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313 - 19.01.07


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Le passioni dell’algida Curie

Francesco Roat


Abbina due protagonisti femminili, l’uno dei quali famosissimo e l’altro assai meno noto, l’ultimo romanzo di Per Olov Enquist tradotto in italiano. La donna celebre è nientemeno che Marie Curie: due volte Premio Nobel per le sue ricerche nell’ambito della radioattività (tra l’altro fu lei a scoprire il polonio, sostanza di cui tanto hanno parlato di recente i media); la meno conosciuta è Blanche Wittman: paziente prediletta da un altro insigne personaggio, quel Jean-Martin Charcot, maestro di Freud, che nella seconda metà dell’ottocento alla Salpêtrière – manicomio/ospizio di Parigi – inizia a trattare in modo nuovo le malattie nervose, in primis l’isteria, tramite l’ipnosi e tentando per la prima volta un viaggio esplorativo in quel continente psichico sommerso e abissale che il suo giovane assistente austriaco chiamerà poi inconscio.

La giovane Blanche, una volta guarita grazie alle cure amorevoli del pioniere della neurologia, morto Charcot diverrà assistente di Madame Curie, coadiuvandola nei suoi studi sul radio e finendo per esporsi troppo alle radiazioni; col risultato nefasto di venire amputata più volte degli arti e di ridursi a un misero tronco umano. Ma sarà giusto durante questo travaglio che Blanche scriverà con la sola mano che le resta il Libro delle Domande, in cui la donna ripercorre il proprio sodalizio con Marie e soprattutto si interroga sul significato dell’amore, in relazione non solo al sentimento che la legava a Charcot, ma pure al rapporto trasgressivo che la scienziata di origine polacca, ormai vedova del marito Pierre, aveva instaurato con un collega ammogliato guastandosi la reputazione.

Questo il plot narrativo ideato da Enquist, in cui l’autore svedese riesce a descrivere in modo straordinariamente avvincente, mediante pagine di grande intensità espressiva, l’avventura delle prime scoperte legate alla radioattività ed il clima culturale della Francia a cavallo tra otto e novecento, ma non solo; attraverso questa storia in bilico fra la cronaca di carattere storico e l’invenzione biografica, egli mostra al lettore una Marie Curie che non assomiglia per nulla all’asettica e un po’ algida figura di ricercatrice che una certa iconografia retorica ci ha tramandato, bensì a una donna in carne ed ossa, con tutte le contraddizioni e passioni di cui un personaggio vivace ed autentico come la Curie era presumibilmente intessuta. In parallelo, pure il secondo personaggio autorevole (Charcot) viene messo a nudo, rivelandocene ben oltre gli indubbi pregi di studioso e innovatore in campo neuro-psichiatrico tutta l’umanità/fragilità, che Enquist esplora in capitoli di notevole acume psicologico e perizia narrativa.

Ben delineati altresì i due scenari principali del romanzo: la fortezza della Salpêtrière: immenso reclusorio dove si assiepavano pezzenti e prostitute, malati veri e reietti, pazzi ed emarginati, tra cui circa seimila donne “sconvolte dall’amore”. E lo spartano (e gelido) laboratorio dei Curie: una “vecchia baracca di legno” dove viene per la prima volta ricavato dalla pechblenda il radio, elemento dall’inquietante, mortifera “luminescenza”. In tali luoghi liminari, ai confini degli ambiti della vita (o della morale) consuetudinaria, si fanno scoperte inedite e sbocciano amori formidabili, come quello destinato a unire l’attempato e savio Jean-Martin alla giovane e folle Blanche o quello adulterino fra i due morigerati/serissimi fisici Marie Curie e Paul Langevin. Ecco, forse sta in questi aspetti paradossali e/o ambivalenti la cifra sottesa al romanzo: tutto giocato sulla soglia, sul fragile confine che separa saggezza e sregolatezza, sanità mentale e pazzia, amore e rancore, energia positiva e negativa di elementi come il radio, la passione o quel “misto di caos e di ordine” che Charcot ritiene di scorgere nelle manifestazioni isteriche.

Non a caso uno snodo cruciale del racconto – allorché la relazione fra i due colleghi viene scoperta e denunciata dalla stampa bacchettona ed esterofoba – si situa alla vigilia della Grande Guerra, poco prima dunque che il primo conflitto mondiale faccia esplodere le contraddizioni con cui non voleva/poteva misurarsi la Belle époque, quando l’ottimismo europeo inizio secolo nei confronti d’un inarrestabile progresso riceve una micidiale mazzata. Poi – è solo questione di tempo – verranno il disincanto, la psicoanalisi, le ricerche che condurranno alla bomba atomica. Ma questa è un’altra storia. La nostra si ferma il quattro luglio del 1934 – giorno della morte di Marie, che non vedrà Hiroscima –, molti anni dopo la fine della sua relazione dagli esiti disastrosi con Paul e la scomparsa di Blanche la quale, alla fine del suo libro, comprende/confessa che: “Non si può spiegare l’amore”. Ma giustamente, le fa constatare subito dopo Enquist, “chi saremmo, se non ci provassimo?”.

Per Olov Enquist,
Il libro di Blanche e di Marie
,
trad. di Katia De Marco,
Iperborea, pp. 251, € 15,00.

 

 

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