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305 - 14.09.06


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Premio Volponi: l’impegno
civile della letteratura

Giacomo Maroni con
Luca Sebastiani



Ogni volta ci tocca constatare che il nostro è un paese in cui si legge poco. Eppure premi e festival letterari non fanno altro che moltiplicarsi in giro per l’Italia. Soprattutto d’estate.
Tra questi uno spazio sempre più rilevante è venuto occupando nel corso delle sue prime tre edizioni il Premio Paolo Volponi che si tiene sulla riviera adriatica nel Comune di Porto San Giorgio. Dibattiti con grande partecipazione di pubblico, presenza delle più importanti case editrici, interesse della stampa nazionale e tutto nel nome del grande scrittore marchigiano. Insomma, una buonissima riuscita per uno spazio dedicato a una letteratura, quella dell’impegno civile, che solo a nominarla evoca sbiaditi ricordi degli anni Sessanta e il grigiume eroico e stantio degli eroi proletari del realismo socialista. L’ultima edizione, vinta dal giovane Mario Desiati con Vita precaria e amore eterno, ha invece confermato l’esistenza di un filone letterario ancora vivo e dinamico che riesce ad interpretare bene una fase storica complicata come quella attuale.
Abbiamo incontrato l’assessore alla Cultura del Comune di Porto San Giorgio Giacomo Maroni che, insieme al direttore artistico Stefano Tassinari, è stato l’ideatore del Premio.

In Italia negli ultimi anni i premi letterari sono nati come funghi, ce ne sono a centinaia. Come mai avete puntato su un evento del genere?

Quando abbiamo deciso di fare il premio in molti ci hanno osteggiato sostenendo che nessuno legge e proponendo di utilizzare le risorse per organizzare qualcosa di più “popolare”. Invece abbiamo voluto rischiare ed è stato un successo inaspettato. Ne è nata un’alchimia, un evento che ha richiamato l’interesse di tutta la stampa nazionale, dall’Unità alla Stampa a Avvenire che ha definito il premio Volponi uno dei più importanti e intelligenti in Italia. Successo anche di pubblico con dibattiti letterari gremiti di gente. Il nostro azzardo ha dimostrato che se interpellato il pubblico risponde e che bisogna mettersi in gioco per evitare il degrado culturale.

Un successo che dipende anche dalla struttura stessa del premio?

Direi di sì. Una giuria tecnica seleziona i cinque libri finalisti che poi vengono giudicati e votati da una giuria popolare composta da 39 lettori forti del territorio, scelti dalle tre amministrazioni che partecipano al premio (Porto San Giorgio, Porto Sant’Elpidio e Grottammare). Una struttura questa che non vuole avere nulla di demagogico, che non vuole cioè coinvolgere la cittadinanza per attirare consensi, ma che nasce piuttosto dalla volontà di diffondere la lettura e il dibattito su alcuni temi importanti che riguardano la vita collettiva. Da questo punto di vista il premio ha trovato terreno fertile e oggi s’incontrano cittadini che stanno leggendo o consigliano di leggere i libri finalisti mentre sul territorio le vendite crescono. Questo è un po’ quello che volevamo ottenere, poiché credo che l’obiettivo di un premio letterario sia quello di diffondere la lettura.

Il nome di Paolo Volponi si lega al mondo dell’industria, al mondo del lavoro e quindi il vostro premio ha voluto essere uno spazio dedicato alla letteratura dell’impegno civile. Qual è lo stato di questa scrittura che in altri tempi ha occupato il dibattito nazionale sulla letteratura?

Dal nostro osservatorio abbiamo notato che la letteratura “impegnata” ha avuto un ritorno forte dopo un periodo d’abbandono iniziato alla fine degli anni Settanta. Si è tornati oggi a un’ampia produzione letteraria che riguarda questi temi. D’altro canto quando parliamo di impegno civile parliamo di un universo composito, di diverse tipologie che possono rientrare nel medesimo campo engagé. Basta prendere ad esempio i libri finalisti di quest’anno. Mario Desiati con Vita precaria e amore eterno ha affrontato il tema del precariato mentre Vincenzo Pardini con Tra uomini e lupi ha lavorato sul recupero di una memoria storica condivisa parlando di certe forme di vita in via di estinzione come quella dei pastori sugli Appennini. Claudio Piersanti con Il ritorno a casa di Enrico Metz ha rappresentato il fallimento di un’epoca che sembrava dorata con un personaggio che si ritrova a farne il bilancio nel periodo di Tangentopoli mentre Silvia Ballestra con La seconda Dora è tornata al Ventennio per ambientare parte del suo romanzo durante il periodo delle leggi razziali. Bruno Arpaia, infine, con Il passato davanti a noi ha scritto un testo collettivo sugli anni Settanta e i sogni di una generazione. Diciamo quindi che l’impegno civile raggruppa temi variegati.

Il dibattito su Letteratura e Industria negli anni Sessanta era legato a una fase in cui in Italia l’industria assumeva una centralità senza precedenti nella società. Oggi, nell’epoca postfordista dell’industria dislocata e delocalizzata, cosa ne rimane nella letteratura?

Rimane la crisi dei lavoratori che non si identificano più in una classe, in un partito, in un progetto collettivo. Una crisi che li rende atomi impazziti, individui incapaci di organizzarsi per trovare i modi per rapportarsi ad un’industria completamente atomizzata.

Molto spesso in passato il lavoro è entrato nei testi letterari attraverso il tema dell’alienazione. Oggi attraverso cosa filtra nelle pagine dei nostri scrittori?

Molto attraverso il tema del precariato che è ormai diventato una condizione esistenziale. Ne emerge una realtà frammentata e, in relazione alla visione volponiana, un fallimento dell’industria italiana incapace di relazionarsi al territorio e di innovare la propria struttura. Un fallimento generalizzato.

Quello di questi libri è un punto di vista sociologico o esistenziale?

C’è uno scritto di Calvino sul rapporto tra letteratura e industria in cui parla di due modi di scrivere su tali temi: uno razionale e uno viscerale. Molto spesso ci troviamo di fronte ad una miscela di queste due modalità. Il libro che ha vinto quest’anno, ad esempio, ne è una sintesi. C’è un’analisi dura e cruda della realtà sociale e le conseguenze sulla vite soggettive, le ricadute esistenziali.

Durante il periodo d’oro della letteratura engagé il dibattito girava spesso intorno alla forma. Molti sostenevano che l’impegno non era tanto l’assunzione di un tema specifico quanto piuttosto l’intervento sulla lingua. Ecco, dal punto di vista formale a che punto siamo oggi?

Da quello che possiamo vedere noi grossi passi avanti non ce ne sono stati. Ci siamo sempre trovati di fronte forme abbastanza consolidate, un discorso prettamente narrativo, una scrittura lineare con punto di partenza e d’arrivo che ha poco a che fare certe volte con la scrittura esplosiva di un Volponi che spiazza cambiando continuamente orizzonti e punti di vista. Di fatto oggi si tratta di una ripartenza, di una fase importante che in futuro potrà dare buoni frutti anche sul versante formale. In fondo un premio come questo è legato anche a questa volontà di dare a chi si cimenta con temi e forme diverse, altre e di difficile fruizione, uno spazio di agibilità letteraria che molto spesso le case editrici non concedono più, impegnate come sono ad accontentare una domanda al ribasso con scelte facili e poco rischiose.

Come intendete procedere per conservare e aumentare questo spazio?

Dato il successo di queste prime tre edizioni abbiamo deciso di dare una continuità al singolo evento estivo con la creazione, spero a breve, di una Fondazione Paolo Volponi con la finalità di mantenere vivo il dibattito intorno alla letteratura e diffondere la figura e l’opera di un grande scrittore della contemporaneità come Volponi.

 

 

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