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311 - 08.12.06


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Essere poeta che fatica

Francesco Roat



Davvero sconcertante il paradosso in cui è possibile riassumere lo stato della poesia nel Belpaese. Se infatti le statistiche dicono il vero, in Italia quasi due milioni di persone ogni anno scrivono versi (più o meno bene, più o meno per diletto, poco importa); ma il dato sorprendente, a contraltare di questa cifra a dir poco enorme, è che appena duemila persone nello stesso periodo comprano un libro di poesie. Lo scarto fra i due dati è così grande da supporre essi non siano del tutto attendibili. Ma anche dimezzando i poeti e triplicando o quadruplicando gli acquirenti dei testi altrui, la congiuntura rimarrebbe la stessa: una situazione contraddittoria a dir poco. Che fossimo un popolo di santi, poeti e navigatori, era noto da tempo. Di scarsa vocazione alla lettura, pure. Ma a questi livelli di infime vendite editoriali nell’ambito poetico la cosa assume un rilievo allarmante; e giusto in rapporto con una tanto massiccia propensione all’espressività letteraria in versi. Come spiegare il fatto?

Prova a farlo Alberto Bertoni – saggista, critico letterario, nonché docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bologna – in un notevole saggio su: “Come si legge e come si scrive” la poesia. Anche perché – a suo avviso, condivisibile senz’altro pure da chi scrive – difficile è produrre versi di qualche pregio se prima non ci si è allenati attraverso la lettura di poeti riconosciuti tali. Ma ciò, dicevamo, si fa troppo poco, specie in Italia, per due ordini di ragioni. L’uno è legato all’odierna non fiorente situazione editoriale, per cui non tutte le grandi Case Editrici (anzi poche) osano pubblicare poesie di contemporanei e “quasi mai di esordienti”; e se lo fanno le tirature sono assai limitate per timore di perderci, col bel risultato che sugli scaffali delle librerie scarseggiano i poeti, soffocati da una pletora di narratori. L’altro motivo è in stretta connessione col più generale problema di fruizione/circolazione dell’“arte contemporanea”, che dal secolo scorso a tutt’oggi è rimasta “un fatto di élite”. Si aggiunga a queste considerazioni il fatto che da qualche decennio non esiste più (a livello scolastico e culturale in senso lato) una serie di autori e/o testi ritenuti di indispensabile/obbligatoria lettura (sono venuti a mancare i classici, insomma), o che la lettura stessa sempre più viene vissuta quale momento di evasione ed ecco spiegato il solo apparentemente paradossale iato fra produttori e fruitori di testi poetici.

Ma attenzione, ammonisce Bertoni, a non scordarci che la circolazione della poesia, oggi, segue canali non solo legati al libro e al suo mercato. Si compra e si legge poesia grazie alle innumerevoli/encomiabili riviste che stampano opere in versi anche di autori poco o per nulla noti; grazie ad edizioni minori – magari, ahinoi, stampate a spese del poeta – fatte circolare in barba alla grande distribuzione; infine grazie alle biblioteche, dove la poesia viene letta, eccome.

Resta comunque il problema di capire il perché del numero enorme di chi si cimenta a scrivere non già in prosa ma attraverso una strana scansione ritmica, simile ad una partitura musicale, “che impone a chi scrive di interrompere la riga tipografica prima della sua fine naturale”. Forzatura artificiosa, dunque? No, certo. Semmai attenzione precipua alla parola per dire – nel modo più pregnante e intenso, emozioni, sensazioni, pensieri intorno al vivere (e al morire). Di più, la poesia – vero e proprio crogiolo alchemico della lingua ad altissimo grado metaforico – è, secondo Bertoni, “azione verbale chiamata a dar misura all’informe e a introdurre uno sguardo, un punto di vista, da cui nascono una visione e una figura del mondo”. Altrimenti, potremmo dire noi, il verso rimane solo un vano tentativo narcisistico d’intrecciar collane di belle parole o scade nella mera illustratività, nella retorica liricheggiante o peggio ancora nel sentimentalismo o nel lamento autoconsolatorio.

Rimane da trattare un’ultima questione, di non poco conto. Si può imparare ad esprimersi tramite la poesia e, semmai, come apprendere tale arte ineffabile? Bertoni sa bene che alcun corso di scrittura creativa – da solo – servirà a far nascere un novello Leopardi; tuttavia a suo avviso chi voglia cimentarsi col delicato strumento della versificazione ha da apprenderne quantomeno la tecnica: “deve imparare alcune regole. E magari anche il funzionamento di alcuni accorgimenti formali”, quali ad esempio la scansione ritmica, o l’uso delle cosiddette figure retoriche. Come sarà essenziale – si diceva – la lettura di autori classici e contemporanei, magari imparando a “smontare i meccanismi profondi delle metafore dei grandi poeti”. Quanto all’espressività, ovvio non vi sia manuale, baedeker o guida esperta in grado di insegnarci a fabbricare un verso non già bello, ma significativo e autentico. Così non rimane forse che citare il lascito di una delle maggiori voci poetiche del novecento, Rilke, che questo suggerimento dà all’aspirante poeta: Lasciare che ogni impressione e ogni germe di un sentimento si compia tutto dentro, nell’ombra, nell’indicibile e inconscio e inattingibile alla propria ragione, e con profonda umiltà e pazienza.


Alberto Bertoni,
La poesia - Come si legge e come si scrive,
Soc. ed. il Mulino, pp. 223, € 12,00

 


 

 

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