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317 - 16.03.07


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Le inafferrabili forme
di Arturo Martini

Gianna Bentivenga


“Ho sentito la materia mettersi nel soggetto come un personaggio dominante, come in certi drammi dove l’oppressione di una fatalità gravita su tutti i personaggi e sulle cose, tanto che tutto prende un colore solo, che io chiamo il colore della vita sospesa in ansia”


In occasione del sessantesimo anniversario dalla scomparsa di Arturo Martini, la Galleria Nazionale Arte Moderna di Roma ospita la prima antologica dell’artista, con circa 100 opere provenienti da importanti collezioni pubbliche e private, alcune fino ad oggi mai esposte e qui presentate in particolari sequenze che testimoniano la suggestiva sintesi plastica del linguaggio scultoreo di Martini.
Attingendo talvolta da fonti puramente classiche, rinascimentali, talvolta capovolgendo ogni forma di canone prestabilito, al passo d’una rivoluzione artistica tipica del Novecento Italiano, le sue opere oscillano tra una forma drammatica e una, ben più fortificata, lirico-poetica.

Arturo Martini, nato a Treviso nel 1889, ritenuto oggi il massimo scultore del XX secolo, è l’artista che più di ogni altro è riuscito a rinnovare, con grande talento, l’impoverita tradizione della scultura italiana del Novecento.
In lui immediatezza, gestualità, rischio, allegria, sensualità, forza e monumentalità si articolano e si fondono in un’unica dote; quell’ unica dote che egli ha profuso subitaneamente in quest’arte difficile e troppo spesso svilita dalle commissioni ufficiali.
In scritto dello stesso artista possiamo riconoscere il suo rifiuto di ogni regola e schema prestabiliti che accompagnavano però le rivisitazione del classico linguaggio di fare scultura, dai Greci al Canova al Bernini: “Arrivare a fare le pieghe come Fidia, e salire poi alla libertà più lirica e musicale del Bernini, ecco il mio sogno. Fidia è il Bernini dei Greci”. In queste poche righe la testimonianza di una linea artistica che guida l’ampia opera di Martini.
Un’opera variegata in cui l’artista non predilige alcun tema in particolare, l’importante resta il raccontare, attraverso l’ausilio di svariate materie che vanno dalla terracotta al bronzo, al legno, alla pietra, al marmo, plasticamente modellate da un’eguale gestualità musicale.

Dalle sue opere traspare un continuo tendere all’inafferrabile, seppur in contesto quotidiano. Il Bevitore che cerca l’acqua, i Pastori e le Donne che cercano le stelle, la Vittoria che si slancia verso il cielo.
Oltre a queste opere, particolare importanza riveste La Pisana. Quattordici anni dopo aver letto le Confessioni di un italiano, Martini dedica a Ippolito Nievo un monumento, poi distrutto, e alla protagonista del romanzo il suo primo grande nudo femminile, La Pisana appunto, eseguito nel 1928 nello studio di Villa Strhol-fern. È questo un capolavoro in cui Martini affronta il tema a lui congeniale del corpo disteso (“la figura adagiata ha origini eterne”) equilibrando al tempo stesso, tradizione classica e moderna costruzione che echeggia caratteristiche del cubismo.

Dunque l’antologica che a lui oggi la Galleria d’Arte Moderna di Roma dedica, proseguimento della stessa ospitata nelle due sedi milanesi del Museo della Permanente e della Fondazione Stelline, vuol essere un doppio omaggio finalizzato a documentare il rapporto che l’artista ebbe con queste due città, e come entrambe furono decisive e per la sua crescita artistica e per il suo inserimento nel clima culturale del tempo.


Arturo Martini
25 febbraio – 13 maggio 2007
Galleria Nazionale d’Arte Moderna
Viale delle Belle Arti, 131 - Roma

 

 


 

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