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303 - 25.07.06


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“La mia Cina che rischia
di perdere le sue radici”

Han Shaogong
con Alessandra Spila



“La mia opinione sulla letteratura e sulla società corrisponde a quella di una persona comune, non esclusivamente a quella di uno scrittore. Sono convinto che ogni persona si possa occupare di più cose. Di giorno, per esempio, io osservo la società e di sera divento uno scrittore”. È con questa premessa che Han Shaogong, il teorico della “Scuola delle radici”, decide di affrontare insieme alcuni dei temi centrali della letteratura cinese di oggi. Lo scrittore, giunto a Roma per partecipare al convegno La letteratura cinese in Italia, scrittori e traduttori a confronto (organizzato nell’ambito delle celebrazioni per I 750 anni dalla nascita di Marco Polo), analizza gli scenari presenti e futuri del suo paese e del mondo: dalla globalizzazione all’omologazione, scongiurando catastrofi annunciate.

La Cina sta conoscendo un periodo di grande cambiamento che segue ritmi molto veloci. Quali sono gli effetti di questo fenomeno?

Questo cambiamento comporta minacce e crisi che si manifestano in modo evidente soprattutto nel rapporto tra Uomo e Natura e nei rapporti interpersonali, causando anche una certa confusione culturale, con la perdita di valori tradizionali. Il potere e la proprietà hanno fatto un patto troppo intimo. Ovviamente tutto ciò può favorire uno sviluppo veloce, ma anche danneggiare profondamente la società. Ad esempio, il divario tra ricchi e poveri, molto profondo in Cina, è visibile anche tra città e campagna: le città sembrano delle metropoli ultramoderne, mentre le campagne invece sembrano realtà che appartengono al passato. Nel nostro paese convivono diversi mondi, eppure sembra che gli scrittori non possano farci nulla. Per molti non è compito degli scrittori intervenire e sembra che la letteratura non abbia niente a che vedere con la società: la maggior parte degli scrittori parla di adulteri, mentre le scrittrici parlano di divorzio.

Quindi gli scrittori cinesi sono ripiegati su se stessi?

Sì, è avvenuto un grosso cambiamento rispetto agli anni Ottanta, quando gli scrittori erano delle vere e proprie guide per i lettori. Oggi, invece, a molti non va di insegnare e neanche a me piace, ma ritengo necessario che la letteratura mantenga un legame con la società. In questo senso, come fenomeni sociali, anche adulterio e divorzio hanno valore, ma si svolgono solo nella camera da letto anziché in un ambito più vasto. Negli anni Ottanta e Novanta gli scrittori parlavano dell’importanza dell’individualità, del valore delle differenze tra persone. Purtroppo lo sviluppo di questa tendenza è stato che molti fenomeni sociali sono diventati uguali, perché raccontati in modo uguale. Plagio ed omologazione non sono solo, quindi, problemi “legali”, ma anche sociali: non interessano la scrittura, ma la società. Ci fanno capire che la vita e l’esperienza di molti scrittori si è uniformata, è diventata un’unica tinta. Il nostro modo di vivere si è uniformato a livello globale, come effetto dello sviluppo della tecnologia che ha promosso ed accelerato globalizzazione ed omologazione. Questo rappresenta una grossa pressione per gli scrittori. Da un lato, coloro che scrivono nel modo tradizionale sono sempre meno, mentre dall’altro la pubblicità si appropria di molta parte della letteratura usando, per esempio, citazioni letterarie. Invece una volta la letteratura era letta dai giovani, che ne erano i maggiori fruitori. Per le nuove generazioni non c’è motivo di porsi tante domande, in assenza di gravi problemi politici. E questo è stato uno degli argomenti di conversazione tra Ma Yuan, che si chiedeva come recuperare i nostri lettori, e Su Tong, al quale, invece, prima dei lettori, importa scrivere.
Io ritengo che siano gli scrittori a dover scegliere. Si sensibilizzeranno ed affronteranno temi sociali solo se si verificherà una grande crisi, politica o naturale, purché avvertita da tutti, anche dagli stessi intellettuali. In ogni epoca c’è un momento in cui arriva la crisi, anche se imprevedibile, e bisogna pensare che la catastrofe arriva anche per noi. Molti scrittori si occupano di comprare case ed automobili perché pensano che l’inverno sia lontano.

La globalizzazione produce solo effetti negativi?

Non ho detto questo. Nell’85 ho scritto un articolo molto importante a livello nazionale, “La ricerca delle radici”, che ha segnato la nascita di un nuovo fiorire della letteratura. Bisognava tornare alle origini culturali, poiché a quell’epoca erano state tradotte molte opere occidentali: la globalizzazione è stata uno stimolo in questo senso. Però ovviamente gli effetti possono essere vincenti o perdenti, positivi o negativi. Oggi prevalgono quelli negativi. Nel periodo marxista non c’era un divario così forte tra ricchi e poveri poiché i poveri erano tutti allo stesso livello. Marx aveva detto che il proletariato si doveva unire: all’epoca i proletari erano poveri, e poveri allo stesso modo. Invece oggi sono i ricchi ad essere ricchi allo stesso modo. È la borghesia che è diventata più unita. Abbiamo così molte cose da criticare, ma sono poche le critiche positive. Noi sappiamo quello che non vogliamo ma non quello che vogliamo.

Come sarà allora il futuro della letteratura cinese?

Non predico il futuro! Ma per i prossimi 10-20 anni non sono ottimista. Se penso ai prossimi 100-200 anni, allora credo che ci siano delle speranze. C’è un detto cinese secondo cui quando le cose vanno male si arriva al fondo e poi si rinasce. Ma non voglio pensare che sia necessaria una crisi per tornare ad una fioritura. Non voglio essere egoista, come letterato, ed augurarmi il peggio per far rifiorire la letteratura. Spero, anzi, che il mio paese diventi ricco e che prosperi, che dimentichi la letteratura.

Traduzione di Rosa Lombardi

 


 

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