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308 - 26.10.06


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Sàndor Màrai,
medicina dell’anima

Francesco Roat



La Casa editrice Adelphi, proseguendo nell’encomiabile impegno di tradurre l’opera narrativa di Márai, ha recentemente presentato ai lettori italiani un ennesimo romanzo del grande scrittore ungherese scomparso nel 1989. Si tratta de La sorella, incentrato sul tema della malattia come conseguenza/espressione di un profondo malessere esistenziale e quale bivio doloroso spalancato su due possibili percorsi: l’uno di risanamento caratterizzato da una profonda metamorfosi/crescita; l’altro di una più o meno sofferta stagnazione/involuzione che, nei casi peggiori, può condurre sino all’exitus terminale.

Per dirla in parole povere, la suggestiva tesi del romanzo è che si finisce per incappare in una seria patologia non tanto per colpa di questo o quel germe infettivo, di questa o quella cellula impazzita, ma in quanto malata è soprattutto la nostra vita (la nostra anima); insano è il modo in cui gestiamo (o non riusciamo a gestire) noi stessi e il rapporto con gli altri e il mondo. Dunque: “Forse la malattia è una condanna” – come fa dire Márai al paziente protagonista de La sorella – ossia la naturale punizione per non aver saputo affrontare in modo equilibrato e consapevole un qualche snodo critico della nostra parabola vitale. Tesi estremistica e difficile da dimostrare, si dirà, nonostante s’avvicini a quanto sostengono da tempo vari studiosi di disturbi psicosomatici secondo i quali numerosissime infermità sono il risultato di uno scorretto modo di affrontare le situazioni; dipendono dal modo in cui viviamo (male), insomma.

Ma non è questa la sede per avvallare o contestare una tale concezione; torniamo piuttosto al romanzo che, dopo una breve parentesi introduttiva, allo scopo di presentarci il personaggio principale della vicenda – un ex famoso pianista ormai allontanatosi per sempre dalle sale da concerto – ci narra in prima persona da parte di questi, attraverso una sorta di diario/resoconto, la fatale malattia che l’ha incredibilmente provato, trasformandolo in tutt’altro uomo.

Da principio lo scenario è quello borghese, tipico del Nostro. Siamo in Italia, negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali. L’allora noto concertista ha appena finito la sua esibizione in una sala fiorentina quando sopraggiunge un malore destinato a inaugurare un calvario di sofferenza che sembra non debba più venir meno. Quindi è l’ospedalizzazione, con l’estenuante routine di prelievi, farmaci, visite specialistiche e terapie mai risolutive; cui si associa tutta l’ansia e l’impotenza di chi si sente incapace di far fronte ad uno stato di prostrazione psicofisica estrema e invalidante. Poi sarà la volta della morfina: palliativo al quale sempre con maggiore frequenza il protagonista ricorrerà contro spasimi intollerabili, finendo per divenirne succube.

E Márai è davvero psicologo sottile nel descrivere l’angoscioso straniamento del musicista, via via sempre più incapace di trovare un senso in quel suo stare al mondo in balia d’un male tanto subdolo quanto indecifrabile, che lo trasforma in un Giobbe piagato senza fede in alcun dio salvifico. Ma vi sono due eccentrici dottori ad assisterlo: il “professore”, bella figura pietosa di medico, e il suo assistente, che incarna in modo esemplare il ruolo di guaritore ferito; ambedue sorta di moderni sciamani (“la malattia non è altro che un’offesa all’ordine cosmico”) intenti a prendersi cura soprattutto dell’anima dei propri malati, per risanare la quale “non è sufficiente somministrare farmaci”. Affidandosi ad essi l’ormai ex pianista inizierà a cogliere il suo stato morboso come un’iniziazione ad un modo di vivere altro, ad una diversa visione del mondo per cui ciò che prima era per lui essenziale (la perfezione tecnica nell’eseguire una partitura) diviene insignificante e i vecchi valori cambiano di segno, ribaltandosi.

Così l’uomo, sempre più “convinto che non si soffra inutilmente” e che la malattia coaguli in dolore lo squilibrio dell’essere umano inautentico, inizia a interrogare il proprio disagio per coglierne la ragione. Lo affiancheranno, in quel gravoso viaggio agli inferi d’un interiorità lacerata, quattro figure femminili di suore-infermiere, quattro “angeliche ruffiane” (i cui tanto dissimili caratteri vengono descritti da Márai con straordinario nitore narrativo) in grado di stimolarlo a ritrovare se stesso e la voglia di tornare a vivere.

Con una scrittura allusiva, inquietante e a tratti sottilmente esoterica, lo scrittore magiaro è riuscito come quanti altri mai a calarci nell’universo vischioso e opaco della sofferenza del corpo e della psiche con una tensione/partecipazione che affascina e sconcerta al contempo. La sorella si pone però non solo come romanzo psicologico, ma quale riflessione/meditazione intorno al senso del dolore e dell’umana fragilità, invitando il lettore a guardare a salute e malattia attraverso un’ottica singolare ma per certi aspetti illuminante e condivisibile secondo la quale, al di là di ogni analisi patologica e di ogni valutazione clinica, “la vita diventa un veleno se non crediamo in essa”.

Sándor Márai,
La sorella,
Adelphi,
pp.228, € 16,50.

 

 

 

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