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314 - 02.02.07


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La rivoluzione
sognata dai bambini

Alessandro Russo


Le mani della censura della Repubblica Popolare Cinese abitualmente intervengono in fase di sceneggiatura, durante le riprese e in postproduzione. Così La guerra dei fiori rossi è giunto nelle sale di Oriente e di Occidente, decisamente alleggerito nelle scene, ma soprattutto nel racconto, tanto che lascia stupefatti per quel suo dire definitivamente, senza mostrare fino in fondo. Il regista Zhang Yuan ha scelto la leggerezza per raccontate un romanzo sull’infanzia fortemente autobiografico di Wang Shuo, scrittore non aderente al regime. Una scelta forzata che è anche una qualità rara perché questa leggerezza, voluta soprattutto per poter apparire nelle sale cinesi, permette al regista di poter raccontare in penombra, quando non in ellissi, una verità, senza ricorrere ad alcuna oscura metafora.

Quiang è un bambino di quattro anni; non sappiamo nulla di lui se non che un giorno di inverno, tra grandi lacrime e fiocchi di neve, viene affidato dai genitori alle cure di un asilo d’infanzia. Siamo all’alba della Rivoluzione. Questo asilo fa paura a Quiang come a tutti deve far paura ogni struttura totalizzante, regolata secondo orari precisi, meticolosi schemi di ordine e tempi di libertà determinati. E’ la prima vittoria della programmazione sociale sull’infanzia. Ogni piccolo ospite dell’asilo, ogni giorno, ha la possibilità di vincere cinque fiori di carta rossa, leggera come quella delle lanterne, premio per il bambino migliore, futuro cittadino perfetto. Chi ha meritato il massimo numero di fiori acquisisce il diritto di essere capoclasse. Le prove sono semplici: ubbidienza cieca, pipì e cacca al cronometro, sapersi vestire al mattino e spogliare alla sera. Quiang, che ci pare certamente un bambino non particolarmente sveglio o educato, non capisce l’ordine, anzi lo detesta. In risposta alla repressione, durante la notte sogna di camminare nella neve e poter finalmente fare la pipì in libertà sul selciato. Ogni mattino si risveglia con il materasso bagnato e ad attenderlo c’è il castigo brutale della maestra Li. Così i sogni si arricchiscono di nuove avventure e vengono in aiuto per spiegare i modi bruschi dell’educatrice. La maestra Li in verità è un terribile mostro che mangia i bambini. Convinto della sua verità Quiang diffonde il racconto per tutto l’asilo. La scoperta della vera identità della maestra pare talmente credibile che passa di bocca in bocca e scuote dal torpore persino i bambini più ubbidienti, scatenando un’imprevedibile reazione, tradotta dal regista in una delle sequenze più felici e commoventi del film.

Chi sa se la rivoluzione è un giuoco o una cosa seria e se la rivoluzione si può davvero fare a quattro anni. C’è da chiederselo vedendo le immagini di questa pellicola prodotta anche dal nostro paese grazie all’intervento di Marco Müller, un’opera realizzata sul solco di un cinema spettacolare, ma non autocompiaciuto. Zhang Yuan si è fatto maestro del cinema di disobbedienza in forma acuta e leggera e maestro dei piccoli attori. Ne ha “governati” magistralmente 135 per quattro mesi di riprese, un piccolo popolo. “Peggio di un musical di Minnelli” suggerisce Marco Müller, lasciando immaginare il clima delle riprese, e spiega il comportamento sovversivo del piccolo Quiang come una difesa dello stato di natura contro lo stato di civiltà imposto. Infatti il film non vuole rappresentare la lotta di un bambino capriccioso qualsiasi o la formazione di un dissidente in erba, ma il germoglio di ogni possibile resistenza e, se si vuole, la ribellione testardamente anarchica dell’infanzia.

Nelle sequenze del film non c’è alcun riferimento alla storia della Cina dell’ultimo secolo eppure emerge chiara, nelle metafore così fuori di metafora, la rappresentazione di uno stato di cose. Le forbici che tagliano il codino a Quiang, vistose e temibili in una delle prime inquadrature, insieme ai pidocchi, prevengono la libertà della cultura. Ogni censura è chiamata in causa, prima tra tutte quella che si è abbattuta sul film e quella che si abbatte sulla libertà di espressione in Cina ogni giorno. Quei piccoli e apparentemente innocui fiori rossi saranno poi le grandi coccarde delle manifestazioni di regime. E ancora, i bambini contro i bambini, nei giochi delle pistole, cadono morti sul selciato di un cortile e, mentre la cinepresa indugia sui corpi abbandonati sulla strada, ci si chiede quanti anni sia lontana piazza Tian’anmen, se non nel racconto, almeno nella nostra memoria. “La durata dei vostri millenni / non è stata, in realtà, che un voletto delle nostre altalene” risponde dal 1968 Elsa Morante in un mondo ancora salvato dai ragazzini, “la mia pipì tiene lontano i mostri” dice Quiang e quando non piange a dirotto, ride per lo sberleffo all’autorità. Ma in una realtà probabile il prezzo da pagare per questo nostro piccolo anarchico pisciasotto è straordinariamente alto.


La guerra dei fiori rossi

Regia: Zhang Yuan
Interpreti: Dong Bowen, Ning Yuanyuan, Chen Manyuan, Zhao Rui, Li Xiaofeng

 

 

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