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306 - 28.09.06


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La camorra e il
suo odore di sangue

Luca Sebastiani



Leggere Gomorra di Roberto Saviano vuol dire trovarsi di fronte ad una necessità implacabile: quella del narratore-autore di dire, di testimoniare una realtà in cui è immerso e soverchiato da sempre, iscritta sulla sua pelle, in seno alla sua coscienza.

Vuol dire anche immergersi d’un fiato in un quadro ampio, un intreccio ramificato di dinamiche e complessità, le cui radici affondano e si consolidano in un territorio geograficamente determinato, il napoletano, e in una violenza tribale, quella del potere camorristico.

In quel perimetro il narratore-Saviano è nato e cresciuto, del dominio violento della malavita organizzata ha vissuto le leggi, che ora indaga e esibisce dalla radice all’ultima delle ramificazioni.

Inchiesta sull’economia criminale, reportage dalla terra della camorra, romanzo di formazione, indagine sociologica, denuncia, saggio sul potere e la violenza. Gomorra è un libro formalmente composito, un intreccio di generi diversi unificati dalla necessità di testimoniare, di urlare la parola per salvarsi, di usare la scrittura come zattera di salvataggio da un mare criminale di cui non si vede la fine.

C’è una volontà di testimonianza, nel libro, intesa come unica possibilità data per mutare il meccanismo del potere camorristico. Una parola che viene usata così come lo era da Don Peppino Diana, il sacerdote che pagò con la vita il suo impegno contro il “Sistema” e l’esperienza del quale Saviano riporta nel libro insieme ad una sua arringa inedita nella quale il religioso chiama Gomorra, appunto, la città controllata dalla Camorra.

Saviano si inserisce in quel filone di letteratura civile un tempo così florido nel nostro paese e lo declina al presente. Non più “l’io so ma non ho le prove” di un Pasolini, che rimane per il giovane scrittore un riferimento indispensabile, ma un moderno “io so e ho le prove”. Le prove di come “hanno origine le economie e dove prendono l’odore” e la verità della parola, avverte il narratore, “non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova”.

Ecco allora che in questo no-fiction novel, se ci è permesso forzare un po’ la definizione del new journalism americano, costituiscono prova non solo le carte giudiziarie, le intercettazioni telefoniche o le sentenze dei tribunali, ma anche lo sguardo del narratore che si infiltra nelle aziende della malavita, che gira con la vespa i luoghi dominati dalla camorra, che si precipita sui cadaveri ancora caldi dei morti ammazzati. Perché anche l’odore del sangue è una prova della violenza del Sistema, un indizio che rimanda all’essenza stessa della concezione della vita camorristica e della sua accettazione di un destino di morte.

Nel libro di Saviano si incontra tutta una selva di personaggi che rendono uno spaccato sociologico e antropologico della camorra e un quadro delle sue attività economiche legali e non. Ed è a quest’ultimo livello che il fenomeno malavitoso incrocia la traiettoria della vita di ognuno. Nessuno può dire che la camorra non lo riguarda perché è confinata in una spazio circoscritto del napoletano, lontano dagli occhi. Lì al Sud l’organizzazione fa i quattrini inondando il territorio di droga, ma è all’estero e al Nord che reinveste gli utili in attività legali. Lì il territorio serve a sotterrare rifiuti e schifezze tossiche di ogni sorta, ma è dal Nord e dalle sue aziende che questi arrivano.

Ecco, Gomorra, sbatte in faccia tutto questo e molto più e fa provare un senso di disagio ad ognuno. Segno che Saviano è riuscito a trovare una forma conveniente al soggetto.

Roberto Saviano,
Gomorra,
Mondadori
Pagine, 331 Euro 15,50

 

 

 

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