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302 - 07.07.06


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Filosofia del libro

Jean-Luc Nancy



Tratto da Reset

La vera proprietà del libro, la sua virtus operativa o la sua vis magica, ciò che si potrebbe chiamare la sua librarietà, si trova solamente nel rapporto che esso stabilisce e mantiene tra la sua apertura e la sua chiusura. A differenza della porta del proverbio, non è necessario che un libro sia aperto o chiuso: è sempre tra i due stati, passa sempre da uno all’altro. Questo passaggio continuo e incessantemente reversibile – il libro aperto infatti si richiude proprio mentre il libro chiuso si apre – dipende dal fatto che il libro non può essere considerato né semplicemente come un «contenente» né propriamente come un «contenuto».

Il libro non è l’oggetto che è possibile riporre su uno scaffale o posare su un tavolo, e non è nemmeno il testo che risulta stampato sulle sue pagine. Ma va piuttosto dall’uno all’altro, o meglio si mantiene nella tensione tra i due: apre questa tensione, la suscita e non smette di alimentarla con il susseguirsi delle sue pagine. Allo stesso tempo la distende e la placa, affidandola al suo volume come a una sorta di repositorio. Dal lato della tensione, dell’attesa e della tentazione, si trova l’intenzione febbrile da cui il libro, sempre, è scaturito.

Non c’è libro che scaturisca naturalmente: non si scrive un’opera come si scrive una lettera, una nota o un libello (un «piccolo libro»). Ma si progetta un’impresa che, ogni volta, si pensa senza esempio e senza imitatore: si medita di consegnare o di consegnarsi [de livrer ou de se livrer] come un pensiero in sé perfetto e autosufficiente, mai come un semplice mezzo di informazione, di rappresentazione o di immaginazione. Un libro nasce nell’agitazione e nell’inquietudine, nella fermentazione di una forma che si cerca, che cerca un dispiegamento e un acquietamento della sua impazienza. Dal lato del riposo, il libro offre la sua composizione: questa non va tuttavia intesa in primo luogo o solamente nel senso dell’ordine, della costruzione e, in generale, della sistematicità o della sinestesia che si ritiene siano implicate e articolate dall’unità del libro, ma, in modo più modesto ed empirico, bisogna cominciare con il riconoscere in essa quell’assemblaggio che l’unicità materiale del libro rappresenta.

La sua rilegatura o la sua brossura è ciò che fa il volume: se sia «un libro» nel senso trascendentale o archetipico del termine, se corrisponda cioè a quel che è pensato sotto l’Idea pura di «libro», questa è un’altra questione, di cui soltanto la lettura dovrà rendere conto. È già sufficiente che delle pagine si succedano e si concatenino in nome di una simile Idea.

Questo presuppone che il concatenamento non sia semplicemente quello di una logica né quello di una narrazione o di un’esposizione.
Nel caso in cui si debba presentare o ricevere una dimostrazione, una storia, una descrizione o un’analisi, la forma del discorso orale, quella della lezione, per darle questo nome, sarà altrettanto adatta e persino preferibile a quella del libro. È questa, del resto, la ragion d’essere essenziale, se non unica, degli insegnanti: i professori parlano.

In quanto professori, sono esseri parlanti. Se scrivono dei libri, non lo fanno in quanto tali: si potrebbe dire altrettanto, e in modo strettamente parallelo, dei pittori, dei meccanici, degli avvocati, dei muratori, dei medici ecc. Ciascuno di loro, in quanto membro della sua professione, professa, per così dire, attraverso il gesto, attraverso la parola o attraverso l’insieme di una condotta. Ma se qualcuno di loro compone un libro, e se il suo libro non è soltanto un «manuale» del sapere che costui professa, allora quello che si chiama l’autore del libro diviene un altro soggetto, un altro personaggio, un altro uomo addirittura o, niente di meno, altro da un uomo. Il termine «manuale» lo indica chiaramente: un manuale contiene, in una forma e in un formato maneggevoli, manipolabili, un insieme di istruzioni relative al maneggio di una qualunque disciplina, teorica o pratica. Il manuale non è né un libro né un insegnamento.

Così come non lo è quello che si chiama un «trattato», che espone nella sua integralità un corpo di conoscenza o di pensiero. Se il manuale è destinato al maneggio o all’esercizio, il trattato è fatto per permettere la considerazione e la misurazione di un campo, è una geografia o una cosmografia di dati e di nozioni. Le pubblicazioni di questo genere costituiscono delle opere: sono derivate da intenzioni e da comportamenti operativi e aprono vie verso altre operazioni possibili. Sono, semplicemente, mezzi in vista di fini situati al di fuori di essi, nel mondo dell’azione teorica o pratica. A questo registro appartengono anche tutte le opere militanti, impegnate per una causa, portatrici di una rivendicazione – manifesti, giornali satirici, opuscoli, pamphlet, operette e pasquinate.

Il libro è tutt’altro. Esso non costituisce un mezzo e, allo stesso modo, sarebbe difficile farlo rientrare nella categoria di fine: se non ha infatti uno scopo al di fuori di sé, non è nemmeno di per sé lo scopo di un’operazione di qualche tipo. Questo non significa che non ci siano qua o là, nei libri – in alcuni libri, perlomeno –, elementi di manuale o di trattato, aspetti di enciclopedia o di raccolta dottrinale, istruzioni per l’uso o idee disciplinari, persino precetti, consigli, ammonimenti, dichiarazioni o esortazioni. In modo simmetrico, non si può negare che trattati, manuali o libelli militanti possano contenere alcuni spunti o risuonare di alcuni accenti che li situano nella compagnia dei libri.

Ma l’essenziale è un altro: il libro che è qui in questione non può essere identificato come un oggetto distinto né come una classe definita di oggetti. Non si confonde affatto con il volume stampato, pur conferendo a tale volume alcuni tra i suoi valori più significativi: in primo luogo, quel valore di Idea in sé piegata e da sé dispiegabile, attraverso la quale identifichiamo davvero un «libro» quando utilizziamo questa parola in modo da distinguerla proprio dal «volume» e dall’»opera».

È così, del resto, che la parola latina liber ha tracciato il suo destino moderno, passando dal «libro a stampa» al «libro» tout court, preso assolutamente, al libro assoluto se non all’assoluto in quanto libro.


Questo brano è estratto dal volume Del libro e della libreria. Il commercio delle idee (Raffaello Cortina, 2006, pp. 63, euro 9) in uscita in questi giorni. L’autore è uno dei più importanti filosofi contemporanei.

 

 

 

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