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315 - 16.02.07


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Il mio Dewey

Aldo Visalberghi
con Alessandro Lanni


Lunedì 12 febbraio è morto Aldo Visalberghi, grande pedagogista italiano. Quella che segue è una intervista inedita realizzata qualche mese fa.


La vita in montagna nelle file di Giustizia e Libertà. E poi l'insegnamento di Guido Calogero alla Normale di Pisa, l'Azionismo, l'amicizia con Norberto Bobbio, con Duccio Galimberti e soprattutto con Alessandro Galante Garrone, che lo fece liberare da un carcere fascista nel '44. La gioventù di Aldo Visalberghi, il più importante pedagogista italiano, è un frullato di teoria e prassi, di idee e azione, di impegno civile e riflessione pura: era quasi inevitabile che divenisse il più importante interprete italiano del pensiero di John Dewey. Il filosofo, il pedagogista americano, ma anche l'intellettuale militante che si spendeva nelle grandi questioni politiche e sociali della sua epoca è stato un riferimento teorico ma anche umano inevitabile.
Visalberghi ci accoglie nella sua bella casa nel quartiere Trieste a Roma, tra uno scroscio di pioggia e qualche raggio di sole. Circondato da pareti di libri, il vecchio professore viaggia nel tempo e torna a quegli anni eroici nei quali incontrò per la prima volta le idee del grande filosofo pragmatista.

Professor Visalberghi, sessant'anni fa John Dewey non era molto diffuso in Italia. Come ha conosciuto questo straordinario intellettuale?

Devo dire anzitutto che ho avuto un tipo di rapporto particolare e non facilmente ripetibile con pensiero di questo grande filosofo americano. Mi sono trovato a impegnarmi nella traduzione dell'opera più difficile di Dewey, Logica, teoria dell'indagine, pochi anni dopo la sua uscita (la prima edizione è del 1938, ndr). Si tratta della summa di tutta la sua filosofia con aspetti anche molto originali e perfino difficilmente comprensibili allora.

Perché era ed è ancora importante oggi un libro come la Logica?

La Logica polemizzava contro parecchi luoghi comuni. Per esempio, contro l'idea che si potesse distinguere nettamente tra un aspetto oggettivo e uno soggettivo dei principi logici fondamentali e contro l'idea che una descrizione oggettiva e chiara della logica fosse riducibile a uno schema semplice. L'aver dovuto fare i conti con questi aspetti che erano senz'altro i più complessi e che evitavano quelle semplificazioni che parole come "pragmatismo" rendevano apparentemente più comodi mi ha posto sin dall'inizio nei confronti di Dewey in una situazione abbastanza particolare: dovevo considerarlo subito dai limiti di massima complessità anziché dalle cose più semplici.

Dewey è morto nel 1952. Lei è riuscito a incontrarlo?

Un grande rammarico della mia vita è quello di non averlo conosciuto. Avevo progettato un viaggio in America ma nel frattempo Dewey era morto. Ho avvicinato familiari e amici. Non credo che avrebbe significato molto anche perché era molto vecchio. Questo rimpianto mi ha spinto però molto a conoscere il pensiero di Dewey, al quale ho sempre riconosciuto una grande novità e originalità. Per questo motivo, la mia formazione su Dewey è continuata tutta la vita.

Qual è un tema che ritiene importante e che non è particolarmente conosciuto nel pensiero dell'ultimo grande pragmatista?

Una problematica emersa negli ultimi anni di vita di Dewey e che lo mette in relazione con i problemi di fondo della filosofia contemporanea. Si tratta del tema della "transazione" che è una questione importante e originale nel pensiero di Dewey. Cos'è una transazione? E' un processo in cui i termini di conclusione non sono identici a quelli di impostazione. Cioè è un processo che comporta la trasformazione dei termini stessi. A un certo punto Dewey arriva a distinguere il processo "interazionale" e quello "transazionale", dove appunto i termini si trasformano. I processi reali della vita sono processi di transazione. Naturalmente la tendenza a mantenere fissi i termini è un'esigenza vitale e di comodità, però per andare a fondo bisogna spingersi più in là e raggiungere il livello della transazione.

Si tratta di questioni molto originali e di uno stile filosofico distante anni luce da quelli trattati nella prima metà del XX secolo in Italia. Quale fu l'impatto di Dewey nel nostro Paese idealista e marxista, crociano e gentiliano?

Beh, fu abbastanza notevole su tutta la parte più democratica e avanzata nella pedagogia, come Borghi, per esempio. Su parecchi filosofi milanesi e torinesi, su De Bartolomeis, in modi molto diversi tra loro. Io stesso diedi un'interpretazione che non coincideva con altre.

C'è anche il tema pace-guerra che ha diviso i lettori italiani di Dewey.

Certo. Per esempio Borghi polemizzò con l'interventismo di Dewey nelle principali occasioni belliche. Dewey sempre stato pacifista, avvertiva i pericoli del nazismo e prese posizioni nette e mai passive. Io diedi un piena adesione a quelle scelte. Fu un'accettazione senza riserve della posizione di Dewey anche quando comportavano l'abbandono di un pacifismo assoluto.

Oltre che filosofo pragmatista, Dewey, è anche notissimo pedagogista. Se dovesse sintetizzare le linee guida della sua pedagogia, come la riassumerebbe?

Direi innanzitutto, che non esiste una pedagogia di Dewey. Spesso ci è utile poter sintetizzare una posizione secondo formulette. Ecco, questo con Dewey è molto difficile, se non impossibile. Esiste una piena coincidenza tra quella che chiamiamo la filosofia di Dewey e la sua pedagogia. E c'è soprattutto un rifiuto delle semplificazioni. Quelle semplificazioni che caratterizzano spesso la pedagogia rispetto alla filosofia. Inoltre in Dewey non c'è solo l'abitudine ad evitare le semplificazione di natura storica, ma anche quella di evitare tutte le differenziazioni un po' artificiose di natura filosofica, etica, storica e l'enunciato di fondo della sua filosofia, appunto filosofia piuttosto che pedagogia. Dewey fu un pedagogista che mal si qualificava come pedagogista. E questo è però una ricchezza.

Qual è il rapporto tra educazione e cittadinanza attiva, partecipazione alla vita della società nel pensiero del filosofo americano?

Si tratta di un presupposto generale e naturale che quasi non veniva più enunciato. Era il fondo della sua filosofia. L'uomo per Dewey è l'educazione che ha. Si distingue soprattutto in termini educativi, che sono ampiamente esaustivi di quella che è la personalità, il complesso di valori, la mentalità di fondo di un individuo o di un gruppo di individui. In genere, Dewey fu anti-individualista, cioè i valori di fondo sono sempre valori socializzati di interscambio tra persone piuttosto che valori relativi a singole persone.

Un Dewey redivivo che giudizio darebbe del nostro sistema scolastico? Per esempio, del grande scoglio della formazione e dell'inserimento nel mondo del lavoro.

Si tratta di un problema storico che bisogna inquadrare nella epoca in cui viveva Dewey. Egli era anche molto comprensivo delle realtà di fatto per cui per molti ragazzi l'educazione si svolgeva nei primissimi anni post elementari e non aveva modo di espandersi in maniera ampia e originale. Per cui ci sono nelle sue opere cenni relativi alla necessità di anticipare quanto e quando necessario perché tutti avessero l'opportunità di maturare in tempo. In ogni caso, in Dewey sono sempre compresenti le due esigenze quella della più vasta formazione possibile e quella della tempestività di certe conclusioni. Direi che questa posizione in parte sta ancora in piedi. La disgiunzione tra forme piene di formazione e forme più rapide e riassuntive di educazione esiste ancora in tutto il mondo e anche in quello più avanzato.

Lei ha parlato di un Dewey filosofo tout court. Eppure non sono in tanti in Italia a considerarlo tale?

Dewey è soggetto a cicli decennali di evoluzione per cui ritorna attuale. Abbiamo avuto negli ultimi anni una ripresentazione dell'attualità di Dewey. Tutto questo in forma molto serena, senza improvvise riscoperte, prendendo alcuni temi e discutendoli alla luce delle questioni che l'attualità pone. Dewey ha avuto una costante presenza nella cultura del secolo passato e l'ha mantenuta anche perché apprezzato da molti editori che hanno mantenuto viva l'attenzione non solo in America ma anche da noi.

Fu un intellettuale che partecipava molto alla vita pubblica. E' corretto considerarlo un liberale?

E' vero. Una delle caratteristiche di Dewey è stata di prendere posizione quando necessario. Non si tirava mai indietro. I problemi su cui si esprimeva in parte esistono ancora e in parte sono anche peggiorati. Pensiamo alla tortura per esempio che pensavo sparita dall'attualità. Dewey è stato sempre aperto all'attualità, aveva una grande apertura internazionale, ha girato tutto il mondo. E' stato vicino alla cultura cinese, orientale, africana, non ha mai perso occasione di sottolineare l'importanza delle differenze e questa è una cosa di costante attualità. E' stato un liberal nel senso americano, una persona estremamente aperta alle novità e alle concezioni più coraggiose e radicali. Niente a che vedere col senso più nostro per il quale il termine "liberale" è in parte sinonimo di "conservatore".


 

 

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