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316 - 02.03.07


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Gli amori impossibili
degli sconfitti

Francesco Roat


Iza è una donna molto (fin troppo) controllata. Il suo lavoro di medico la soddisfa, ha un amante devoto e all’apparenza non sembra mancare di nulla; ma la freddezza che emana dal suo carattere iperrazionale e il modo distaccato con cui si pone nei confronti della sofferenza altrui svelano un’allarmante algidità/immaturità affettiva. Ne farà le spese soprattutto sua madre Etelka, costretta dalla figlia – dopo la morte del marito – a lasciare la sua vecchia cittadina di provincia per trasferirsi a Budapest da Iza, che prenderà a gestire la povera vedova costringendola in una prigione dorata ad una condotta succube e alienante, senza tener conto alcuno delle esigenze dell’anziana signora. Così Etelka, dopo aver tentato invano di opporsi al nuovo stile di non-vita, languirà in silenzio, deperendo sempre più fino alla sua tragica uscita di scena (disgrazia, suicidio o un mix di ambedue?), destinata a far precipitare pure Iza nel baratro di una depressione/isolamento che difficilmente la donna saprà superare.

Questa, a brevi linee, la trama del romanzo dell’ungherese Magda Szabó La ballata di Iza: testo tutto giocato sullo scavo psicologico e volto a esplorare il senso di sradicamento che un lutto o una separazione (affettiva o dall’ambiente di vita e lavoro) comporta. Molteplici infatti sono i distacchi e le perdite che i vari personaggi di questa narrazione si trovano a patire. Sullo sfondo del racconto, in primo luogo, aleggia infatti l’atmosfera – anch’essa davvero luttuosa – della società ungherese fascista, con le purghe tipiche di tale regime autoritario (poi reiterate anche in quello comunista, dopo il ’45) che quasi sempre causavano la morte civile – quando non fosse il caso dell’eliminazione fisica vera e propria – o l’ostracismo nei confronti della vittima. E vittime sono comunque un po’ tutti i personaggi di questa storia corale: dal marito di Etelka – un giudice per anni ingiustamente perseguitato –, all’anziana vedova di cui sopra ho detto, alla stessa Iza: incapace di emanciparsi una volta per tutte dalla condizione di figlia d’un proscritto e costretta ad incarnare l’algido ruolo di donna e medico impeccabile. Fino agli altri due personaggi maschili del romanzo: l’ex marito di Iza, scampato con fatica al deserto affettivo in cui la moglie voleva confinarlo; e da ultimo il nuovo compagno della dottoressa, da cui lei sarà bruscamente abbandonata una volta resosi egli conto della sua incapacità emotiva di relazionarsi.

Romanzo sulla difficoltà nello stabilire rapporti intensi e coinvolgenti, allora, o sull’incomunicabilità. Romanzo sulla solitudine, quindi, e sugli ambivalenti legami parentali/sentimentali che possono soffocare questo o quel membro della famiglia/coppia per eccesso, difetto o travisamento d’amore.

Romanzo sul lutto e sulla perdita, si accennava, e in primo luogo sull’incapacità di elaborarli, per dirla in termini psicoanalitici. Non riesce infatti a farlo la vedova Etelka (ed è davvero convincente l’incisività di certi particolari, di certe sfumature descrittive o caratterologiche che definiscono, con estrema precisione emozionale ed efficacia narrativa, il cordoglio e il dramma di chi è stato privato di un affetto significativo, di un legame importante). E meno ancora Iza (che evita persino di andare al funerale del padre adorato), la quale, per timore di soffrire rende glaciale e impassibile il proprio cuore. Ci riescono, sia pur tardivamente, fuggendo un rapporto sbagliato prima di esserne travolti, i due compagni di Iza: prima il marito, quindi l’amante. Uomini dissimili tranne che nell’essersi fatti sedurre (dal latino sed ducere, condurre in disparte: perciò sviare) – a rischio di inaridirsi anch’essi – dalla pur sempre fascinosa Iza, in quanto a prima vista perfetta.

Una donna destinata fatalmente a rimanere sola. L’abbandonerà persino la scrittrice a una sorte che non possiamo immaginare diversa da una vacuità colmata solo dal rimpianto; in una scena finale percorsa da eloquenti folate d’aria gelida (“il vento del nord, il vento della puszta”), mentre invano, come una bambina derelitta, Iza invoca: “per la prima volta nella sua vita. – Mamma! Papà!”. Ovvio nessuno possa risponderle dal regno dei morti. Eppure – chi può escluderlo – avvertire il dolore nell’anima potrebbe essere l’inizio di una consapevolezza in grado di liberarla un giorno dalla gelida corazza con cui non è mai riuscita a proteggersi. Ma questa è un’altra storia. La struggente Ballata di Iza, per il momento, termina qui.


Magda Szabó,
La ballata di Iza,
trad. di Bruno Ventavoli,
Einaudi, pp. 304, € 18,00

 

 

 


 

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