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316 - 02.03.07


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Migranti, sono loro
gli autori del futuro

Armando Gnisci
con Tatiana Battini


Scrittori che, abbandonata la propria terra, scrivono nella lingua del paese ospitante. Questa è la letteratura della migrazione, una letteratura che in Europa eredita dal passato coloniale una lunga storia e autori di successo come Tahar Ben Jelloun in Francia, Salman Rushdie e Hanif Kureishi in Inghilterra.
La storia coloniale dell’Italia ha ritardato questo fenomeno nel nostro paese, ma le cose stanno cambiando velocemente. Dall’Africa, dall’America, dal Sudamerica, dall’Europa dell’Est uomini e donne approdano in Italia e qui sentono il bisogno di scrivere e raccontare la loro condizione di migranti, iniziando a conquistare anche l’attenzione di grandi editori.

Armando Gnisci è tra i massimi esperti di letteratura della migrazione che giudica essere la letteratura del futuro, la letteratura mondiale, perché soltanto nella contaminazione di linguaggi, di etnie e di culture l’uomo avrà la possibilità di comprendere appieno il concetto di rispetto, di tolleranza e di crescita intellettuale.
Professore associato di Letterature comparate alla Sapienza di Roma, Gnisci ha scritto libri e fondato numerose riviste letterarie (una per tutte, Kùmà) dedicate agli studi interculturali; nel 1997 ha istituito “Basili”, banca dati dedicata agli scrittori immigrati in Italia.

Prof. Gnisci, cosa l’ha spinta verso la letteratura della migrazione?

Il mio lavoro mi rendeva particolarmente “esposto” alla comparazione tra le culture e alla mondialità. Nel 1991 fui invitato a parlare all’Università di Tunisi, ma in quell’occasione non mi sentivo di parlare di letteratura italiana, la scoperta di che avevo da poco fatto di due autori immigrati (Pap Khouma, senegalese e Salah Methnani, tunisino) che avevano pubblicato libri scritti a quattro mani con autori italiani, spingeva la mia attenziona piuttosto verso qualcosa che riguardasse entrambe le culture letterarie in gioco, la tunisina e l’italiana. Allora preparai una conferenza su questo argomento, che mi appassionò tanto da diventare un libro, Il rovescio del gioco, pubblicato nel maggio del 1992 dall’editore Carucci.

Nel suo ultimo libro, Nuovo planetario italiano. Geografia e antologia della letteratura della migrazione in Italia e in Europa, lei ha tracciato un bilancio di una letteratura migrante che ormai ha qualche decennio di vita alle spalle. Cosa è venuto fuori dalle riflessioni e dalle critiche sviluppate nel saggio?

Che siamo in un grande flusso mondiale, quello di un’Europa che raccoglie cittadini di tutti i mondi del pianeta, che ha trovato i suoi testimoni, narratori, poeti e artisti e il loro pubblico, in aumento.

I processi di integrazione dei migranti in Europa sono molto lunghi e anche difficili. Sia dal punto di vista legislativo che dal punto di vista culturale. Qual è la strada che potrà mostrarci, in Europa ma soprattutto in Italia, la piena affermazione della letteratura della migrazione, una letteratura che attraverso una lingua europea sappia aprire un confronto vero con le culture extraeuropee?

È una strada che, come sostiene il grande scrittore martinicano Edouard Glissant, è segnata dal cammino della creolizzazione, cioè dalla creazione di una nuova cultura che nasce da un lavoro che dovremo fare insieme. Portare di fronte al paese in cui si arriva la propria cultura di provenienza è importante, ma non è che una fase dell’intero processo, una fase che per forza di cose è destinata a rimanere impura e meticcia: i frutti puri non esistono più, e se esistono impazziscono, come ci ha mostrato il grande antropologo nordamericano James Clifford.

 

 


 

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