questo film, però, dimostra in maniera estrema quello che può avvenire”, racconta Gabriel Range. E in effetti sono bastati quei soli dieci minuti di immagini di repertorio, i venticinque giorni di riprese, il ricorso a qualche effetto visivo e un ottimo montaggio – questo durato quattro mesi – per rendere il tutto più che reale. Una realtà che si rafforza con la scelta degli attori, pressoché sconosciuti.

Nel film c’è un presidente amato prima di tutto per rispetto verso la carica istituzionale. Un presidente coccolato da una probabile ghostwriter, appassionata autrice del suo celebre gigioneggiare, e dal suo entourage. C’è l’amministrazione delle promesse e quella della guerra preventiva. C’è la sicurezza che si distrae ingenuamente e quella che acuisce i controlli agli aeroporti e negli hotel. Ci sono le visite presidenziali, il salvagente di parole sull’economia in ristagno, gli affondi sugli stati canaglia. Si conclude che il presidente e il suo staff hanno decisamente fornito negli ultimi anni materiale prezioso al regista.

Dal film alla cronaca, Hillary Clinton, forse temendo un contraccolpo dall’omicidio preventivo dell’avversario, ha esorcizzato la pellicola criticandola a priori e gridando allo scandalo di lesa maestà. Le immagini però non le danno ragione. La morte del presidente presto diventa la cornice per rappresentare ancora una volta gli Stati Uniti di questi ultimi sei anni. Il sospetto, l’inadeguatezza di un’intera macchina amministrativa, il veloce mutare della soglia di libertà e la fame di colpevoli, di un colpevole, si fanno largo tra la finzione delle interviste. Gli scenari istituzionali si delineano ancora più scuri del ferale omicidio. Si prospettano altre evoluzioni dei Patriot Act, le leggi che hanno limitato la libertà personale dei cittadini americani, entrano in scena gli scheletri dei reduci della Guerra del Golfo e gli zombie dei giovani tornati da Baghdad o da Kabul. Si incontrano famiglie islamiche schiacciate dai controlli a tappeto e una contestazione civile che non trova spazi di visibilità. La lucidità del regista ha previsto ragionevolmente l’evolversi dei conflitti e ha prodotto un film che dà il brivido del presente reale più che l’orrore per un ipotetico omicidio futuro, tanto sono delineate con cognizione le vicende sugli armamenti nucleari. Si sente invece la stanchezza di questi anni passati a sperare nella pace e la continua agonia di questa parola, che sembra non avere più un solo significato. In questo film, tra tante ingiustizie raccontate, se Bush è morto, è stato per finta, perché, a guardar bene, i repubblicani hanno gridato ancora una volta evviva il presidente e l’arma migliore è rimasta sempre quella preventiva.


Death of a President
Regia: Gabriel Range
Interpreti: Brian Boand, Becky Ann Baker, Jay Whittaker, Hend Ayoub, M. Neko Parham, Tony Dale.



 


 

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