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318 - 30.03.07


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Baudrillard: voce profetica
dal deserto del reale

Luca Paltrinieri


Se ne va silenziosamente Jean Baudrillard, e quasi nessuno si accorge che con lui si chiude un’epoca, la grande stagione del poststrutturalismo francese. Sicuramente nemmeno lui avrebbe condiviso questa affermazione: sociologo poliedrico con il gusto del paradosso e anticonformista impenitente, ne avrebbe riso come rideva di qualsiasi etichetta. Ma in fondo l’eredità che lascia Baudrillard è proprio una risata che alleggerisce il peso del reale, che smonta la struttura di un destino inevitabile, quello del pensiero e della vita occidentale, di cui proprio la generazione di Foucault e Lyotard, di Deleuze e Derrida, ha mostrato la contingenza e la radicale eventualità. Risata che accompagna le innumerevoli piroette della sua riflessione, ben illustrate dalla definizione che egli dava di sé stesso: “patafisico a 20 anni, situazionista a 30, utopista a 40, trasversale a 50, virale e metalettico a 60…”. Un ‘trasformismo’ a rovescio che rispondeva all’esigenza di lavorare ai margini, senza cedere alle mode intellettuali e senza cristallizzarsi nel pensiero di una scuola , troppo spesso interpretato come pura provocazione intellettuale o semplice dogmatismo postmoderno. Eppure proprio il tormentato percorso di pensiero di Baudrillard, la sua attenzione costante alle dinamiche della società contemporanea, il commento puntuale di un’attualità nella quale non rinuncia mai a cogliere i segni profetici del Nuovo, testimonia la sua appartenenza al filone più propositivo del pensiero contemporaneo.

Bisogna qui aprire una parentesi su un’anomalia tutta francese: nel paese del sartriano “intellettuale engagé” si assiste, ormai da lunga data, al paradosso di un’istituzione universitaria sempre più chiusa su se stessa e sui suoi rituali e parallelamente al dominio mediatico di una generazione di essaystes, grosso modo quello che rimane dei Noveaux Philosophes e dei loro eredi – il cui successo veniva già efficacemente stigmatizzato nel ’77 da Deleuze come “puro marketing intellettuale”. Di questa paradossale situazione hanno fatto le spese intellettuali di ben altra caratura, le cui tesi erano troppo eccentriche per l’accademia e troppo profonde per il mercato dell’opinione. Gli intellettuali d’oltralpe più influenti degli ultimi quarant’anni, coloro che hanno portato nel mondo il vessillo della French Theory, sono stati in primo luogo degli emarginati dal sistema accademico francese: Deleuze e Lyotard confinati nell’università “ribelle” di Vincennes, Derrida ha avuto solo un tardivo incarico di direttore di ricerca all’Ehess (l’istituto per gli studi nelle scienze sociali), e persino la cattedra di Foucault al prestigioso Collège de France, un’istituzione che permette di insegnare ma non di dirigere ricerche, aveva lo scopo di allontanare un pensiero chiaramente pericoloso dall’ambiente universitario. Anche la carriera di Baudrillard è quella di un outsider: riconosciuto internazionalmente, deve attendere più di vent’anni l’abilitazione all’insegnamento nell’università (che poi abbandonerà rapidamente), e tutt’ora il francese è l’unica lingua nella quale non esistono monografie su di lui mentre ve ne sono decine in inglese, tedesco, spagnolo. Più che un’introvabile unità d’intenti o sintonia di pensiero, è forse questa la vera marca d’appartenenza alla corrente poststrutturalista: una specie d’esilio in patria che spesso ha spinto i suoi appartenenti a “de-nazionalizzare” i loro testi, secondo l’espressione di Bourdieu, cercando e trovando notorietà più all’estero, specialmente oltreoceano, che non nell’Esagono.

Germanista di formazione, poi iniziato alla sociologia della vita quotidiana dagli studi di Henri Lefebvre e alla semiologia dalla lettura di Roland Barthes, Baudrillard scrive nel ’66 la sua tesi di dottorato, Il sistema degli oggetti, che preannuncia alcuni temi del suo pensiero maturo: si tratta di comprendere come gli oggetti si costituiscano in un sistema coerente di segni che a poco a poco indebolisce la materialità dei bisogni primari. La vita degli oggetti quotidiani svela così la l’emergenza di un nuovo insieme di valori correlati al prestigio sociale e alla comunicazione: il segno non è più rappresentazione del valore, ma valore esso stesso, segno-valore. La sua semiologia politica, illustrata più compiutamente nell’opera Per la critica dell’economia politica del segno (1972), è un’analisi feroce della società dei consumi, che da una parte riprende il programma marxiano-lukacsiano di critica del feticismo della merce, dall’altra inizia a decostruirne alcuni aspetti, come l’opposizione valore d’uso/di scambio. La rottura definitiva con il marxismo avviene con Lo scambio simbolico e la morte (1976), dove la valorizzazione della nozione batagliana di scambio simbolico è una critica esplicita del produttivismo tanto capitalista quanto marxista: la natura umana non è descritta dalla nozione di lavoro, quanto dalla ricerca dell’eccesso, dello spreco d’energie, dal desiderio. E’ una tesi, questa del marxismo come “orizzonte disincantato del capitale” incapace tuttavia di reale emancipazione, comune anche ad altri filosofi della sua generazione, come Foucault o Deleuze.

La ricerca della provocazione intellettuale è costante, ma mai fine a se stessa: nel 1977 Baudrillard scrive un libro intitolato Dimenticare Foucault, che l’interessato liquiderà con un infastidito “Temo che piuttosto sarò io a dimenticarmi di lui.” Per quanto la sua raccomandazione sia caduta nel vuoto, Baudrillard tocca un punto essenziale, ben poche volte sottolineato, quello della dimensione simbolica e rituale del potere, quando afferma che “Foucault smaschera tutte le illusioni finali o causali riguardo al potere, ma non ci dice nulla sul simulacro del potere stesso”. La questione del simulacro, inteso come copia che si sostituisce all’originale, diveniva centrale nell’analisi del potere cinico dei media. Quest’ultimo produce infatti una simulazione talmente credibile della realtà da essere più reale del realtà materiale, un iperrealtà che si pone ormai come l’unico orizzonte di senso rigenerante il tessuto sociale. Le società postmoderne sono società di simulazione, nelle quali ad essere determinante non è più il possesso dei beni di produzione quanto l’appropriazione parodistica di codici identitari nell’iperrealtà del mondo cibernetico e della pubblicità: la descrizione di questa fuga dal “deserto del reale” attraverso “l’adorazione dell’immagine” è il nucleo della riflessione di Baudrillard a partire dal suo lavoro forse più influente, Simulacri e simulazioni (1981). Opera singolare, che attua una vera e propria ibridazione di codici e generi letterari, segna anche il periodo della grande popolarità del sociologo francese negli ambienti artistico-culturali degli States. Il movimento neo-concettuale americano si costruisce intorno ai concetti di simulazione e iperrealtà; non meno forte è il suo influsso su critici letterari e autori di fantascienza, secondo Lotringer, Baudrillard è “un’agente speciale nello spazio extra-terrestre che diventa il nostro mondo”; e d’altronde cosa impugna Neo in una delle prime scene di Matrix se non una copia del fortunato saggio baudrillardiano? Eppure quest’incontro con la cultura statunitense è anche uno scontro fatto d’incomprensioni e fraintendimenti: gli artisti americani vedono nella sua opera l’invenzione di un nuovo modo di rappresentazione, laddove il sociologo francese parla di un vero e proprio crollo del moderno regime rappresentativo dovuto all’eliminazione dei referenti e alla loro resurrezione artificiale in un sistema di segni.

Dalla metà degli anni ‘80 la scrittura di Baudrillard diventa sempre più esoterica, caustica ed ironica al tempo stesso, come se cercasse di rielaborare continuamente le coordinate del suo pensiero per seminare i suoi emuli-esegeti. Già in Della seduzione del 1979 e in Le strategie fatali (1983) la speranza di una trasformazione sociale progressiva e il conseguente impegno emancipativo vengono completamente abbandonati in favore di un estetismo neo-aristocratico. Infatti, l’altra faccia della progressiva virtualizzazione del reale è l’escrescenza e il dominio degli oggetti che assume le sembianze di un processo vorticoso e inarrestabile di produzione e circolazione: l’unica strategia pensabile è allora la sottomissione al potere degli oggetti per portare al limite il loro gioco sistemico, nella speranza di un collasso o di un capovolgimento immanente. La forma saggistica viene abbandonata, per il diario (America, 1986, Cool Memories I-V, 1980-2005), lo stile frammentario e rapsodico del saggio breve e dell’aforisma (il memorabile La guerra del Golfo non c’è mai stata, 1991, Il crimine perfetto, 1995, Lo scambio impossibile, 1999), o l’articolo giornalistico (i numerosi interventi su Libération e il provocatorio Lo spirito del terrorismo, sul “suicidio” delle Twin Towers apparso sulle pagine di Le Monde nel 2002).

I temi della riflessione precedente vengono ripresi in un dialogo incessante con il marxismo e il post-struttualismo che cerca di cogliere nell’attualità i segni di un rivolgimento a venire. Lo spettacolo della merce che ha letteralmente “ucciso la realtà”, l’estetizzazione del mondo propria di una società completamente mediatizzata e informatizzata, il paradosso di un ordine tecnologico sempre più irrazionale che si nutre delle sue crisi, hanno condotto ad una virtualizzazione tale del sistema da renderlo totalmente imprevedibile. Ma proprio quest’imprevedibilità nel cuore del sistema rappresenta il nucleo sottovalutato del pensiero di Jean Baudrillard e l’ultimo motivo di speranza che ci lascia. Laddove un’intera tradizione filosofica, da Weber alla Scuola di Francoforte fino ad Heidegger, ha insistito sui nefasti effetti di una razionalità strumentale che rafforza il dominio del soggetto sull’oggetto, il sociologo francese ha mostrato l’altra faccia della modernità: il progressivo autonomizzarsi del mondo degli oggetti, la sua spaventosa escrescenza come sistema di segni e lo svuotamento di senso di una realtà che non è più umana, e quindi non più dominabile razionalmente, non più prevedibile, ma proprio per questo sempre aperta all’evento insperato e improbabile del suo rovesciamento.


 


 


 

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