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318 - 30.03.07


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“Il cinema e l’Europa,
tra fermento e pigrizia”

Francesca Archibugi
con Paola Casella


È stata definita la regista delle giovani generazioni, perché spesso i protagonisti dei suoi film sono bambini e adolescenti: dai teenager di Mignon è partita, il suo film di esordio, alla bambina de Il grande cocomero, alla coppia di fratelli minorenni costretti a diventare genitori dei loro stessi genitori ne L’albero delle pere. E anche nel suo nuovo film, Lezioni di volo, che esce nelle sale italiane il 16 marzo, Francesca Archibugi segue le vicende di due diciottenni che, bocciati alla maturità, intraprendono un viaggio di conoscenza – di un mondo lontano, l’India, da cui uno di loro proviene, ma anche di se stessi e della loro natura profonda.

Ma la regista preferisce descrivere i suoi personaggi come “pezzi unici, indipendentemente dall’età”, e fa notare che non è lei che mette i giovanissimi al centro delle storie, “sono gli altri che ce li tolgono”. Perché nella vita raccontata da Francesca Archibugi ci devono essere tutti quelli che ci sono nella vita vera: giovani, vecchi, animali, uomini e donne di età adulta, anche se eterni adolescenti.

E poiché il suo primo film porta la data del 1988 e lei sta per compiere 47 anni, può parlare quasi da veterana di come è cambiato nel tempo il modo di fare cinema, spingendosi anche più indietro della sua età anagrafica, fino a coincidere con il cinquantenario dell’Unione europea. Cominciando naturalmente dall’Italia: “Appena usciti dalla guerra, siamo stati i protagonisti di un fermento culturale fortissimo, e anche violentissimo: attraverso il cinema del neorealismo abbiamo rivoluzionato l’estetica mondiale. Fellini, De Sica, Rossellini, Visconti sono studiati nelle scuole di cinema di tutto il mondo. Ho girato gran parte di Lezioni di volo in India e ho lavorato con i tecnici locali: i miei assistenti alla regia conoscevano i film di Visconti e Pasolini assai meglio di quanto io non conoscessi l’opera di Satyajit Ray, il loro regista più affermato”.

“Poi c’è stata la stagione degli anni Sessanta e Settanta, con Pasolini, appunto, ma anche Antonioni, Bertolucci, Bellocchio, Moretti: un’altra generazione di grandi autori che hanno arricchito il cinema italiano e l’hanno fatto conoscere in tutto il mondo. E poi c’è stato il grande fermo degli anni ’80, in cui hanno preso il sopravvento i comici televisivi e fare film d’autore è diventato molto più difficile. Tuttavia io ho potuto esordire alla fine del decennio con un piccolo film come Mignon è partita ottenendo un buon successo al botteghino, cosa che adesso mi sembra incredibile. Oggi domina il genere commerciale, e per i piccoli film italiani un po’ particolari c’è poco spazio e poca attenzione, per non parlare dello scarso sostegno della politica all’industria culturale”.

Ma anche in un Paese come la Francia, dove il cinema è fortemente incentivato da una politica di sostegno, “in questo momento c’è una profonda crisi, un clima demotivato, che i francesi negano, ma che appare evidente soprattutto nei grandi festival internazionali, dove i film francesi in concorso sono sempre più modesti. Anche il cinema tedesco ha subito un percorso involutivo: grandissimo negli anni Trenta, con la lezione internazionale dell’Espressionismo, e poi ancora negli anni Settanta, quando il cosiddetto Nuovo cinema tedesco vantava nomi come Wenders, Fassbinder e Herzog, adesso mi sembra quasi cancellato, a parte qualche eccezione come il film che ha appena vinto l’Oscar, Le vite degli altri. Ma anche di quello non riesci a ricordarti il nome del regista”.

“Per contro, c’è una fortissima vitalità nel cinema spagnolo, non solo da parte dei grandi autori come Almodòvar ma anche fra i minori e gli esordienti; idem per il cinema scandinavo, in particolare quello danese, e anche questo lo si vede ai festival come Cannes, Venezia e Berlino, dove continuano a spuntare nuove proposte interessanti dalla ‘fabbrica’ di Lars Von Trier. Infine il cinema inglese tiene duro da cinquant’anni, sia perché, favorito dalla lingua, ha un mercato immenso e la possibilità di osmosi con il cinema americano, dal quale andare e tornare a suo piacimento; sia perché l’industria culturale inglese sostiene i suoi talenti, anche quelli più ‘impegnati’ come Ken Loach, che è stato uno degli artefici del free cinema degli anni Sessanta e continua ancora adesso a fare grandi film (e a vincere premi internazionali, come la Palma d’oro al Festival di Cannes con Il vento che accarezza l’erba, ndr) o Mike Leigh, capace di toccare temi delicati senza temere di perdere il contributo dello Stato. Noi invece non siamo bravi nemmeno a sostenere i nostri grandi talenti – basti pensare che Fellini negli ultimi anni di vita non riusciva a realizzare i suoi film – figuriamoci gli esordienti ”.

 


 


 

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