309 - 10.11.06


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Cittadinanza, tra teoria e vita vissuta

Luca Sebastiani



Partha Chatterjee
Oltre la cittadinanza
Meltemi editor, 2006
pagine 192, euro 17,00


Con il concetto di “società politica”, Partha Chatterjee introduce un elemento di riflessione importante per almeno un paio di motivi. In primo luogo contribuisce ad andare oltre all’idea astratta e amministrativa di cittadinanza. In secondo luogo apre davanti ai nostri occhi la possibilità di ridare linfa a una democrazia in via d’essiccamento.

La scoperta della “società politica” avviene quando si guarda a ciò che sfugge alla governamentalità e si costituisce come spazio prettamente politico in cui i gruppi non egemonizzati negoziano continuamente le forme di una cittadinanza reale, di una cittadinanza ben più sostanziale di quella astratta dell’amministrazione. Questi margini non marginali, aprono una quantità di differenza al centro della democrazia formale, un ambito in cui si manifesta una continua verifica della democrazia nel rapporto conflittuale tra formalità governamentale e realtà materiale. Se la società civile è lo spazio del diritto e della legalità, la società politica è quello del conflitto che risponde a una razionalità diversa da quella formale delle leggi. È la politica dei governati.

Un esempio. Chatterjee racconta di una baraccopoli creatasi nei decenni lungo la ferrovia nella zona Sud di Calcutta. All’inizio degli anni Quaranta furono i contadini poveri del Bengala ad affluire dalle campagne per sfuggire alla carestia. Arrivavano in città e si insediavano sui terreni pubblici. Per difendersi dai molteplici tentativi di sfratto intrapresi dalle amministrazioni per l’allargamento della ferrovia, gli abitanti della baraccopoli si sono costituiti in associazione e, difendendo la loro comunità e il loro diritto di avere un tetto e una vita decente, hanno ottenuto elettricità e riconoscimento. L’associazione della baraccopoli, dice Chatterjee, non è un’organizzazione della società civile perché “nasce da una violazione collettiva della proprietà e delle regolamentazioni civili. Lo Stato non può riconoscerle la legittimità delle associazioni che perseguono obiettivi più regolari”. Gli occupanti stessi riconoscono illegale la loro occupazione, ma rivendicano diritti basilari attraverso lo strumento dell’associazione e si dicono pronti a sgomberare qualora lo Stato abbia approntato un’alternativa abitativa. Come si vede la rivendicazione apre uno spazio propriamente politico, l’unico in grado di mediare al di fuori delle rigide procedure del diritto. Certo, riconosce Chatterjee, ogni volta si raggiungono equilibri precari che dipendono dalla capacità del gruppo ad organizzarsi, equilibri che vanno ricreati tutte le volte. Ma la frammentarietà e l’eterogeneità sono una caratteristiche fondanti della società politica.

Il lavoro dello scrittore indiano si inserisce nel progetto dei Subaltern Studies che ha rinnovato la storiografia indiana indagando il dominio senza egemonia dello Stato coloniale e mettendo in luce lo spazio autonomo della politica dei subalterni. Con gli anni Chatterjee, insieme con altri, è arrivato ad occuparsi anche della democrazia indiana post coloniale in cui lo Stato-nazione “aveva certo incorporato i ceti subalterni nello spazio immaginario della nazione, ma li aveva tenuti a distanza dallo spazio politico reale del potere di Stato”. La ricerca di Chatterjee si appunta allora proprio sulla società politica che organizza materialmente la vita quotidiana e le forme di cittadinanza di chi resta al di fuori dello Stato e delle sue leggi.

Qui, in questo margine in cui i subalterni ripensano e immaginano ogni giorno la politica democratica, avviene anche di scoprire l’eterogeneità della democrazia che mette in discussione il modo stesso in cui lo stato moderno si è costituito. Come diceva Walter Bejamin, il tempo storico della modernità è omogeneo e vuoto. Lo Stato moderno stesso che si fonda sull’universalismo etico dell’Illuminismo ha necessariamente bisogno di questo tempo e spazio per esercitare l’attività politica in ogni luogo del territorio. Ma, avverte Chatterjee, “le persone possono immaginarsi nel contesto di un tempo vuoto e omogeneo, ma non ci vivono dentro”. Il tempo è eterogeneo, caratterizzato da densità differenti che emergono quando la politica dei governanti si trova a mediare con la realtà della politica dei governati.


 

 

 

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