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310 - 24.11.06


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Quei film che accendono la realtà

Marco Lodoli



Questo testo è tratto dal catalogo della mostra del fotografo Sandro Becchetti “Cinema, il migliore dei mondo possibili”, a Roma fino al 14 gennaio 2007.


Pangloss, filosofo leibniziano, aveva educato il suo giovane allievo Candido a considerare questo come “il migliore dei mondi possibili”, ma i fatti, ahilui, lo smentirono brutalmente e ben presto Candide si dovette rendere conto che il mondo non è poi così perfetto, che i terremoti e le carestie lo devastano e troppo spesso che gli uomini ce la mettono tutta per rovinarsi la vita a vicenda.
Povero Pangloss e povero Candido, nati troppo presto non potevano sapere che il migliore dei mondi possibili è il cinema!

Se fuori tutto ci sembra disordinato, assurdo, inspiegabile, se certi giorni ci sembra di abitare un naufragio perenne, basta comprare un biglietto, scostare una tenda di velluto, entrare nel buio di una sala cinematografica per ritrovare un senso, una direzione, una voluttà.

È così da quando eravamo piccoli e il cinema era solo quella sala parrocchiale dietro casa. I buoni e i cattivi si dividevano simmetricamente la scena, erano grandi eroi e omuncoli meschini, erano cowboy e indiani, coraggiosi gladiatori e infami traditori, e tutto finiva com’era giusto che finisse: il bene, dopo mille vicissitudini, trionfava e il male, nonostante le sue astuzie e le sue carognate, soccombeva inevitabilmente.
Poi siamo cresciuti, le cose si sono un po’ complicate, ma la sostanza è rimasta la stessa.

A volte le storie che passavano sullo schermo erano solo il pretesto per prendere posto nell’ultima fila e baciare appassionatamente il nostro grande amore. Fuori non avevamo coraggio di osare tanto, ma lì dentro era permesso, era il mondo della fantasia, dei sentimenti, dell’audacia che ci autorizzava ad allungare le mani, ad assecondare i battiti accelerati del desiderio.

Più avanti ancora venne il tempo dei cinema d’essai e dei cineclub. Sacco e Vanzetti morivano invocando giustizia, un poveruomo cercava la sua bicicletta nelle vie del dopoguerra, un ferroviere si lasciava andare travolto da una colpa non sua: il mondo vero infieriva sui deboli, li cancellava senza pietà,ma il cinema li teneva in palmo di mano, li difendeva, dimostrava che un’altra vita è sempre possibile. Tutto riacquistava una dimensione più vera, anche se falsa. Arrivammo ad amare anche i film più complicati, Bergman e Buñuel, Fellini e Godard. Il bene e il male si mescolavano e si confondevano, ma sempre dentro alle due ore del film, in quel rettangolo protetto.

Nulla si sfilacciava nel caos dell’esistenza, tutto rimaneva comunque sotto il controllo vigile dei grandi registi, burattinai sublimi che sanno come muovere la Morte e l’Amore, il gendarme e il buffone, l’ordine e il disordine, le nuvole e i sassi. Ma ogni tanto ci piaceva ancora vedere un filmaccio, una commediola boccaccesca, una porcata divertente, un western da quattro soldi. Perché il cinema ci conquista in alto e in basso, nello sguardo malinconico di Mastroianni e nelle curve mozzafiato di una divetta, nell’inseguimento del Senso Assoluto o di una macchina carica di banditi dal grilletto facile. È comunque sempre una ricomposizione delle infinite tessere sparpagliate sul tavolo della vita. Primo piano, campo lungo, carrello, dolly, e la realtà diventa un film, una strada che porta fino in fondo.

Come noi, forse più di tutti noi, Sandro Becchetti ha infinitamente amato il cinema, e ancor di più i suoi protagonisti, geni impareggiabili o attori di una stagione sola, star ombrose o belle figliole che la pellicola ha sottratto all’usura del tempo che passa. I suoi ritratti sono un atto di ringraziamento, il gesto affettuoso di chi si avvicina a un mondo senza voler disturbare, senza chiedere autografi o aneddoti: a lui basta che un volto si fissi per sempre nella memoria, come un saluto intenso. Non c’è gerarchia tra grandi e minori, autori straordinari e altri quasi dimenticati: è tutta gente che ha fatto il cinema, che ci ha messo una mano sulla spalla e ci ha raccontato una storia, che ci ha tenuto in quel buio tiepido come nel ventre di una balena o di una madre premurosa. Il cinema, ci dice sottovoce Sandro Becchetti, è la bugia più bella, i suoi protagonisti in fondo sono solo degli incantatori, dei truffatori, maghi di un circo spiantato, ombre cinesi sul muro di una stanza, e noi ormai lo sappiamo, ma forse proprio per questo ci piacciono così tanto, perché il mondo vero rotola e travolge e non si ferma nemmeno per due ore, il tempo giusto per un viaggio senza tempo.



 

 

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