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317 - 16.03.07


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Terra, cenere e poesia
del cinema afgano

Paola Casella


Forse il film ambientato in Afghanistan (anche se era girato in Iran) del quale si è più parlato resta Viaggio a Kandahar di Moshen Makhmalbaf, uscito nel 2001 e presentato al Festival di Cannes. Molti spettattori occidentali, che non sapevano nulla dell’Afghanistan, se ne sono fatti un’idea guardando quelle immagini di oppressione e miseria e seguendo la vicenda di una donna da tempo emigrata in Nord America che torna in patria per scoprire un mondo regredito nel tempo, soprattutto per le donne, nascoste dal burka e costrette ad una vita da cittadine di serie zeta. Samira Makhmalbaf, figlia di Moshen, ha poi girato nel 2003 Panj é asr proprio sulla condizione femminile in Afghanistan. E in quello stesso anno ha fatto molto parlare Osama del regista afgano Siddik Barmaq, filmato subito dopo la caduta del regime talebano e prodotto sempre da Makhmalbaf.

Ma il più bel film su uno dei paesi più travagliati del mondo contemporaneo è senza dubbio Terra e cenere, piccolo capolavoro poetico diretto appunto da un poeta e scrittore afgano trapiantato in Francia, Atiq Rahimi, sulla base del proprio romanzo breve dallo stesso titolo (uscito in Italia per Einaudi). Il film è rimasto intrappolato nel circuito dei festival, senza trovare una distribuzione adeguata in Italia e in gran parte del mondo occidentale, anche se ha partecipato in concorso al Festival di Cannes 2004 ed è stato candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2005.

Protagonisti di Terra e cenere sono le vittime per definizione di un’oppressione sistematica che cerca di riportare l’Afghanistan nella preistoria, coltivando ignoranza, povertà e odio dietro la foglia di fico dell’integralismo religioso: un vecchio, un bambino e una donna. Il vecchio è il nonno del bambino, cui non osa dare la terribile notizia che i suoi genitori sono stati uccisi. Il bambino è sordo a causa di un’esplosione – e forse, suggerisce il film, è meglio così, considerate le verità che gli toccherebbe altrimenti ascoltare. La donna è un fantasma celato da un burka, muta e immobile, in interminabile attesa di qualcuno che non tornerà.

Anche il nonno e il nipotino aspettano: un autobus, anche quello fantasma, che non ha orari né fermate prestabilite, perché in tutto il terzo mondo i servizi più elementari sono inattendibili e contano su una visione fatalista della vita. Visione che, volenti o nolenti, anche i due potenziali passeggeri condividono, tanto più che il nonno non ha nessuna fretta di tornare al villaggio dove il nipotino scoprirà inevitabilmente di essere diventato orfano.
La donna in burka non spera nemmeno in un passaggio da qualche parte: il suo posto è lì, il suo ruolo è quello della statua, simbolo di una dittatura che nega alle “femmine” qualsiasi mobilità. C’è un’altra donna in Terra e cenere, una sorta di alter ego di quella in burka – ed è completamente nuda. Appare in un sogno del nonno, come una sorta di fantasia di libertà, e la sua apparizione sul grande schermo ha un effetto dirompente, non tanto per la nudità in sé, quanto per la naturalezza con la quale viene esibita. In un paese in cui lo stato di natura delle donne è diventato l’invisibilità, quella creatura nuda immaginata è candidamente e completamente visibile, in tutta la gloria e l’innocenza del suo corpo. E il regista ha raccontato che girare quella scena in Afghanistan ha significato rischiare la vita, sia per lui che per l’attrice che per tutta la troupe.

La storia è essenziale quanto lo sono tutte le storie quotidiane in paesi come l’Afghanistan: l’interminabile attesa di nonno e nipote si trasformerà in una rinuncia, dopo una serie di incontri con personaggi maschili che rappresentano, a turno, la solidarietà elementare fra la povera gente e la violenza cieca e brutale di chi, vestiti i panni dell’oppressore, ne ricava un senso inebriante di onnipotenza (soprattutto se quel potere di vita o di morte sul prossimo è l’unica alternativa a una miseria nera e a una totale mancanza di prospettive future).

Ma a rendere unico Terra e cenere è la dimensione poetica di ogni singola devastata immagine e della volontà insopprimibile dei personaggi di ribadire la propria umanità in un contesto totalmente deumanizzante. Rahimi e i suoi non-attori (sbarcati a Cannes come marziani, senza sapere una parola di alcuna lingua altra dal proprio dialetto locale, e coperti da capo a piedi di bianco – in questo, molto più eleganti di tante starlet in minigonna) sono riusciti a trafugare al di fuori dei confini del loro paese il quadro realistico di una situazione drammatica ma anche un messaggio di speranza, obbligandoci a vedere che ciò che succede in quell’inferno non è qualcosa che a noi non potrebbe capitare, ma qualcosa che, infangando la dignità umana, ci riguarda tutti.

 


 

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