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307 - 12.10.06


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Immonde storie di Napoli Nord

Corrado Ocone



A volte un romanzo ben riuscito fa capire una realtà sociale molto meglio di tante fini analisi sociologiche. Questo mi viene da dire, in prima istanza, riflettendo a freddo sulla prima prova letteraria di Pietro Treccagnoli, affermato giornalista napoletano. Dico a freddo perché gli elementi del libro che in un primo momento risaltano con maggiore evidenza sono altri: la lugubre giocosità che emana dai personaggi, che si muovono in un ambiente (in tutti i sensi) di merda e si confondono con esso; la velocità e scorrevolezza del testo (lo si comincia a leggere e non si stacca più gli occhi da esso fino alla fine); il linguaggio dei personaggi, che è poi quello di chi vive nelle realtà ove si svolge il racconto: un mix altamente creativo e paradostico, sempre in movimento, di italiano, dialetto, neologismi e parole importate; l’ossessione, che appartiene a tutti i protagonisti, per il sesso, anch’esso creativamente vissuto e immaginato, in una fragorosa babele postmoderna; la quotidianità e banalità della morte in un’atmosfera pulp e anch’essa postmoderna alla Tarantino.

Dicevamo della merda, ma meglio sarebbe dire “la monnezza”, con più pregno di significati termine napoletano. E’ un mondo di immondizia, morale ma prima di tutto materiale, quello in cui vivono i personaggi. L’immondizia ha trasformato quella vasta zona a Nord di Napoli, fra l’entroterra casertano e il Lago Patria e la Domiziana, che un tempo era Campania felix e ridente e che oggi è luogo di scorribanda e smaltimento (si fa per dire) di scorie e rifiuti. E attorno ai rifiuti, enormi e invivibili casermoni, abitazioni per lo più abusive che deturpano quei posti un tempo baciati dagli Dei. Case in cui vegetano, aspettando il Nulla, vivendo di pensioni minime e mutui trentennali, tanti poveri anziani cristi da tutti dimenticati. Territori ove lo Stato non c’è e c’è invece la camorra, che fa il suo sporco mestiere: traffica di tutto, come sempre, dalla coca (che non è più droga di élite) alle donne (“puttane” africane o dell’est), ma prima di tutto e per l’appunto monnezza. Che il più delle volte è veleno radioattivo che impesta la terra e gli animi.

La morte di una gabonese dall’enorme culo nero che batte sulla Domiziana può perciò essere, in questo contesto, un “normale” caso di cronaca nera legato al racket della prostituzione, oppure qualcosa “di più grosso” come intuisce una disinibita commissaria di polizia in carriera, pronta ad usare tutte le armi in suo possesso. E come alla fine è costretto ad ammettere anche il vecchio commissario Ascione che vive in un arrapato disincanto gli ultimi scampoli di vita professionale (arrapato nel senso che anche lui ha l’ossessione del sesso e soprattutto del modo in cui la commissaria carrierista, Sharon Stone di un mondo minore, accavalla le gambe).

La storia si chiude nel modo più camilleriano possibile, con il commissario che archivia il faldone del caso sotto l’emblematico titolo di “prostituzione radioattiva”. Ma che il caso criminis si chiuda è meno importante del caso Napoli Nord che ai nostri occhi dalla lettura si dischiude, con semplicità e vivaddio senza moralismi. Non un Paradiso abitato da diavoli, ma un ex Paradiso abitato da ex uomini. In quelle terre lo “spirito del mondo” fattosi merce immonda, cioè immondizia, usa il materiale umano per i suoi fini e lo reifica trasformandolo in ulteriore immondizia.


Pietro Treccagnoli,
Non lo chiamano veleno,
Avagliano Editore,
2006, p.125, euro 9,00

 


 

 

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