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308 - 26.10.06


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Istanbul, nostalgia di
uno sguardo bambino

Siegmund Ginzberg



Ohran Pamuk è il premio Nobel per la letteratura 2006. Riproponiamo qui uno scritto di Siegmund Ginzberg pubblicato nell'inserto domenicale di Repubblica il 18 dicembre 2005 in occasione dell'uscita del libro dello scrittore turco "Istanbul. I ricordi e la città" (Einaudi).

 

La mia Istanbul è la stessa di cui scrive Orhan Pamuk nel suo ultimo libro: in bianco e nero. Solo, se possibile, ancora più sfocata, “mossa”, sgranata, pulviscolare, annebbiata, incerta nei contrasti, nel confondersi di grigi e foschia delle fotografie e altre illustrazioni che fanno di “Istanbul, le memorie e la città” un libro forse unico nel suo genere (un romanzo? Un’autobiografia? Un saggio fotografico? In America l’ha pubblicato Knopf, in Inghilterra Faber & Faber, in Italia sta per uscire da Einaudi). Da leggere e da guardare, sfogliare. Da gustare, mi verrebbe da dire, se un libro potesse dare anche un senso degli odori e dei sapori (per me il profumo salmastro del mare, quello acre dello smog da carbone, le vernici per barche, quello della ciambella al sesamo appena sfornata) e dei suoni (lo sferragliare dei tram, le sirene delle navi che attraversano il Bosforo, le grida dei venditori, il raglio struggente degli asini).

Sono nato a Istanbul qualche anno prima di lui. Lui non l’ha mai lasciata. Noi l’abbiamo lasciata su una nave nera, che avevo otto anni, dopo le sommosse del 1955, che Pamuk ricorda nel libro. In quel caso non ce l’avevano con gli armeni, non con i curdi e nemmeno con gli ebrei, ma con i greci. Il negozio di mio padre aveva comunque un nome che suonava “straniero”. Non bastò che vi sventolasse una bandiera turca (per anni poi tenemmo una bandiera italiana nel cassetto, non si sa mai). Mio padre aveva “voglia d’Europa”. L’ultima cosa che vorrei ancora vedere è un’Europa che se la prende coi suoi stranieri. “Parlate turco!”, ingiungeva lo slogan nazionalista. Meglio: pensavo in turco. “È vostro figlio? Non sembra”, dicevano ai miei, che tra di loro parlavano in armeno o francese quando non volevano che orecchiassi. L’ho dimenticato, tranne le parolacce e i nomi del cibo.

Ma le poche foto di famiglia sono identiche a quelle dei Pamuk. La sua Istanbul in bianco e nero l’ho riconosciuta nei recessi della memoria. Quella di de Nerval, Gautier, Flaubert, De Amicis, Loti, Melling, Tampinar, Yahya Kemal – “La maggiore virtù di Istanbul è come la città possa essere vista sia da occhi occidentali che orientali” – l’ho ritrovata in questi anni nei libri (mi chiedo solo perché non citi Nazim Hikmet: ancora non si può?).

Un po’ diversa la nostalgia, se si preferisce la malinconia che evocano quelle immagini e quelle memorie. “Hüzün” la chiama Pamuk, preferendo mantenere anche nella traduzione inglese, da lui riveduta, il termine turco che viene dal Corano, cui intitola un intero capitolo. Non è angoscia, non è tristezza, non è solo rimpianto, mancanza di qualcuno o qualcosa di caro, o “lontananza da Dio” come sostenevano i mistici. Non è solo senso di solitudine, anche se resta per definizione qualcosa di intimo, personale. Non è sofferenza, anzi è uno stato di malessere che può dare soddisfazioni, in cui ci si può crogiolare provandone persino piacere. Ha forse affinità col pianto, che non è la stessa cosa del dolore, anzi lo addolcisce. Forse non c’entra, ma mi fa venire in mente il particolare nodo in gola – amaro, ma anche liberatorio – che sin da bambino mi veniva non dalla soddisfazione di un torto, ma dalla sensazione che fosse in qualche modo riconosciuto.

“Il mio punto di partenza è l’emozione che può provare un bambino a guardare attraverso una finestra madida di vapore. Ora cominciamo a comprendere che hüzün non è solo la malinconia di un individuo in solitudine ma può essere l’umore nero condiviso da milioni di persone insieme. Quello che sto cercando di spiegare è lo hüzün di un’intera città: Istanbul”, è il modo in cui lo scrittore riassume quel che si propone.

Non la malinconia di una città, ma il modo in cui ciascuno, a modo suo, vi si riflette. “Parlo delle sere in cui il sole tramonta presto, di padri sotto i lampioni nei vicoli che tornano a casa con sacchetti di plastica. Dei vecchi traghetti del Bosforo in stazioni deserte nel mezzo dell’inverno… vecchi librai che aspettano tutto il giorno che faccia la comparsa un cliente; dei barbieri che si lamentano che la gente non si sbarba più così spesso con la crisi economica; di bambini che giocano al pallone tra le auto in strade selciate; delle donne con i loro sacchetti di plastica in remote stazioni di autobus in attesa di un autobus che non arriva mai;… di sale da tè affollate di disoccupati; di ruffiano pazienti… in attesa di un ultimo turista ubriaco; della folla che si affretta a prendere il traghetto nelle sere d’inverno; degli edifici di legno dove ogni asse scricchiolava anche quando erano magioni di pascià…; delle donne che sbirciano tra le tende mentre aspettano mariti che non rincasano sempre a notte tarda; di vecchi che vendono libri religiosi, rosari nei cortili delle moschee; di decine di migliaia di ingressi di case d’appartamento identici, le facciate scolorite da sporco, ruggine, cenere e polvere…; delle sirene delle navi nella nebbia; … dei gabbiani appollaiati su zattere incrostate di muschio e molluschi…; di sottili nastri di fumo che si alzano dai comignoli nel giorno più freddo dell’anno; … di coloro che pescano dalle sponde del ponte di Galata; dell’odore del fiato nei cinema che un tempo avevano soffitti dorati e ora sono locali pornografici frequentati da uomini che se ne vergognano; ….di muri coperti da manifesti anneriti; dei vecchi e stanchi dolmus, Chevrolet anni ’50 che sarebbero pezzi da museo in qualsiasi città occidentale, e qui servono da tassì collettivi;… dei libri di storia in cui i bambini leggono delle vittorie dell’Impero ottomano…”. Così continua per molte pagine, tra le più belle. Qualche pagina dopo confessa la tentazione di evocare un’età dell’oro, un momento splendente in cui la città era “in pace con sé stessa” (quando i miei antenati sefarditi vi vivevano in pace con turchi, musulmani, cristiani, armeni, greci?), ma poi si sovviene di “amare questa città non per la sua purezza, ma appunto per la lamentevole assenza di essa”.

Sì, si potrebbero forse dire cose simili di qualsiasi altra città d’Europa. Ma perché ritrovo in questa nostalgia di Istanbul di Pamuk tanto della Istanbul della mia infanzia? Non so nemmeno se sia ancora così. Mi raccontano che è ormai un ingorgo unico, tutto è sovrastato da un traffico spaventoso di automobili. So che c’è anche chi dice che “Istanbul non è la Turchia”. Ma alla stessa stregua di potrebbe dire che “New York non sono gli Stati Uniti”.

 

 

 

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