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308 - 26.10.06


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Mica tutti ce la fanno
a venir fuori dal nulla

Marco Lodoli



Questo testo è tratto dal catalogo della mostra “Teatro”, di Andrea Aquilani, dal 4 al 28 ottobre 2006 presso il Teatro India a Roma.


Non mi stanno proprio a sentire, non c’è niente da fare, io parlo parlo e loro non mi stanno a sentire, peggio che parlare al muro. È sempre stato così, fin da quando ero piccolo. Mi saliva una rabbia che mi faceva tremare tutto quanto, perché è insopportabile non essere ascoltati. Mi rinchiudevo nell’armadio della stanza in fondo al corridoio, mi rannicchiavo in quello spazio minuscolo, tra l’odore di naftalina e di lavanda, e d’altronde ero minuscolo anch’io, però avevo un atroce bisogno che qualcuno mi venisse a cercare, che aprisse le porte di quel catafalco scuro di noce o di castagno, e dicesse briccone mio, piccoletto adorato, qui ti sei ficcato? E subito mi tirasse fuori coprendomi di rimproveri e di baci. Io me ne stavo lì, nel buio pesto, come dentro a un regalo ancora da scartare, come un diamante in fondo a una miniera, e chiamavo, chiamavo, prima piano, quasi mormorando, e poi sempre più forte: mamma, vienimi a cercare, mamma, vieni a scoprirmi, ti prego, mamma. E non veniva nessuno, se ne fregavano di me, il fatto è questo, c’è poco da fare, non mi consideravano proprio. E alla fine quel buio mi faceva paura, perché nessuno esiste per restare accucciato nelle tenebre di una scatola, sul cumulo molle dei maglioni, con le giacche che strusciano sulla testa. E anche a tavola le cose non andavano diversamente. Loro parlavano delle faccende del mondo, della politica e delle guerre e degli amici che si comportano male, e anche dei soldi e del lavoro e della casa al mare da prendere ad agosto, e io me ne stavo zitto e buono da una parte. Ogni tanto provavo a dire la mia, perché anche se uno è piccolo ha le sue opinioni, magari non sulla politica, ma sul mare sì, e allora dicevo che mi sarebbe piaciuto stare su una bella spiaggia di sabbia bianca, con le palette e i secchielli e le onde che sgretolano il castello: non mare di rocce, mi raccomando, sabbia bianca, leggera, come quella che scorre nelle clessidre e fa il tempo che passa. Ma loro niente, quei due, mio padre e mia madre, se posso chiamarli così, non mi tenevano in nessuna considerazione, neppure giravano la testa dalla mia parte per sgridarmi, che ne so, per dirmi stai zitto e mangia, ragazzino. Che nervi brutti mi prendevano. E così non mangiavo proprio niente, neanche un pezzo di pane, neppure una pera o una mela di quelle che stavano nel cestello al centro della tavola. Siete veramente due disgraziati, pensavo. Non si tratta così un figlio che non vi dà alcun problema, che non piagnucola e non pianta grane come tutti i mocciosi del mondo. Ma questo è stato il mio destino. A scuola pure è andata così. Mi sedevo all’ultimo banco e passavo l’anno a seguire con attenzione tutte le lezioni, grammatica, geografia, storia dell’antica Roma, religione, tutto. Secondo me ero il più bravo della classe, perché sapevo la capitale di ogni stato, gli affluenti del Po di destra e di sinistra, i comandamenti e i peccati mortali, le tabelline a memoria senza sbagliarne mai una, anche coi salti. Sei per sette quarantadue, sei per nove cinquantaquattro. Alzavo la mano per rispondere e la maestra interrogava un altro, mi offrivo volontario e non venivo interrogato. E poi l’aoristo e l’ablativo, le equazioni toste, il genitivo sassone. Io le sapevo quelle cose, stampate chiare in testa, e a volte, che strano, avevo l’impressione di sapere tutto anche dei miei compagni e degli insegnanti che stavano laggiù, oltre la cattedra: era come se li vedessi da prima e da dopo, se conoscessi bene da dove veniva la loro vita, e dove sarebbe andata a finire, in un matrimonio, contro un muro, in America, in ospedale. D’improvviso mi sembrava di conoscere il numero delle foglie dell’albero in cortile, e di sapere quando ognuna di loro sarebbe caduta a terra, negli attimi infiniti di novembre. Non so se è giusto, ma a volte avrei voluto raccontarle tutte le cose che sapevo, che c’era un anellino d’oro sopra il tetto della scuola e pensieri brutti nella testa del mio compagno del banco davanti. Ma chi mi sentiva? Chi aveva voglia di ascoltare quei segreti?
E allora me ne andavo al mare, quello di sabbia liscia liscia, e osservavo i fidanzati che si tenevano abbracciati, e si davano i baci sul collo e le carezze sconce, oppure le donne che leggevano i libri, buttate da sole sull’asciugamano, che giravano stancamente le pagine, o i ragazzini che facevano piste per le biglie e si tuffavano di corsa tra le onde, alzando schizzi e grida. Mi sarebbe piaciuto sedermi accanto a ognuna di quelle vite e dire io sono qui, non disturbo, magari parliamo un poco, giochiamo, ci baciamo, magari ti racconto quello che so, che vedo, ti dico come va a finire il libro che stai leggendo, io lo so, oppure quest’amore che ti sembra eterno e che durerà fino a settembre e non un giorno di più. Ti parlo della bicicletta nuova e di dove ti porterà, di tua madre che ha una brutta tosse, di tuo padre che piange di nascosto. Ma nessuno badava a me. Stavo nell’ombra di una cabina, mi facevo scorrere la sabbia bianca tra le dita, tutto questo tempo che se ne va, e mi sembrava di avere l’intera spiaggia in mano, milioni e milioni di granelli di sabbia. Mi facevo anche il bagno, nuotavo fino al largo, da dove la spiaggia si vedeva tutta insieme, con la gente che è come tante macchioline di colore che il caldo stinge a poco a poco. E poi tornavo dove nessuno mi stava aspettando, perché ognuno sta nei fatti suoi, ha i suoi problemi, le gioie a cui si aggrappa e non sta certo a spartire la sua vita con uno come me, uno che non ce l’ha fatta a esistere veramente. Perché mica tutti ce la fanno a venire fuori dal nulla, ormai l’ho capito: posso chiamare quanto voglio, battere i piedi, agitare le braccia come un affogato, ma il mondo resta da una parte e io da un’altra, tra le cose che non sono. Eppure mi sarebbe piaciuto tanto esistere: anche se sento tante persone che maledicono il giorno in cui sono nate, io ci sarei voluto stare in questa vita, almeno per un po’ di anni, avere una madre e un maestro, un amico e un cane, un amore e un dolore, come voi che avete un corpo e tanti desideri. Essere come voi che non sapete niente di quello che sarà, anch’io andargli incontro un po’ per volta, come a qualcosa che mi spetta, che sta lì per me, un’ora dopo l’altra, una manciata di sabbia alla volta da tenere nel pugno e vedere frusciare via piano piano, senza un perché.

 

 

 

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