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296 - 24.03.06


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La passione secondo Pasolini

Paola Casella



Pasolini passione,
di Italo Moscati
Pag. 197, Euro 12
Ediesse 2005


Pasolini passione, il saggio di Italo Moscati sul regista e scrittore scomparso ormai più di 35 anni fa, è azzeccato fin dal titolo: un’allitterazione poetica, un tentativo di ricerca semantica come quelle che faceva lo stesso Pasolini, interessato più alla verità immediata dei sentimenti che a quella filologica e lessicale. “Vita senza fine di un artista trasparente”, dice il sottotitolo del saggio. E l’ambizione di questo libriccino di meno di duecento pagine, edito da Ediesse, è proprio quella di raccontare tutta l’esistenza di un uomo - prima ancora che un di artista - che pur flirtando incessantemente con la morte amava la vita in modo incondizionato, e si riteneva in qualche modo immortale, infinito, appunto.

Per questo Pasolini ha rimpinzato la sua storia di vicende estreme e contraddittorie, cercando di essere tutto e il contrario di tutto, proclamando sfacciatamente ogni ideologia e il suo esatto opposto. E Moscati si sforza dunque di raccontare tutto PPP proprio nelle sue contraddizioni, inserendo la sua storia nella Storia più grande di un Paese che attraversava i cambiamenti più repentini - cambiamenti dei quali in gran parte Moscati è stato testimone diretto, e nelle sue testimonianze si sente il desiderio di non abbandonarsi ai facili revisionismi colorati del senno di poi.

Moscati, dimostrando ampia cultura generale e spirito cosmopolita, cita personaggi della intellighenzia e della politica mondiali, in modo da incastonare il “fenomeno Pasolini” nel vasto quadro di cui il poeta e cineasta fu cartina di tornasole, specchio, precursore. Dal politico al religioso, dall’omosessuale tormentato al regista rigoroso, dall’intellettuale raffinato al proletario fiero delle proprie radici contadine, nel saggio di Moscati ci sono tutti, in ordine sparso, anzi, nello stesso disordine senza soluzione di continuità con il quale le varie personalità dell’uomo e dell’artista si sono manifestate, secondo quella gioiosa incoerenza (ma con profonda coerenza umana) che l’hanno fatto amare e odiare in ugual misura. Un uomo contemporaneamente mascherato e trasparente, come lo descrive Moscati.

Un credente che passò la vita a tendere “una corda, anzi, un cordone ombelicale tra il sacro e il profano”, e che fu crocifisso, come il Cristo popolano de La ricotta, dall’opinione comune quando quell’episodio del film collettivo Ro.go.pa.g. fu accusato di “vilipendio della religione di Stato”. Un ideologo scomodo, che, pur affiliato al partito comunista, durante i tafferugli sessantottini simpatizzò con i poliziotti perché “figli di poveri” e provò invece “immediata antipatia” per i capelloni figli di borghesi, anzi, “borghesi coetanei dei vostri stupidi padri”. Un “individualista convinto”, come scrive Moscati, “pronto a correggersi, ma sempre in modo relativo”; un animo inquieto, come scriveva lo stesso Pasolini, “vissuto dentro una lirica, come un ossesso”.


 

 

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