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310 - 24.11.06


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Shostakovich tra arte e potere,
genio massacrato dai pregiudizi

Oreste Bossini con
Daniela Gangale



Schiacciato (se non oppresso) dall’anniversario mozartiano, che ha monopolizzato i cartelloni e le stagioni di mezza Europa, il centenario della nascita di Dimitrij Shostakovich (1906 – 1975) rischia di passare quasi sotto silenzio. Spigolando qua e là nei cartelloni italiani qualcosa si può trovare: a Roma l’Accademia di Santa Cecilia ha organizzato un Omaggio a Shostakovich dal 18 al 27 novembre, affidato quasi interamente al direttore Valery Gergiev, che propone alcune delle più importanti Sinfonie oltre ad una giornata interamente dedicata al compositore con proiezioni video; a Torino il Regio ha proposto l’opera Il naso, che verrà ripresa il 29 e 30 novembre alla Filarmonica di Roma; le più note sinfonie sono sparse anche nella stagione della Fenice di Venezia; niente di significativo invece alla Scala di Milano e al San Carlo di Napoli.

Compositore di eccezionale spessore artistico, aiutato e afflitto da un controverso rapporto con il potere, Shostakovich ha abbracciato quasi interamente la parabola dell’avventura sovietica, misurandone limiti e grandezze e pagando in prima persona l’appartenenza al proprio credo artistico a rischio di purghe ed ostracismi. Ne abbiamo parlato con Oreste Bossini, voce di Radio Tre e musicologo.

Musica e potere: un binomio assillante nella biografia di Shostakovich. Possiamo definire quali furono i rapporti tra il musicista e l’establishment sovietico?

Per motivi biografici Shostakovich ha attraversato tutte le fasi dell’avventura sovietica. Poco più che bambino nel 1917, anno di inizio della Rivoluzione russa, si ritrovò adolescente e poi giovane uomo nel periodo di assestamento del regime sovietico, vivendo l’ascesa di Stalin, l’organizzazione del nuovo stato, la seconda guerra mondiale, il voltafaccia nazista all’indomani del patto Molotov-Ribbentropp e affrontando infine, nella sua maturità di uomo e di artista, tutti i problemi del dopoguerra, particolarmente segnato in Urss dal rapporto conflittuale con l’occidente. I suoi settant’anni di vita in pratica coincidono con la vita dell’Unione Sovietica e ne riflettono umori e disagi, successi e sconfitte; di conseguenza temo sia difficile sintetizzare in un’unica posizione il rapporto tra il musicista e il potere politico, in altri termini stabilire se Shostakovich fosse pro o contro il regime sovietico. Direi piuttosto che la sua posizione mostra quell’ambiguità tristemente connaturata al rapporto arte/potere nei regimi totalitari, dove l’arte viene considerata cinghia di trasmissione tra dirigenti e popolo, meccanismo utilizzato fondamentalmente per creare consenso e gli artisti che non si adeguano a questa prospettiva, quanto meno formalmente, hanno la vita dura.

Potremmo rapidamente ricordare alcuni elementi della biografia del musicista che possono essere utili ad un’interpretazione della questione. L’amicizia con Stalin, ad esempio, gli fu preziosa in molti casi: ci sono lettere in cui sono testimoniate una certa familiarità tra i due e richieste di favori per protetti del musicista, magari incappati nelle pesanti maglie della repressione. Oppure i numerosi privilegi economici, case e premi in denaro (tra il 1941 e il 1947 ottenne ben tre premi Stalin per un totale di 250.000 rubli quando il salario medio era di 400/500 rubli) nella Russia degli alloggi requisiti e dei salari da fame. Anche Kruscev dimostrò di considerarlo allineato al regime quando lo volle come ambasciatore della musica sovietica in Occidente negli anni Sessanta, scegliendolo per un viaggio di rappresentanza negli Stati Uniti. Non mancarono però pesanti ombre: Stalin in persona nel 1936 criticò drasticamente la sua Lady Macbeth, opera lirica considerata scandalosa e poco sovietica e alcune sue opere sinfoniche subirono un vero e proprio boicottaggio, rimanendo ineseguite per molto tempo nonostante il successo di pubblico.

Possiamo ricostruire all’interno dell’opera shostakoviana le tappe più significative di questo accidentato itinerario arte/potere?

Salutato al suo esordio come un compositore che incarnava i valori sovietici, Shostakovich a soli vent’anni aveva la strada spianata.
Il primo momento di criticità ci fu nel 1936, alla prima di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk. In un clima politico particolare, quando venti di guerra spiravano sull’Europa, l’opera fu accusata di formalismo e la Pravda la stroncò con il famoso articolo intitolato “Caos anziché musica” che alle orecchie di Shostakovich suonò come un pesante avvertimento. Troppa modernità nel linguaggio musicale in un momento di forte ritorno all’ordine, temi scabrosi (la vicenda è imperniata su una donna prigioniera di un matrimonio, che pur salvandola dalla miseria la spinge nella disperazione della noia e dell’infelicità coniugale e la conduce a omicidi plurimi, n.d.r.), addirittura una scena di sesso sul palcoscenico in cui i glissando dei tromboni risultano inequivocabilmente allusivi: era davvero troppo per la retorica stalinista e l’opera fu interdetta dai teatri fino al 1963.

Un secondo momento di crisi e di sorpresa in tutto il mondo intellettuale si ebbe nel 1961, quando il musicista prese la tessera del Partito spinto da Kruscev, che ne aveva bisogno come ambasciatore intellettuale per l’Occidente. In Europa e negli Stati Uniti il compositore era visto in quegli anni quasi come un dissidente e questa sua adesione al comunismo, sebbene tardiva, creò un comprensibile sconcerto nell’opinione pubblica.

Altrettanto sconcerto, sia pure di segno inverso, si ebbe nel 1962 quando venne eseguita la Tredicesima Sinfonia “Babij Jar” su testi del poeta Evtusenko. Si trattava di versi che ricordavano il massacro degli ebrei compiuto a Kiev dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e si inseriva in un più ampio interesse del compositore per la cultura yddish. In quegli anni però l’antisemitismo era piuttosto diffuso in Urss ed era diventato una specie di bersaglio secondario per colpire una certa fascia di intellettuali poco allineati, molti dei quali erano ebrei. Erano anni in cui c’era poco da scherzare: semplici pretesti bastavano a scatenare feroci “purghe”. La Babij Jar fu dunque letta come un atto poco nazionalistico e fu sistematicamente boicottata sin dalla sua prima esecuzione; ebbe comunque un grande successo di pubblico, come del resto tutte le opere di Shostakovich.

Cinema e jazz: possiamo dire che hanno cambiato il modo di fare musica e di fruire il tempo libero nel Novecento. Quanto e come ne è stato influenzato Shostakovich?

Il cinema all’inizio fu per Shostakovich un banale e rapido modo per far soldi: negli anni difficili che seguirono la morte del padre, per sbarcare il lunario e aiutare la famiglia, accompagnava al pianoforte le pellicole mute. Era un lavoro sfiancante; improvvisare per ore in ambienti fumosi e malsani, nel chiasso del pubblico spesso piuttosto popolare, seguendo la trama del film, gli toglieva quelle energie mentali che avrebbe voluto impiegare per comporre e studiare. Fu un lavoro che abbandonò non appena possibile anche se in seguito gli riconoscerà qualche merito. Nell’arco della sua carriera Shostakovich collaborò poi con numerosi importanti registi, tra cui Grigorij Kozincev, per il quale scrisse le musiche per il film Amleto e per molti altri capolavori.

Col jazz il nostro ebbe invece meno a che fare; oltre all’operetta Mosca, quartiere Cerëmuški in cui esplora il linguaggio del musical e alle Suite per orchestra jazz n. 1 e n. 2, composte nella seconda metà degli anni Trenta, non ci sono altri elementi che testimoniano un interesse specifico per questo genere di musica.

Per concludere, vogliamo fare un bilancio delle celebrazioni di questo centenario per quanto riguarda il panorama italiano?

Intanto vorrei premettere che le celebrazioni come i centenari sono spesso una manifestazione di debolezza della musica: celebrare e ricelebrare gli stessi mostri sacri è anche un modo per non dare spazio al nuovo.
Al di là di questo direi che non si è fatto molto; mi sarebbe piaciuto poter avere esecuzioni integrali delle Sinfonie e dei Quartetti, nuovi allestimenti almeno per le opere maggiori, pubblicazioni musicologiche specifiche. I grandi luoghi della musica in Italia non hanno dato molto spazio a questo autore, a eccezione di Santa Cecilia con l’Omaggio a Shostakovich mentre sul fronte editoriale tutto tacerebbe se non fosse per l’edizione delle lettere a cura di Elisabeth Wilson, pubblicate da Il Saggiatore, che costituisce al momento la più ampia raccolta disponibile al pubblico. Temo che ancora una volta il nostro compositore abbia scontato i pregiudizi che hanno accompagnato tanta parte della sua opera. Non dimentichiamo infatti che in vita Shostakovich è stato letteralmente massacrato da gran parte dell’avanguardia solo perché adoperava il linguaggio tonale, ritenuto a torto obsoleto. Forse, almeno da morto, avrebbe meritato un po’ di più…


 

 

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