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308 - 26.10.06


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Sardegna, Isola Mito

Sergio Frau



Questo articolo è l’intervento dell’autore alla presentazione della mostra “Che cosa c’era dietro le ‘prime’ Colonne d’Ercole?” allestita all'Accademia dei Lincei di Roma fino al 12 novembre 2006.


Ce lo siamo detti fin dall'inizio: non è certo una mostra fatta per i Sardi questa nostra "Atlantikà: Sardegna, Isola Mito". Loro – noi... – tanto già lo sanno. Lo si sa da sempre che l'isola un tempo è stata grande, grandissima: e che era una Manhattan del II millennio avanti Cristo, con le sue decine di migliaia di torri–grattacielo che facevano fantasticare l'intero Mediterraneo, per quant'erano belle, e possenti, e audaci.

E i Sardi, ormai, sanno anche che persino i Greci del I millennio, se la sognavano così questa loro terra antica: per loro – fratelli d'Oriente – era l'Isola dei Beati & dei Portenti, spersa, ormai lontana lontana, nel Mare del Tramonto, nell'Oceano di Omero, il Mediterraneo d'Occidente, al di là di quelle "prime" Colonne d'Ercole che – davvero come una Cortina di Ferro – segnarono al Canale di Sicilia la Frontiera tra mondo ellenico e impero marittimo fenicio–punico.

E sì, quel che non tutti ancora sanno, infatti, è proprio questo: che di Colonne d'Ercole nell'antichità ce ne sono state altre, e ben prima di quelle che conosciamo noi, piantate salde, ma "recenti", dove ormai ce le immaginiamo tutti, tra Calpe e Abila, a piantonare da "soli" 22 secoli lo Stretto di Gibilterra.

Le vere Colonne d'Ercole – le prime, quelle originali di cui ci parla per primo il poeta Pindaro, all'inizio del V secolo a.C. – erano lì, al Canale di Sicilia, dove Omero mette tutti i suoi mostri; dove i Greci non osavano; dove tutti i testimoni più antichi ci parlano di bassi fondali assassini e senza vento; dove l'Etna – quando fa il matto – erutta fuoco e sparge terrore; dove ancora oggi centinaia di disperati si giocano la vita nel sogno di arrivare da noi, nel "Paradiso dei Ricchi".

Lì cominciava l'Impero Marino di Herakles/Melqart: il Padrone dell'Intero Occidente e delle sue rotte d'argento. Slittarono poi a Gibilterra, quelle prime Colonne, alla fine del III secolo a.C. – poco dopo la caduta di Cartagine – per continuare a fare quel che avevano sempre fatto: il Limite del Mondo Conosciuto.

Solo che il Mondo del III secolo, ormai – con Alessandro Magno all'arrembaggio dell'Oriente fino al Gange, e con Roma padrona anche del mare fino in Spagna – si era fatto più assai grande.

Le "nuove" Colonne finirono così, laggiù, a Gibilterra, a segnalare quella che divenne la Nuova Fine del Mondo. Ma sono solo Colonne di Eratostene, però, quelle! Non Colonne d'Ercole. Fu infatti quel Gran Bibliotecario di Alessandria – il "Padre della Moderna Geografia" – a piazzarle là, riciclandole per aggiornare al meglio le nuove mappe che disegnò.

Fu così che la Geografia criptò la Storia. E inghiottì la Sardegna.

Chiunque, infatti, dovesse scrivere di viaggi e cartografia si recava per informarsi ad Alessandria dove veniva a conoscenza solamente di quelle "nuove" Colonne di Gibilterra. Usando quelle Colonne recenti (anche per interpretare ogni antico racconto che si svolgesse al di là delle Colonne) regolarmente si finiva nell'Oceano Atlantico di oggi, annegando tra cento vaghezze e mille fantasticherie e, per di più, senza mai trovarla l'Isola Mito, l'Isola–Continente delle Mille Nostalgie che tutto l'Oriente
rimpiangeva come una Terra Madre, Sorella per tutti. Prometeo legato a una roccia del Caucaso a segnare l'Alba dei Greci. Suo fratello Atlante, era bloccato in mezzo al mare, ci giura Omero, a piantonare il Tramonto.

Misuratele, su una delle mappe che ci sono in mostra o che avete a casa, le postazioni dei due fratelli. E vedetene la distanza da Delfi, centro del mondo greco: senza Atlante e la sua Isola – la Sardegna – tutta questa cosmogonia che permetteva ai Greci di tenere a mente il loro mondo, svapora via.

Fu proprio con le nuove mappe alessandrine che scomparve quella Verità degli Antichi: persino chi – serissimo come Erodoto, Platone, Aristotele, Dicearco... – aveva parlato di possenti realtà occidentali, ma al di là delle Colonne d'Ercole, venne preso per un fantasioso sognatore o, peggio, per gran confusionario.

Nessuno ricordava più che quell'Aldilà di cui loro testimoniavano era il nostro Mediterraneo Occidentale. Questa è stata l'ipotesi di ricerca del mio Le Colonne d'Ercole, un'inchiesta, in cui in 672 pagine – con 1792 punti interrogativi – si è tentato di dipanare il brogliaccio storico–geografico dovuto allo slittamento della Frontiera.

Ora che una quarantina di Sapienti veri – accademici dei Lincei, antichisti, geologi, cartografi, persino un Nobel: Dario Fo & C. – hanno benedetto "ex cathedra" la mia ricerca, trasformando quell'ipotesi iniziale in tesi, si è costretti a prendere atto che molte realtà definite mitiche come Tartesso, Iperborea, l'Isola di Atlante, l'Isola dei Beati non erano enigmi o fantasticherie!

Erano molto, molto più semplicemente dei malintesi: un solo luogo assai reale, cercato con mappe troppo recenti in mano.

Le storie del Far West greco così, per duemila anni e passa, sono rimaste senza una geografia dove ambientarle; e la realtà geografica della Sardegna era rimasta quasi assente dalla Storia, nonostante i suoi eccezionali reperti. E solo adesso che si è fatto ordine nel mare e si è restituita la parola agli Antichi, è stato anche possibile – proprio attraverso questa mostra – verificare se quel che ci hanno raccontato della Grande Isola d'Occidente grandi autori – come Omero e Platone – è vero, o se i due sparavano sciocchezze.

Di fatto entrambi i Supertestimoni ci dicono la stessa cosa: che c'era un'Isola dall'Eterna Primavera; straricca di ogni metallo; con una pianura fantastica, protetta grazie ai suoi monti dai venti del Nord; e che lì i vecchi campavano felici fino a quando non si stancavano della vita, con età da record; e che le sue genti avevano acque calde dove fare i bagni; e che il suo popolo sapeva navigare a meraviglia; e che invasero – nel XII secolo a.C., federati con le genti del Nord Africa – l'Egitto di Ramses III. Fu proprio mentre erano all'arrembaggio delle piramidi che un terribile Schiaffo di Poseidone – un'onda anomala rimasta, come una cicatrice, nella memoria dei popoli – mise fine alla loro splendida civiltà seppellendo le sue città sotto il fango.

Il Paradiso – d'improvviso – si fece Inferno.

Inferno di fango e mal'aria. La collocazione di quell'Isola mitica di cui testimoniano Omero e Platone? A Occidente, al di là delle Colonne. Da quell'isola si raggiungevano altre isole e la terra che tutto circonda. Era Sir Arthur Conan Doyle che diceva che tre indizi fanno una prova. E quando poi, però, gli indizi diventano decine e decine? In mostra – varcate le Colonne di
Sicilia – sbarcherete in un'Isola fantastica che regge con fierezza la parte attribuitale dalle fonti classiche, con quelle sue architetture già antiche per gli Antichi ma ancora talmente intatte che sembrano tirate su solo l'altroieri.
La vedrete con alcuni dei suoi portenti vecchi di almeno 3500 anni, vestita a festa, fotografata al meglio, con amore, da cinque grandi fotografi sardi nella sua Età dell'Oro che sopravvive, in ogni sagra, come un reperto di antiche magnificenze.

Ma – grazie al parapendio di Cubeddu – la potrete anche osservare, per la prima volta dall'alto, anche nella sua Età del Fango, E da lassù stringe il cuore: ferita a morte – lì, nel Sinis e nel Campidano, dove il mare arrivò a colpire – con i suoi Giganti Abbattuti, torri di 25, 30 metri, (imprigionate o, come Barumini, del tutto sepolte dalle marne) che solo Giovanni Lilliu, Enrico Atzeni e i loro migliori discepoli hanno disseppellito e studiato con
l'attenzione e il rigore che meritano.

L'Età dell'Oro. L'Età del Fango. La Diaspora: la fuga dalle coste sarde dentro le Barbagie o, anche, verso le alture del continente, proprio lì davanti, appena di là dal mare. Arroccati, protetti sui cocuzzoli, ben lontani da quelle onde pazze e assassine che – ormai loro sanno – possono pure colpire a morte.

Collassa nel XII secolo a.C. la metallurgia del bronzo in Sardegna.

Decolla, improvvisa, nell'XI secolo avanti Cristo quella del ferro sugli Appennini. Pagano Caronte, i nuovi fabbri di Orte, Orvieto, Perugia, Arezzo, Volterra. Lo fanno pur di essere traghettati per una nuova vita nell'Isola dei Padri.

Plutarco ci racconta che però, ormai, si fanno chiamare Etruschi.

No! Non è una mostra fatta per i Sardi.

È piuttosto una mostra per tutti coloro che della Sardegna non sanno nulla e che conoscono solo i "non luoghi", le spiaggette pettinate e i villaggetti spuntati tutti uguali, ovunque ci siano i soldi da prendere e bagni da fare.
Ai Sardi (che della loro Isola Mito sanno proprio tutto) toccherà però lo sfizio di cercare quel che non va: manca questo, manca quello, c'è un pelo nell'uovo...

È un inizio, questa mostra, non una fine: un'Opera Aperta a cui tutti
possono collaborare con segnalazioni e materiale di buon livello. Questo lo sappiano, i Sardi. Man mano – viaggiando – si aggiungeranno intere sezioni e resoconti di nuove ricerche. Non certo per raccontarla tutta la Sardegna, ma almeno per stimolare (anche altrove) nuove frontiere alla curiosità e all'approfondimento
di quei segreti che questa nostra Pompei del Mare ancora ci nasconde.

Del resto, poi, la Sardegna tutt'intera, intatta – con i suoi primati, i
suoi portenti, le sue feste, le sue meraviglie – c'è già, e pure in bella
mostra. È quella vera, reale: strabiliante per chi se la sa cercare. L'importante è che nessuno – proprio nessuno – ce la rovini usandola contro natura, nascondendocela sotto milioni e milioni di metri cubi di cemento, vista mare.

È l'Isola Mito: sacrilego profanarla.

 

 

 

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