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304 - 24.08.06


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Ma non prendetevela con Melissa P

Piero Dorfles con
Elisabetta Ambrosi



Giornalista e critico letterario, responsabile dei servizi culturali del Giornale Radio Rai, Piero Dorfles ha affiancato Neri Marcorè nella conduzione della fortunata trasmissione televisiva Per un pugno di libri.
Gli abbiamo chiesto perché i libri hanno così scarso successo in Italia, e se televisione e industria editoriale non abbiano qualche colpa a riguardo. La risposta è stata abbastanza sorprendente.

Lei è co-conduttore di una felice trasmissione televisiva in cui i libri fanno da protagonisti. Ma in realtà i libri in tv compaiono assai poco. Perché?

Certo, i libri in televisione sono pochi, ma è anche vero che la televisione non è fatta solo per questo tipo di trasmissioni. Lo spazio dedicato all’informazione culturale è poco per il semplice fatto che non è premiato dall’ascolto. Questo elemento è fondamentale e chi pensa con fastidio che queste trasmissioni siano vittime dell’auditel pensa una sciocchezza. L’auditel potrà sicuramente essere fatto male, e dovrebbe certamente essere modificato, però quando la gente non guarda una trasmissione vuol dire che quella trasmissione è sbagliata.

Ma allora tutto quello che ha successo è “buono” e tutto quello che non ha successo no?

Ovviamente non è così: non è che un reality show va bene perché ha ascolti record. Dico però che una cosa che non ha successo non è giusto che vada in televisione. La televisione è un mezzo di comunicazione di massa e deve rispettare quello che le masse desiderano e vedono. A questo punto però il ragionamento potrebbe essere anche diverso. Se cioè, di libri, e diciamo più genericamente di cultura, in televisione non si parla, forse è colpa anche degli intellettuali, è colpa del fatto che è sicuramente più facile non parlarne. A questo punto concludo il “ciclo” dicendo: se si vuole parlare di cultura e di libri in televisione bisogna inventare lo strumento perché questo possa piacere ad una quantità sufficiente di persone da giustificare l’uso del mezzo televisivo, altrimenti si fa un prodotto d’élite, di nicchia, che può andare forse su una rete satellitare, ma non su grandi canali di una tv generalista: tv che ha bisogno del pubblico altrimenti muore.

Torniamo alla lettura. Perché si legge così poco in Italia? E, secondo lei, il grande successo dei festival letterari e culturali è indice di un cambiamento di tendenza?

Temo di no. Secondo me, la presenza di tanti e fortunati festival culturali in Italia dimostra che c’è una parte sostanziale di lettori forti in Italia che è disposta a mobilitarsi e viaggiare per essere presente e partecipare a manifestazioni culturali importanti come quelle che ci sono a Berlino, Mantova e altre. Ciò avviene perché l’Italia ha una caratteristica abbastanza peculiare. La gente che legge è poca, ma molto interessata e coinvolta, ha una forte passione per la lettura e l’universo della cultura e della riflessione, del pensiero critico e analitico. Questo vuol dire che ci sono circa tre milioni di lettori in Italia che si muovono velocemente si incontrano nei festival. Molti festival con tante persone, ma un risultato finale che è sempre deludente. Non si tratta di una contraddizione. Si possono benissimo avere festival pieni di gente e pochi lettori.

Ma allora come si fa ad allargare la cerchia di questi ultimi?

L’editoria deve vendere ed è giusto che venda tutto quello che può. Non è colpa dell’editoria se Melissa P ha più successo di Proust o di Svevo. Il motivo per cui si vende Melissa P è che va incontro a certi tipi di esigenze, anche culturali, dei giovani che oggi vivono quell’età, e non c’è niente di male che abbia successo. Un milione di copie di Melissa P servirà a finanziare il lavoro di un editore medio che altrimenti non avrebbe finanziamenti. Ma non si creda che pubblicando cattivi volumi si ottengono pochi lettori mentre pubblicando buoni volumi si hanno più lettori. I lettori sono quelli, indipendentemente da quello che fanno gli editori. Il pubblico dell’editoria non è costruito dagli editori ma dalla collettività nel suo insieme, quindi da tutti quei momenti di costruzione della coscienza collettiva che cominciano in seno alla famiglia, proseguono nella scuola e vanno avanti nei valori che permeano tutta la società. Se questo insieme di cose produce un modesto livello culturale dobbiamo chiederci come si fa a cambiare i valori della famiglia, della scuola, della società che sono gli unici che possono modificare il modello di lettura e di costruzione del lettore nel paese.

Per finire: ha titoli da consigliarci? Ma soprattutto: ci faccia un elogio della lettura.

Non ho titoli da suggerire. Chiunque legge fa bene ad andare in libreria e cercare ciò che gli piace. L’elogio della lettura che mi sento di fare è il seguente. Non esiste niente che dia più della lettura. Qualunque altra forma di apprendimento, di rapporto con la conoscenza e il sapere non è né può essere altrettanto ricco, analitico e critico. La lettura ci costringe a stare con noi stessi, è un mestiere difficile da imparare ma quando lo si è fatto dà delle potenzialità straordinarie. Chi non legge è più povero, chi legge è più ricco, chi non legge non ha niente da raccontare, chi legge può raccontare una vita e, se possibile, essere più felice degli altri.


 

 

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