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315 - 16.02.07


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Kapuscinski, camminando
alla scoperta del mondo

Andrea Semplici


In omaggio a Ryszard Kapuscinski, da poco scomparso, proponiamo questo scritto, tratto dal catalogo della mostra “Kapuscinski dall’Africa – Immagini di un reportage” organizzata a Genova dal Centro Culturale Europeo presso le sale della Fondazione Carige dal 10 marzo al 7 aprile 2006.

Parlammo di Moby Dick. Anzi del grande narratore di quell'epopea, il mozzo Ismaele. Che, con addosso una strana malinconia, si domandava: “Ha senso circumnavigare la terra? Si torna sempre da dove siamo partiti”. Gli occhi, dai riflessi dell'acqua alpina, di Ryszard Kapuscinski guardavano verso la linea dell'orizzonte. Oltre il mare, diresti. Stavamo camminando, in un giorno di un tardo autunno di molti anni fa, su una spiaggia dell'Adriatico. “Non si lasci ingannare - disse quasi sottovoce - Non creda a chi le dice che bastano Internet e la televisione per viaggiare. Non dobbiamo fermarci. Dobbiamo solo cambiare i punti di vista, essere sempre insoddisfatti: io ho sempre cercato di sfuggire alle regole dei grandi incontri internazionali. Uscivo dalle sale della conferenze e andavo a vedere cosa succedeva nelle cantine o nelle cucine di quei palazzi lussuosi. Bisogna parlare con i camerieri, con i taxisti, con la gente dei mercati. Bisogna camminare, riscoprire la lentezza proprio nel mondo dell'eccesso di informazioni e della velocità. Ismaele si pone quella domanda perché, dentro di sé, conosce bene la risposta: non si fermerà, si terrà i suoi dubbi e continuerà a viaggiare”.

Strano quel lontano incontro. Oggi, come un vecchio, penso che sono rimasti in pochi quelli come Kapuscinski. Tiziano Terzani ci ha lasciato quasi tre anni fa. Chi è rimasto? Chi rispetta ancora questa legge del “camminare” per scrivere? Quanti articoli, anch'io, ho scritto solo spulciando le pagine di Internet? Quanti direttori ti capiscono quando dici che vuoi “andare a vedere”? “Sono gli occhi e i piedi il vero giornalismo - mi spiegò Ryszard, quasi a consolarmi - I computer rendono più facile il nostro mestiere, ma sono solo strumenti. Non possono sostituire né occhi, né piedi. Né la voglia di essere in un luogo perché lì, davvero, vuoi essere”. E Kapuscinski, per decenni, è sempre stato al posto giusto al momento giusto. Era quello che voleva. Di lui dicevano: “Quando prenota un biglietto d'aereo sta per scoppiare una rivoluzione”. Ma nel 1961, quando gli negarono un visto per il Congo, Ryszard non esitò a mettersi in cammino via terra. Partì dal Cairo e attraversò mezza Africa. Era a Stanleyville (oggi Kisangani) quando uccisero Lumumba.

Incontri quest'uomo e ti sorprendi. “Lo scrittore-reporter solitario più amato di questi ultimi anni” è un uomo timido, curioso, appassionato, rigoroso. Un gentiluomo di altri tempi, diresti. Sorridente e cordiale. La nostra intervista non fu mai tale: fu un viaggio durato tre giorni, un lungo racconto di cui ho ancora nostalgia. Furono passeggiate sulla spiaggia, chiacchierate in una camera d'albergo, spartane colazioni al mattino, andirivieni fra le bancarelle di un mercato a cercare un cappello. Fu, mi illudo, una breve complicità. Fu un regalo che ha lasciato una traccia dentro di me. Ogni volta che vado in Africa (non capita più così spesso) mi chiedo cosa avrebbe fatto Kapuscinski al mio posto. Non ho risposte, ma so che avrebbe camminato e allora ci provo ad uscire dai grandi alberghi dove si rinchiudono i giornalisti e dove le notizie arrivano via Internet. Vado in giro, spesso senza una meta. Ryszard ha ragione: le storie in Africa ti avvolgono, basta uscire, basta afferrare al volo un taxi-brousse e farsi condurre in un villaggio. Da lì puoi raccontare quello che accade veramente.
Ma quanti giornali, oggi, sono disposti ad assecondare questa follia?
Ryszard oggi ha poco più di settant'anni. Ma possiede ancora la capacità di scuotere coscienze, di emozionare, di stupire. Perché, come mi disse con forza, un giornalista “non può essere un cinico, non può dimenticare la sua umanità”. Sei un testimone, è vero, ma non hai il cuore di ghiaccio. Ad Erevan, in Armenia, Ryszard è assieme alla gente che assiste alla distruzione del vecchio quartiere della città. I bulldozer sono impietosi, uomini e donne piangono tenendosi per mano. Kapuscinski annota: “Sto lì anch'io e piango con loro”.

Non ho più incontrato Ryszard da allora. Ma il suo biglietto da visita è ancora appeso dietro la mia scrivania. Come un contatto amico, un numero per un'urgenza, come se fosse a portata di mano ogni volta che hai bisogno di un consiglio, di un aiuto. E' una sorta di amuleto, un talismano per il buon giornalismo.

 



 

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