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309 - 10.11.06


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Budapest 2006, va in scena
la danza macabra di Orban

Mihály Kornis con
Mauro Buonocore



“La storia si ripete, ma come diceva Marx, se la prima volta è tragedia la seconda è farsa”. Mihály Kornis è uomo di teatro e numerosi sono gli spettacoli che lo hanno reso noto in Ungheria, prima come intellettuale dissidente durante il regime comunista, poi come scrittore tra i più celebrati del suo paese. Guarda a Budapest e descrive quel che vede come una danza macabra, un carnevale nero che, con il pretesto del cinquantenario della rivoluzione del ’56, agita animi e folle. Ecco perché oggi, chi vuole richiamarsi a cinquant’anni fa per sobillare il popolo (come sta cercando di fare Viktor Orban, leader dell’opposizione nazionalista) non fa che mettere in scena una farsa che ha come scopo la sola conquista del potere. Una farsa che prende forma in una scenografia desolata, almeno così la descrive Kornis, perché politici di opposte fazioni si insultano e si accusano di corruzione, ma la verità è che “ci sono dentro entrambi fino al collo”. Nessuna speranza allora per uscire dalla crisi? “Confrontiamoci con il nostro passato – dice Kornis – raccontiamoci la nostra storia e facciamo luce sulle menzogne che l’hanno costruita”.

Scontri di piazza, accuse di corruzione al governo, ultimatum per le dimissioni. Che cosa sta accadendo in Ungheria?

Provi a immaginare un contesto in cui una maggioranza che ha vinto le elezioni succede a un governo dello stesso partito, che però ha sfruttato le risorse del paese a tal punto da lasciare in eredità un buco drammatico nelle finanze pubbliche. Provi ora a immaginare che il leader del governo attuale, in una riunione interna al partito faccia un discorso dicendo che negli ultimi anni di governo si sono dette un sacco di bugie, e se vogliamo cambiare il corso politico-economico dell’Ungheria bisogna cambiare radicalmente atteggiamento verso gli elettori.
Immagini infine che questo discorso venga trafugato dall’opposizione, che questa ne isoli e decontestualizzi alcune frasi (quelle in cui si ammette di aver mentito per anni) e le pubblicizzi con grande clamore.
E così, mentre il discorso del premier Gyurcsány mirava in realtà alla necessità di cambiamento, Viktor Orban, leader della destra nazional-populista, vuole attivare una specie di rivoluzione morale che utilizzi il cinquantenario del ’56 per accostare i due momenti e dare credibilità morale alle proprie operazioni populiste. Orban sta agitando animi e fatti come in una danza macabra, ma come diceva Marx: ciò che una volta è tragedia, la seconda è farsa.

Gli elettori ungheresi avranno avuto la possibilità di leggere il discorso integrale di Gyurcsány. Come possono non cogliere il paradosso di un leader messo sotto accusa proprio nel momento in cui vuole voltare pagina?

Fino ad ora abbiamo parlato della cronaca politica, ora proviamo a capire l’atmosfera culturale in cui tutto ciò accade. L’elettore ungherese è stato oppresso per un cinquantennio; tanto la destra quanto la sinistra, con i loro rispettivi leader politici, sono figlie della dittatura di velluto di Kàdàr.
La tradizione politica del nostro paese vede molto spesso la presenza di un potere forte e oppressivo, per evolvere da questa tradizione la sinistra cerca di elaborare una cultura progressista, ma la destra non è in grado di costruire una cultura liberal conservatrice e deve integrarsi con pensieri estremisti.

Il problema più grave sta nel fatto che il Partito socialista (Mszp, attuale forza di governo) è in un certo senso erede del partito di Kàdàr che ha governato per circa 35 anni, dalla fine della rivoluzione del ’56 fino alla caduta del blocco sovietico dell’89. Questo vuol dire che c’è una classe politica a sinistra, erede della dittatura, che è riuscita a mettere in piedi dei capitali con le privatizzazioni degli apparati statali degli ultimi quindici anni. Quindi i due partiti non possono farsi nessuna accusa reciproca, nessuno dei due può dare del corrotto all’altro perché ci sono dentro entrambi fino al collo.
In Ungheria c’è oggi una vera e propria crisi morale che investe le élite, una decadenza che coinvolge sia la destra che la sinistra e rende agli occhi degli elettori la classe politica perfettamente intercambiabile.

Eppure mi pare di notare che le manifestazioni e gli scontri sono prodotti da poche centinaia di persone le cui azioni sono forse amplificate dai media. La maggioranza non è con Gyurcsány?

La maggioranza degli ungheresi vuole la calma, non vuole nuove rivoluzioni; è dalla parte del governo, ma ha imparato a tacere e fare buon viso a cattivo gioco. In piazza ci sono solo gli estremisti che parlano a voce molto alta cercando di mostrarsi all’opinione pubblica internazionale, amplificati dalla tv di destra che cerca di dimostrare che a Budapest sta nascendo una rivoluzione, ma non è altro che un carnevale nero.
Ad esempio, quando hanno occupato la sede della tv pubblica, hanno rovinato attrezzature e macchinari provocando danni per centinaia di milioni di fiorini, ma non hanno toccato le macchinette del caffè, perché dopo aver distrutto macchine da ripresa e di montaggio non sapevano più che fare e passeggiavano bevendo caffè. È stata una distruzione senza uno scopo concreto.
Tra un po’ di tempo, però riusciremo a capire davvero dove conduce questa situazione, riusciremo a capire se la maggioranza della popolazione che ora è silenziosa sarà stanca di sopportare menzogne e soprusi e deciderà di accogliere una forma di protesta. Viktor Orban è un politico tenace e pericolosamente coraggioso, non ha nulla da perdere sul piano politico e gioca al rialzo la sua partita per affermare la più nazionalista delle ideologie. Vuole dimostrare che l’Ungheria può bastare a se stessa, che non ha bisogno dell’Unione europea, che l’identità nazionale è il valore supremo da rispettare, perseguire, difendere. A tutti i costi. Allora si aprirà uno scenario pericoloso.
D’altra parte Ferenc Gyurcsány, che i governi stranieri e Amnesty International definiscono un politico democratico, e che io in questo momento difendo, se potesse mi annegherebbe in un bicchiere d’acqua perché sono uno scrittore che prova a raccontare la verità. In questo non è molto dissimile al suo rivale; ma in un contesto ampio è il minore dei mali.

Sta scrivendo un libro centrato sulla figura di János Kádár, l’ultimo dittatore ungherese, colui che dalla fine della rivoluzione del ’56 governò fino all’89. Perché tornare ai tempi della dittatura per scrivere un libro?

La storia ungherese è una storia tragica, o almeno noi la viviamo in maniera tragica perché anche le migliori intenzioni sfociano spesso, in Ungheria, nell’esito peggiore.
Il libro che sto scrivendo tratta del periodo di Kádár, un periodo che ha accumulato tante menzogne nella coscienza di generazioni. Ora che sono passati un po’ di anni è forse il momento opportuno per iniziare a confrontarsi con il passato raccontantosi, raccontando la propria storia e tutte le bugie che si conoscono; molto spesso intere generazioni vivono nella menzogna senza rendersene conto perché è questo l’unico modo per rendere sopportabile una simile condizione, ma dal momento che la nostra storia viene a galla provocando sempre maggiori tensioni nella società, forse parlandone e raccontandosi si riuscirà ad uscire da questo labirinto.

Lei ha scelto di scrivere di un momento preciso. Il suo libro prende in considerazione l’ultimo discorso tenuto da Kádár in una riunione del partito nel 1989 proprio mentre il regime stava terminando ed era, in un certo senso, sotto processo. Perché quel discorso? Perché proprio Kádár?

Kádár è stato un dittatore leninista ma, tra tutti i politici del blocco socialista, è stato l’unico che ha saputo parlare il linguaggio della gente e che ha cercato di creare un socialismo vivibile. Questo suo progetto però si è fondato sulla condanna a morte e l’uccisione di centinaia di persone e sull’imprigionamento di migliaia di ungheresi. Era un politico con un grande talento ma dal carattere debole; Magaret Thatcher lo conosceva bene, era amico di Willy Brand, Helmut Schreder lo considerava una persona intelligente; era cresciuto da una famiglia proletaria senza istruzione ma aveva una intelligenza molto viva.
Il discorso che analizzo nel mio libro, e da cui ho tratto anche uno spettacolo teatrale, ha qualcosa di intensamente drammatico. Kádár ha 78 anni, molti rimorsi di coscienza, però nel fondo del cuore pensa di essere l’ultima persona fedele al comunismo di Lenin. Irrompe letteralmente in una riunione interna del partito e di fronte a una platea composta anche da molti giovani comunisti pronuncia questo suo discorso che è una specie di arringa di fronte alla corte. È il discorso di un uomo anziano che combatte con la propria senilità, con la capacità di ricordare e di confrontarsi con il proprio passato; è il discorso di un uomo che ha riconosciuto di essere stato sconfitto ma che cerca comunque di dire la sua in un momento molto confuso, è il discorso di chi, non più leader del partito, pensa che gli stiano costruendo intorno un processo farsa, proprio come quelli che allestiva lui subito dopo la rivoluzione, e cerca di difendersi, di ammettere la sua responsabilità nell’ottica di un processo che lo vedrebbe sconfitto.

Che cosa rende attuale questo discorso nell’Ungheria di Gyurcsány e Orban?

Oggi l’Ungheria è un paese in crisi, la povertà è in crescita e cresce il divario tra ricchi e poveri, la corruzione aumenta e la democrazia mostra solo gli svantaggi della transizione, mentre i benefici non si riescono ancora a vedere pienamente. Oggi in Ungheria sono scontenti tutti, sia i sostenitori della destra nazionalista, populista e antisemita, sia gli elettori del governo.
Ora, nessuno tra i politici vede di buon occhio che si presti attenzione a Kádár, perché questo costringe l’attuale classe dirigente a confrontarsi con le proprie responsabilità, a guardare il loro passato, a riconoscere la propria eredità che vede in Kádár il loro padre politico.
Kádár e Orban sono entrambi due ottimi attori, il secondo dice oggi più o meno le stesse cose che diceva il primo anni fa, solo che vuole proporsi come erede di Imre Nagy.
Oggi in Ungheria non c’è bisogno di andare a teatro per vedere un dramma: i due leader politici danno vita a una messa in scena terribilmente presente, solo che ora non si tratta di recitare di fonte a un pubblico, ma di maneggiare la vita quotidiana delle persone.

 

 

 

 

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