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316 - 02.03.07


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La pittura, il mare,
la vita di Ajvazovskij

Andrea Neri e
Federica Visani


Il suo sguardo, romanticamente rivolto ad un orizzonte immaginario, è custodito nella Galleria degli Uffizi di Firenze. L’Italia è stata una sua grande passione, un amore che lo ha accompagnato per tutta la vita. Ma la memoria nazionale (italiana) se proprio non ha messo Ivan Ajvazovskij nel dimenticatoio, certo non lo ricorda con particolare intensità. E pensare che, nel 1874, fu proprio la Galleria degli Uffizi a commissionare al pittore quell’Autoritratto in occasione della sua elezione all’Accademia di Belle Arti di Firenze.

Ma non c’è da stupirsi più di tanto. Non solo per l’italica inclinazione ad avere la memoria corta, ma perché Ajvazovskij ha disseminato la sua vita – e le sue numerosissime opere – in qua e in là per il mondo intero. Dalla Russia agli Stati Uniti, ovunque in Europa, moltissimo in Italia e in Francia, si trovano sue tele, soprattutto ma non solo in collezioni private. Ed ecco che, a più di un secolo dalla sua morte (nel 1900), l’impressione che ce ne resta è quella di un personaggio un po’ sfuggente, inquieto, vulcanico nella produzione artistica, per questo difficile da inseguire e conoscere. Forse impegnato nella ricerca di una identità collettiva, più che individuale: quella del popolo armeno. Profondamente attaccato alla sua città natale, Feodosija, in Crimea, ma costantemente impegnato nel mostrarsi al mondo. Ha lasciato qualcosa come 6 mila quadri. Il mare, l’acqua, sono state la linfa vitale della sua opera.

Hovhannes Aïvazian, figlio di Ghevork, commerciante, armeno, nato a Feodosija il 17 luglio 1817. Ivan Ajvazovskij, russo, che verrà nominato pittore ufficiale dello Stato Maggiore della Marina zarista. Oppure “Giovanni” Aïvazovski, come lo si vede scritto rigorosamente all’italiana nella targhetta sulla cornice del Naufragio nel Mare del Nord, custodito a Venezia dalla Congregazione dei Mekhitaristi. Una persona che, per ragioni storiche prima che per volontà personale, si è trovata ad essere il simbolo del desiderio di un popolo – gli armeni – di affermare la propria identità.

Nella cultura russa (che più di altre ama l’aneddoto e tanto meglio se aiuta a osannare le sue “glorie nazionali”) si racconta che Ivan, poco più che bambino, prendeva il carbone del samovar di casa sua e scorazzava per le vie di Feodosija disseminando di disegni i muri bianchi delle abitazioni del quartiere armeno. A dire il vero non è certo che quest’ultimo dettaglio facesse parte del racconto popolare russo...Ma è un dato storico. Fra XIV e XV secolo infatti, la piccola città della Crimea diventa un punto nevralgico della cultura armena. Dopo le devastanti invasioni dei Selgiuchidi, dei Mongoli, durante la dominazione ottomana, numerosi armeni fuggono da Ani, capitale medievale dell’Armenia, come anche dalla Cilìcia e da altre province occidentali, per raggiungere in massa la città sulle rive del Mar Nero. Sono ormai gli armeni la comunità più folta della città, 27 chiese di culto armeno a testimoniarlo.

Le condizioni economiche in famiglia erano piuttosto modeste. Da una vecchia fotografia della casa natale del pittore a fine Ottocento (se non si sapesse che quelle all’orizzonte sono le colline di Feodosija, potreste scambiarla per una casa dell’Appennino Tosco-Emiliano) vediamo l’intonaco bianco, i coppi in cotto, un portone di legno gigante con l’entrata ricavata nella metà destra e quello zoccolo che resta in basso, da scavalcare facendo attenzione a non inciamparci. La latitudine è più o meno la stessa, il clima mitigato dal mare: che l’elemento geografico abbia stimolato la futura attrazione di Ajvazovskij per l’Italia?


Se non fosse per l’intercessione del sindaco di Feodosija, che intuisce le sue doti e ritiene valga la pena spendere le migliori parole per lui, un ragazzino armeno figlio di un commerciante fallito difficilmente si sarebbe potuto iscrivere al liceo di Simferopol’ e poi, passaggio chiave che gli aprirà tutte le porte, all’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo. A partire da questo momento (siamo nel 1833, Ajvazovskij ha appena 17 anni) sarà un’ascesa continua. Fin da molto presto è chiaro che il suo campo d’interesse è rappresentato dai paesaggi. Ma non in maniera generica. “La mia vita è il mare” sono le parole del pittore.

All’Accademia incontra Puškin che lo stima e lo incoraggia. Nel 1837, dopo essersi diplomato a pieni voti, l’Accademia decide di premiarlo con una borsa per viaggiare all’estero. Non prima però di averlo inviato in Crimea per dipingere le città del litorale. È così che viene sigillato il patto con il mare che non si spezzerà più: conosce gli ammiragli della flotta russa per la quale sviluppa una vera e propria venerazione.

Nel 1844, dopo essere diventato membro dell’Accademia di San Pietroburgo, viene nominato pittore ufficiale dello Stato Maggiore della Marina. Ajvazovskij è in un certo senso la “macchina fotografica” di tutte le grandi battaglie e dell’evoluzione della flotta zarista. Le sue grandi tele storiche sono ovviamente custodite al Museo della Marina Militare di San Pietroburgo. In effetti però, per la pittura di Ajvasovskij, non c’è paragone meno azzeccato di quello con la fotografia. Ha una memoria visiva proverbiale: osserva, incamera, riproduce. Ma l’approccio è tipicamente romantico. Non per nulla non si adeguerà mai all’evoluzione artistica contemporanea: per lui il passaggio del romanticismo al realismo non è mai avvenuto e tutti gli elementi dei suoi quadri sono espressione di una realtà interiore. Non solo dimostra comunque una perizia tecnica impareggiabile nel ricreare la distesa del mare, il bianco delle creste, le trasparenze della superficie, il nero delle profondità. Ma il tutto si accompagna a un uguale fascino per la luce. Si dice che per il popolo armeno il mare sia il simbolo massimo della libertà, l’elemento del quale l’Armenia storica, che si estendeva dal Mar Nero al Caspio, al Mediterraneo, è stata deprivata. L’Armenia che “si consola” – per così dire – con il Lago Sevan, al centro del suoi attuali confini. In tutte le innumerevoli tempeste di Ajvazovskij, per quanto le onde siano nere e alte, per quanto il cielo sia cupo e le nuvole siano cariche e pesanti, c’è sempre lo spazio per una luce che filtra. È lo stesso flebile ma coriaceo barlume di speranza che rappresenta le aspirazioni del popolo armeno.

È questa la chiave di lettura proposta dall’esposizione che il Musée National de la Marine di Parigi dedica al pittore russo-armeno. “Ajvasovskij (1817-1900), poesia del mare” è il titolo della mostra. E nulla è casuale. Il 21 settembre 2006 (anniversario dell’indipendenza dell’Armenia) è stato inaugurato l’anno dell’Armenia in Francia che si concluderà il prossimo 4 luglio. Lo scorso ottobre inoltre, i deputati dell’Assemblea Nazionale hanno votato un controverso progetto di legge che prevede un anno di carcere e 45 mila euro di multa per chi nega il genocidio armeno. E risale al 2001 il testo con il quale lo Stato francese riconosceva ufficialmente come genocidio lo sterminio degli armeni. Del resto, nella vita di quello che è stato definito un “pittore viaggiatore”, la Francia, dopo l’Italia, ha occupato forse il ruolo più significativo. Basta ricordare che a Parigi Ajvazovskij espose nel 1843, 1857, 1879, 1887 e 1890. E quando il 14 aprile 1900 si apre a Parigi l’Esposizione Universale (l’ultima manifestazione che porta questo nome) Ajvazovskij è presente fra gli artisti russi con L’Oceano. Muore 5 giorni più tardi, il 19 aprile, nella sua città natale, Feodosija.

Il suo più grande desiderio era tuttavia di poter rivedere l’Italia prima di morire. Aveva viaggiato nella penisola fra il 1840 e il 1844. Venezia, Roma, Firenze, Amalfi e Sorrento, dove tra l’altro ha vissuto nella casa di Tasso. In quegli anni dipinge una cinquantina di tele. Alcune sono presenti alla mostra. E tutte quante provengono dal luogo simbolo della cultura armena in Italia: l’Isola di San Lazzaro, a Venezia. È lì che ha vissuto il fratello maggiore del pittore, Gabriel, in seno alla congregazione dei Mekhitaristi. Creata da Mekhitar di Sebaste nel XVIII secolo, lo scopo dell’ordine era quello di conservare, arricchire, diffondere fra gli intellettuali di tutta Europa, la cultura del popolo armeno.

Ma che sia la Laguna della “piccola Armenia” di San Lazzaro, o il mare che bagna l’altra “piccola Armenia”, Feodosija, i suoi quadri trattano con una costanza evidente l’elemento marino, in virtù del suo rapporto con l’uomo. È come se ci fossero due soli possibili stadi: la forza devastatrice delle onde e il tema del naufragio, oppure la calma piatta che s’accompagna di solito con la luce lunare soffusa o con un caldo crepuscolo. Ma in questo secondo caso non cambia molto: essenzialmente si tratta solamente di una tregua che la Natura concede al marinaio, prima di una nuova tempesta. Quella fra l’uomo e il mare però è una lotta che non contempla il rancore: ne La fortezza del naufragio. Mar Nero – un esempio fra tanti – il gesto della figura umana che si mette in salvo salendo sulle rocce che hanno fracassato la nave, è un gesto del tutto naturale. E in maniera speculare, nel Chiaro di luna a Costantinopoli è pacifico che i marinai attendano un nuovo giorno di fatiche della navigazione, a lume di lanterna. È lo stesso rapporto che c’è fra lo sforzo titanico degli armeni verso le loro aspirazioni e l’umiliazione che si ripete nei secoli come fosse una legge di natura. Molto presto, dopo anni in mezzo al mare, Ajvasovskij decide di ritirarsi in un atelier sulle rive del Mar Nero. Ma si dice che l’insorgere del suo desiderio di tornare in Italia – che è poi in parte rimpianto della sua giovinezza – abbia coinciso con il dolore e la delusione lancinante che l’artista prova quando l’Impero Ottomano avvia la drammatica stagione dello sterminio armeno. È fra il 1894 e il 1896 che il sultano Abdul-Hamid II comincia quella campagna di terrore che avrà il suo apogeo nel 1915. Il tutto con l’approvazione del Principe Lobanov-Rostovskij, l’allora Ministro degli Affari Esteri della Russia, convinto sostenitore della politica di una “Armenia senza gli armeni”. Quando Ajvazovskij organizza la sua ultima esposizione a San Pietroburgo, ai giornalisti che lo fermano per intervistarlo dice: “I miei primi passi come pittore sono intrisi della luce dell’Italia. Vorrei ritrovare quella giovinezza”.

 




 

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