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297 - 14.03.06


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È un bravo bambino,
per questo sarà infelice.

Francesco Roat



Alice Miller,
Il dramma del bambino dotato
e la ricerca del vero Sé,

Bollati Boringhieri, pp.130, € 18,00


A leggere il bel libro di Alice Miller (psicoterapeuta, nonché psicoanalista alquanto eterodossa), fin dalle prime pagine appare evidente come il dramma del bambino dotato non sia problema di appartenenza esclusiva ai bambini dotati, bensì interessi un po’ tutti quanti gli ex fanciulli troppo desiderosi di soddisfare le aspettative genitoriali; ma tant’è: il titolo è suggestivo, sia nella puntuale traduzione italiana che nell’originale tedesco: Das Drama des begabten Kindes (Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé). Veniamo però alla tesi del saggio.

Secondo la ricerca della Miller, va innanzitutto ribaltato il luogo comune per cui i figli considerati l’orgoglio dei loro genitori avrebbero, da adulti, una salda consapevolezza del loro valore e una chance in più per realizzarsi. Al contrario, secondo l’autrice, spesso da grandi essi rivelano una scarsa autostima, soffrono di sensi di colpa o depressione e vengono colti con frequenza dal timore di aver tradito l’immagine ideale che di se stessi si erano costruiti o, meglio, mamma e papà avevano finito col fabbricare per quei loro figli così ubbidienti e in gamba. Riassunto in parole povere: gli ex bravi ragazzi non necessariamente diverranno uomini (o donne) felici e realizzati. Anzi.

Prima di illustrare la sua tesi, la Miller pone all’attenzione del lettore alcune premesse, secondo le quali in primis bisogno essenziale di ogni bambino è il venir considerato (amato) per quello che realmente è e per ciò che egli emotivamente prova o esprime in ogni fase del suo sviluppo infantile. Solo se sia presente un siffatto clima di accettazione/comprensione, infatti, sarebbe possibile un “sano sviluppo”, atto a favorire successivamente la separazione dalla figura materna e l’autonomia. Ma se i padri e le madri di tali bambini sono un tempo cresciuti in uno “stato di carenza affettiva” e senza la comprensione partecipe dei loro genitori; se sono rimasti essi stessi degli insicuri, non permetteranno una crescita armonica ai propri figli che perpetueranno fatalmente il loro disagio.

Stanti tali premesse, ne consegue che il cosiddetto “bravo bambino” altri non si rivela che un piccolo essere il quale, per paura di perdere l’amore di mamma e papà, evita di manifestare sentimenti (soprattutto negativi: quali rabbia, invidia o paura) che vede non tollerati dalla coppia genitoriale e finisce per adattarsi invece con docilità a quei modelli di comportamento e condotta che i due membri più presenti e autorevoli della famiglia finiscono più o meno consciamente per imporre al bimbo. Ma ciò fa sì vengano compressi e soffocati i tratti maggiormente autentici della personalità, con tutto il corollario di insicurezza, impoverimento ed alienazione psichica che ne deriva. Per non parlare dei casi, cui si tratta nel saggio, nei quali il falso Sé – come lo chiama la Miller – si maschera dietro a una fragile grandiosità e supponenza maniacale: schermo inautentico che presto o tardi tende ad incrinarsi, facendo magari scivolare il soggetto nei gorghi di un micidiale stato depressivo.

La domanda da porci, allora, credo sia una sola: può giovare la psicoterapia in casi siffatti? L’autrice, ovviamente, ne è convinta, insistendo sull’opportunità di rielaborare il lutto del disamore patito durante l’infanzia dai bambini dotati o troppo buoni che dir si voglia. Unita alla necessità di far comprendere loro come l’ammirazione, il plauso e l’accettazione dei grandi non era davvero rivolta ai piccoli adulti ma giusto all’ubbidienza o alle prestazioni brillanti loro. “A questo punto” scrive ottimista la Miller “succede che il vero Sé, dopo decenni di silenzio, può risvegliarsi alla vita con una rinnovata capacità di sentire”; sostenendo altresì come per tali persone, solo la capacità di rivivere i sentimenti infantili rimossi ? con tutta l’impotenza ad essi collegata ? consente di rinforzare sicurezza, autonomia ed autostima.

Si magnifica insomma qui il ruolo dello psicoterapeuta (psicoanalista o meno) cui vengono richiesti in primo luogo disponibilità all’ascolto, capacità empatica e assoluto rispetto per il vissuto emozionale – quale che sia ? del paziente. Ma, dice bene la Miller, attenti alle illusioni, perché il significato profondo della psicoterapia non sta nel “correggere il destino del paziente” o, peggio ancora, nel prospettargli esaustive soluzioni/razionalizzazioni sanatrici, “bensì nel consentirgli l’incontro col proprio destino”. E ciò non mi sembra davvero cosa di poco conto.

 

 

 

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