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297 - 14.03.06


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La voce dei popoli invisibili

Francesco Borgonovo



Armando Gnisci
Biblioteca interculturale.
Via della decolonizzazione europea n. 2,

Odradek, Roma, 2005, 155 pagg., 14 euro.

Vine Deloria Jr., difensore dei diritti dei nativi americani, scriveva nel 1969 che “la cosa migliore per un indiano è che la gente si interessi sempre a lui e alla sua ‘condizione’[…] Mediante una semplice occhiata la gente è in grado di dire ciò che vogliamo, ciò che dovrebbe essere fatto per aiutarci, ciò che sentiamo e ciò che realmente è adatto per un indiano reale”. Questa è la maledizione che grava da sempre sui popoli colonizzati: quella di non poter esprimere se stessi, di essere destinati pertanto ad essere inconsapevoli della propria forma e quindi, come spiegava Ralph Ellison in Invisible man, a “vivere nella morte“. Anche qualora avvenga in buona fede, la negazione del riconoscimento è probabilmente la forma più terribile di discriminazione e forse anche l’unica vera forma di razzismo che sopravviva nell’Occidente che conosciamo. Si può condividere quanto scrive Rémi Brague, quando sostiene che “l’Europa si distingue dagli altri mondi culturali per la modalità particolare del rapporto con ciò che le è proprio: l’appropriazione di ciò che è percepito come estraneo”. Questa appropriazione si manifesta non solo sotto forma di cleptocrazia, ma anche di furto dell’identità dell’altro. Lo si dipinge come lo si immagina, non gli si dà la possibilità di esprimersi, di essere pienamente sé stesso, di raccontarsi come avrebbe necessità di fare.

Paradossalmente, un esempio molto calzante di questo processo è la vicenda dell’America, un continente privato del proprio nome. Se “nel romanzo americano la consapevolezza della propria forma ha inizio con la consapevolezza del proprio nome”, che pensare di una terra a cui il nome è stato imposto attraverso un battesimo frettoloso da parte di un navigatore italiano, Amerigo Vespucci? Diventa allora determinante la possibilità di raccontare se stessi, anche battezzandosi di nuovo, rinascendo a nuova vita, non più come colonizzati, ma come appartenenti a un popolo, a una nazione, a una cultura autonoma e indipendente. Forse potremmo leggere in questo desiderio quella spinta all’autoconservazione, alla preservazione della propria identità culturale, derivante da una qualche forma di “natura umana”, propria del differenzialismo di Levi Strauss. Di certo la riflessione, contemporanea e non, sul razzismo ci ha insegnato prima di tutto a fare attenzione alla dimensione del riconoscimento. Ma riconoscere qualcuno significa primariamente concedergli la possibilità di esprimersi nel modo a lui più consono. “Quando ho deciso di scrivere canzoni rap – spiegava il leader dei Public Enemy Chuck D – non potevo che ispirarmi a ciò che era fissato dentro di me”. A quella sorta di “voce interiore”, di “autenticità” che gli studiosi del riconoscimento da sempre esaminano. Riconoscere qualcuno significa, prima di tutto, mettersi in ascolto. Sentire quello che ha da dirci. Anche lasciargli la possibilità di utilizzare la propria lingua.

Il poeta Linton Kwesi Johnson, e prima di lui James Berry in News for Babylon, dopo aver rilevato che “l’inglese non contiene quelle idiosincrasie che permettono a un testo caraibico di esprimere perfettamente i propri contenuti”, scelsero di esprimersi con una lingua diversa. Tanti intellettuali hanno deciso di cambiare il proprio nome, assumendone uno più vicino alle proprie tradizioni, alla propria storia. Perché negando l’identità di un popolo, gli si nega anche la possibilità di avere una storia, di avere un’anima, quasi. Preso atto della necessità dell’ascolto, dobbiamo ricominciare da capo. Imparare nuovamente a capire le popolazioni dell’Africa, dei Caraibi, dell’America Latina. E dobbiamo farlo attraverso le loro opere, non più solamente i resoconti di altri “occidentali” che hanno visto, raccontato e fissato per sempre un immagine. Si può dire che sia questo il nucleo centrale del libro di Armando Gnisci, “Biblioteca interculturale”. Un volume che si pone come obiettivo proprio quello di fornire al lettore una scelta di testi, album musicali, film e altro utili per costruire un approccio interculturale positivo. Anzi, per vivere in senso pieno l’interculturalità. Perché Gnisci non elenca, non antologizza. Racconta. Esprime se stesso, scrive la propria esperienza nel sentire, capire e osservare gli altri e la metta a disposizione del lettore. Non si fa paradigma, semplicemente prende la briga di dirsi nella maniera che ritiene più consona al suo modo di essere. Spiegano i musicologi che “la personalizzazione del timbro vocale è un elemento peculiare della musica africana”, come se anche si volesse modellare a propria immagine innanzitutto la propria voce prima di raccontare se stessi. Quello che fa Gnisci è proprio questo: personalizza il timbro e invita il lettore ad ascoltare il timbro personalizzato degli altri. Anche per rendersi conto che anche il “loro” di timbro, avrebbe tanto da offrire anche al “nostro”.


 

 

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