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Il cosmopolitismo riformista
di Ulrich Beck

Massimiliano Panarari



È uscito per i tipi di Carocci Lo sguardo cosmopolita, l’ultimo libro di Ulrich Beck, il pensatore della modernità riflessiva (o “Seconda modernità”), il sociologo della Risikogesellschaft che ci ha raccontato meglio di chiunque altro quanto Chernobyl e la minaccia ambientale globalizzata abbiano cambiato le nostre vite, il docente della London School of Economics e della Ludwig Maximilian Universität di Monaco che ha consigliato agli esordi il governo rosso-verde di Gerhard Schröder e Joschka Fischer.

Beck muove i suoi passi a partire da una riconsiderazione del significato della categoria concettuale cui ha dedicato una porzione considerevole della sua opera sino ad oggi, il cosmopolitismo, a proposito del quale evidenzia la genealogia e l’evoluzione nei termini di un’idea razionale piuttosto controversa, sin dalle sue origini nella Grecia classica, passando per il conflitto con la nozione di patriottismo, per giungere infine al Secolo breve, nel corso del quale i totalitarismi nazista e sovietico hanno giocato sulle ambiguità costitutive dell’ideologia cosmopolita allorché perpetuavano i loro massacri. Si tratta del segnale più evidente di una revisione e di un ripensamento in corso ad opera dello stesso Beck, passato (come emerge con sempre maggiore chiarezza nei due precedenti volumi usciti in italiano, L'era dell'e e La società globale del rischio) dall'esaltazione tout court di quella che ha definito la "modernizzazione riflessiva" a un atteggiamento sempre più critico invocante correttivi e raddrizzamenti di rotta – in primis l’elaborazione di una politica effettivamente globale a fronte delle meschinità antropologiche e delle rigidità strutturali del Vecchio ordine.

In un mondo sempre più incline a “securizzarsi” e a rinserrarsi in anacronistiche forme di nazionalismo o patriottismo delle frontiere, nel quale vengono messe a repentaglio quelle fondamentali conquiste della civiltà occidentale – di cui siamo figli – che rispondono al nome di diritti civili e libertà personali e in un pianeta dove l’interdipendenza rappresenta una straordinaria risorsa, ma anche un grande ricettacolo di rischi (dalla crisi ecologica al terrorismo globalizzato), l’antidoto consiste, necessariamente, nello sguardo cosmopolita, con la sua carica di disillusione, ironia (e autoironia) e scetticismo. Il cosmopolita autentico, quello studiato e caldeggiato da Beck, ci pare quasi l’erede della grande tradizione scettica e “pirroniana”, aggiornata all’età globale e alla società delle reti. Lo Stato nazionale arranca di fronte ai nuovi, continui conflitti che fioriscono rigogliosi, mentre l’opinione pubblica progressista ricerca con insistenza delle alternative. E, allora, se il cosmopolitismo non è, di per sé perfetto, di là passa la via per emancipare definitivamente l’Europa dalle “spirali” della postmodernità, recuperando quel progetto illuministico e sviluppando quell’”apertura radicale” che costituiscono il senso più autentico e auspicabile dell’avventura europea. Il realismo cosmopolita è una realtà e non un’utopia, senza la quale l’Occidente va alla deriva e perde la sua funzione fondamentale, che non consiste nella cosiddetta “missione civilizzatrice” invocata dagli Stati Uniti di Bush jr., ma nel rimboccarsi le maniche per costruire un mondo migliore, più solidale e sicuro per tutti.

Eppure, questo rimane il libro più problematico sinora letto del sociologo tedesco (e, lui sì, davvero, cosmopolita); un testo denso di interrogativi e che cerca di rimettere ulteriormente in discussione le poche certezze che ci eravamo faticosamente costruite all’interno di quest’epoca della globalizzazione. La guerra può anche essere pace (come nel caso dell’interventismo umanitario), ma introduce necessariamente una cesura tra popoli e nazioni (un’eredità del passato, che sopravvive in questi tempi globalizzati…) che trovano o meno negli human rights un ambito essenziale della loro visione del mondo. Questo e altri cortocircuiti della nostra esperienza quotidiana – non di rado drammatica – nella contemporaneità rendono indispensabile, per l’appunto, lo sguardo cosmopolita. Sono lontani i tempi delle sorti “magnifiche e progressive” della Terza, di una cui variante (ovviamente sofisticata) Beck era stato apprezzato e riconosciuto “ideologo”. Oggi, come scrive, lo “sguardo cosmopolita significa che in un mondo di crisi globali e di pericoli generati dalla civiltà le vecchie distinzioni tra dentro e fuori, nazionale e internazionale, noi e gli altri perdono il loro carattere vincolante, e che per sopravvivere c’è bisogno di un nuovo realismo, un realismo cosmopolita”. The Times are changing anche per il nostro Beck, come avrebbe cantato qualcuno, in un’altra stagione…


Ulrich Beck
Lo sguardo cosmopolita
Carocci, pp. 262, euro 18,00

 


 

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