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299 - 12.05.06


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La dittatura della fragilità

Massimiliano Panarari



Zygmunt Bauman,
Vita liquida, Laterza,
pp. 190, euro 15

De te fabula narratur. Sicuramente – davvero senza ombra di dubbio – siamo noi a trovarci immersi nella “favola”. Soltanto che quella in oggetto – sorta di nuova “grande narrazione” che domina il mondo più o meno a partire dal momento della proclamazione della fine dei “grandi racconti” fatta da Jean-François Lyotard (l’”indiscusso padre spirituale della svolta postmoderna nella nostra percezione del mondo umano”) – è tutto fuorché una favola a lieto fine… Stiamo parlando del neoliberismo, l’ideologia onnipervasiva che, negli scritti del grande sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman (professore emerito presso le università di Leeds e Varsavia), pare avere reso liquido il nostro mondo e le nostre stesse esistenze. Come Bauman ci racconta ancora, ma ogni volta aggiungendo spunti e analisi inedite, nel libro Vita liquida (uscito da poco per i tipi di Laterza).

Al centro del volume si collocano, soprattutto, i molteplici “giochi dell’identità” contemporanei; quel prisma e quelle rifrazioni identitarie oggi incredibilmente scivolosi e che provocano parecchi sconvolgimenti nel soggetto contemporaneo, l’individuo “sotto assedio”. Tutto fluisce, incessantemente, all’insegna di una libertà che pochi privilegiati possono scegliere e molti malcapitati devono subire. La velocità tanto predicata, lo scivolare “con leggerezza” (come appuntava, decantando le sorti magnifiche e progressive del mondo neoliberista e della Cool Britannia suo avamposto, l’anonimo “Barefoot Doctor”, il columnist sotto pseudonimo dell’Observer, citato da Bauman) su cose, affetti, appartenenze è una possibilità reale offerta a una minoranza, a cui le “moltitudini” (come direbbe qualcuno…) non possono sottrarsi. Un “gioco di società” spietato e pericoloso a cui non si sceglie liberamente di partecipare, ma nel quale ci si trova immersi, senza scampo, né vie di fuga, che ha eletto la transitorietà, la fugacità e la precarietà a dogmi inscalfibili. È la dittatura della transitorietà che celebra il perseguimento del piacere istantaneo, senza memoria e senza futuro (vale a dire, senza progetto e senza prospettiva). Dove la cultura, considerata “ribelle e ingestibile” viene sterilizzata nell’effimero e nell’assenza di finalità (come dimostrano Villeglé, Valdes e Braun-Vega, considerati altrettante espressioni idealtipiche dell’artista dell’era della “modernità liquida” che, a differenza di quello della fase della “modernità solida”, non si pone neppure il problema di inseguire un “modello di perfezione” e si trova a proprio agio fra trovate pubblicitarie, mercato dell’arte e frammenti). Dove il consumismo è divenuto divisa di vita e ideologia indiscutibile e ha sostituito alla “salute” della società dei produttori il nuovo paradigma della fitness. Dove i sentimenti, i rapporti interpersonali e i partner risultano “a tempo” e transeunti come qualunque altro aspetto o prodotto del mondo liquido. Dove l’insicurezza ha assunto la forma di incubo totale, e la paura dilaga divenendo la misura e la cifra distintiva – ecco l’assurdo che si fa realtà al servizio del “colpo di Stato neoliberale” – delle relazioni umane (o, sarebbe meglio dire, ormai compiutamente sub-umanizzate…), distruggendo l’idea stessa di città come luogo dell’esistenza gomito a gomito, spesso conflittuale ma comunque tentata ed esperita, dei diversi e degli estranei; città rimpiazzate, ogni volta che il censo degli abitanti lo permette, dalle gated communities(che, nei soli Stati Uniti, sono attualmente più di ventimila).

Il mondo liquido è il villaggio globale degli happy few cosmopoliti deterritorializzati che se la spassano e che innalzano palizzate, quando devono soggiornare o spendere tempo in luogo fisico, per non mescolarsi con i tanti che vengono costretti a una “pseudo-libertà” di cui pagano solamente i costi e a cui non riescono ad adattarsi. Un globo nel quale le maree di sans papiers, gli esiliati del pianeta globale delle grandi migrazioni forzate, che devono spostarsi alla ricerca della stessa sopravvivenza fisica, convivono con i “sottoproletari dello spirito”, secondo l’efficace e immaginifica definizione coniata da Andrzej Stasiuk, ovvero coloro che, “migrando spiritualmente” dalla new age alla cabala, dal sufismo al sunnismo (e chi più ne ha, più ne metta), cercano di lenire il disagio del vivere, anch’esso effetto, molto chiaro, della liquidità esistenziale.

Senza parlare, molto marxianamente, della giustezza dell’osservazione di Richard Rorty riguardo il passaggio, nella società statunitense (e nel resto del cosiddetto ex Primo mondo), dalla fase della “borghesizzazione del proletariato” a quella della “proletarizzazione della borghesia”, che lo studioso anglo-polacco fa propria, radicalizzandola ancor più.

Se il nostro (alquanto discutibile) momento storico tracima di laudatores temporis acti – tra i quali vanno annoverati, per dirla alla francese, schiere di “intellettuali mediatici” – Bauman non va confuso con un nostalgico passatista. Né, sic et simpliciter, con un “apocalittico che non si integra”. Ciò che invoca e richiama sempre con forza – in particolare, nel libro, sulla scorta della francofortese Dialettica dell’Illuminismo e del pensiero di Adorno e Arendt – è l’esercizio dello spirito critico, di cui il neoliberalismo ha fatto strage, rimpiazzandolo con il coro unanime e conformista del pensiero unico.
E, allora, di fronte a questa devastazione morale, si interroga l’autore, “può lo spazio pubblico tornare a essere luogo d’impegno duraturo, anziché d’incontri casuali e fugaci? Spazio di dialogo, di discussione, di confronto e di accordo? Sì e no” (p. 176). Perché il processo è andato molto avanti e non è certo facile invertire la megamacchina. Ma qualcosa si può fare. Come? Leggere Bauman per impararlo…



 

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