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296 - 24.03.06


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Europa, l’ama chi non ce l’ha

Navid Kermani



Questo articolo è tratto da Reset n. 93.

Sul mio portatile ho un route-planner. Per comprendere che ne è stato dell’Europa negli ultimi cinquant’anni, non devo fare altro che digitare “Capo Nord” e poi “Tarifa”, la città più a sud della Spagna. Dopo 15-20 secondi il portatile annuncia il risultato con delle bandierine: a Capo Nord guido per 700 metri su una strada locale, procedo due volte a sinistra e dopo 280 metri sono sulla E 69. Dopo altri 5930,20 chilometri, dalla N5 spagnola svolto a sinistra sulla CN 340, che dopo 400 metri diventa la Avenida Mirador de los Ríos. Seicento metri ed entro a Tarifa. Il mio portatile calcola che la durata del viaggio sarà di 7 giorni, 3 ore e 57 minuti. Non annota controlli alla frontiera. Seguo il percorso in modo preciso, 5931 chilometri: cinque passaggi di frontiera, ma nessuna sosta per i controlli. Potrei passare per Stoccolma, Copenaghen, Amburgo, Bruxelles, Parigi, Madrid – e nessun passaporto. Cinquant’anni fa nessuno avrebbe ritenuto possibile quello che oggi è diventato naturale per noi tutti: un’Europa senza frontiere.

Una volta Heinrich Mann ha sostenuto che il sentimento comunitario degli europei è un’invenzione dei poeti. Può aver esagerato, ma è evidente la determinazione con cui, negli scorsi duecento anni, proprio i letterati si siano pronunciati a favore dell’Europa. Erano decenni avanti rispetto ai politici. Quando nel 1851 Victor Hugo, davanti all’Assemblea nazionale francese, propose un’Unione dei paesi europei democratici, non si trovò neanche un deputato che lo avesse preso sul serio. Il discorso di Hugo affondò nelle proteste e nelle risate di scherno dei suoi colleghi.

Ancora, nel 1932, Stefan Zweig scrisse che l’Europa aveva raggiunto “di nuovo, finalmente, uno degli apici dell’umanità europea”. Zweig non ignorava affatto la potenza delle forze nazionalistiche, “la forza dei piccoli interessi dai pensieri brevi che combattono le grandi idee necessarie, la violenza dell’egoismo contro lo spirito della fraternizzazione”, come la chiamò. Che mai “l’isolamento tra Stato e Stato, in Europa” era stato “più forte, più veemente, più consapevole, più organizzato di oggi”. Eppure Zweig avvertiva che l’Europa, dopo una lunga epoca di brutalità e alienazione, per la prima volta tornava ad essere “una comunità”: “Credo che sentiamo oggi, tutti e ovunque, l’elettricità che si sviluppa dall’attrito degli opposti. Sentiamo tutti, fin dentro i nostri nervi, che nei prossimi anni una delle due tendenze dovrà avere definitivamente il sopravvento. Quale vincerà? L’Europa continuerà la propria autodistruzione o saprà unirsi?».
Zweig non si faceva illusioni su quale fosse, nel 1932, il rapporto di forze tra i particolarismi nazionali e l’idea sopranazionale europea, tra il rancore e la visione di una varietà culturale e linguistica all’interno di una struttura politica comune. La fede di Zweig nell’Europa non nasceva dall’analisi dell’attualità politica, ma dalla disperazione causata da essa. La sua perorazione europeista non era realistica, per il 1932, ma messianica. Zweig, come scrisse egli stesso, credeva “nell’Europa come in un Vangelo”. Metteva in conto che si sarebbero dovuti aspettare decenni prima di vedere l’Europa unita, tanto che la sua generazione ne sarebbe rimasta esclusa. Un’autentica convinzione, per riconoscersi vera e giusta, non aveva però bisogno della conferma della realtà: «E così anche oggi a nessuno può essere impedito di scrivere una lettera come se la propria patria fosse l’Europa, di definirsi cittadino di questo ancora inesistente Stato europeo, e, malgrado ci siano ancora le frontiere, di sentire come una cosa sola, fraternamente, il nostro molteplice mondo”.

Una libertà non scontata

Nel 1934 Stefan Zweig dovette fuggire dall’Austria, e il 23 febbraio 1942 si uccise in Brasile. Oggi l’Europa è una realtà. Zweig si riteneva così utopico, e invece ha avuto ragione su quanti lo costrinsero alla morte. Stefan Zweig ha vinto, e con lui Heine, Nietzsche, Benjamin, i fratelli Mann, Hesse, Hoffmansthal, Tucholsky, Döblin, per citare solo alcuni degli scrittori di lingua tedesca che, per la loro dedizione all’Europa, nel migliore dei casi sono stati derisi dal proprio tempo, quasi sempre sono stati scacciati e sono stati perfino ammazzati.
La libertà e la libertà di movimento di cui oggi godiamo non è naturale, né dal punto di vista della storia europea né da quello del nostro mondo contemporaneo. Io mi arrabbio se oggi l’Europa viene ridotta alle sovvenzioni agricole, alle zone di libero scambio e a una straripante burocrazia. Mi fa paura se sempre più spesso si parla del progetto europeo in modo sprezzante o annoiato, e se sempre più partiti di centro conducono campagne elettorali con toni euroscettici. Non riesco a capacitarmi del fatto che la Costituzione europea sia stata fatta fallire in Francia e Olanda in modo così sconsiderato. Viaggiamo senza passaporto tra paesi che si sono combattuti fino alla morte appena pochi decenni fa, e da sessant’anni regna la pace in Europa centrale e occidentale. Mi è noto quanto fragile sia questa pace in alcuni luoghi: l’anno 2005 ha in calendario i dieci anni del massacro di Srebrenica.
Come per tanti intellettuali ebrei del suo tempo, per Zweig l’Europa era più di un progetto o di una idea grandiosa. Era una necessità vitale. Come ebreo non trovava spazio nei nazionalismi europei. Poteva germogliare solo in un’umanità transnazionale, che fosse unita dai valori, dal processo della secolarizzazione, e non da un’etnia, una lingua o una religione. Anche oggi l’entusiasmo per l’Europa cresce «fuori» dall’Europa: nell’Est Europa, nei Balcani o in Turchia, tra ebrei o musulmani. Chi vuole sapere quanto valga questa creatura iperburocratizzata, apatica, sazia, immobile e indecisa chiamata Unione Europea, deve andare lì dove essa finisce.
Io, per scrivere questo discorso sull’Europa, l’ho fatto. Tre settimane fa, quindi prima che lì gli eventi precipitassero, sono andato a trovare quanti hanno rinunciato a tutto soltanto per arrivare in Europa: i profughi che stanno alle porte dell’Unione Europea. Questa mattina sono tornato dal Marocco. Vorrei raccontarvi di questo viaggio e anche dei libri che porto in valigia. C’è un libro giovanile di Roth che descrive l’Europa tra le due guerre mondiali, un mondo sconvolto, tanto che i suoi abitanti si trovano all’improvviso in luoghi sempre nuovi, fuggono in continuazione, si ritrovano in situazioni sempre nuove. Mi riferisco al suo romanzo Hotel Savoy, del 1929. La sfarzosa facciata dell’hotel, da cui prende il nome il romanzo, testimonia ancora l’epoca prima della guerra. All’interno ospita una varia schiera di esistenze turbate, che si sono adattate alla precarietà: milionari, bancarottieri, contrabbandieri di denaro e ballerine.

Cadaveri senza nome

L’Hotel Savoy non appartiene a un’epoca lontana. Oggi si trova a Tangeri, 30 chilometri a sud di Tarifa. Non si chiama Hotel Savoy, ma Pensione de la Paix, Pensione Andalus, Pensione Fuentes, Pensione Speranza. Davanti all’Hotel Sevilla ho attaccato discorso con sei ospiti, il più giovane dei quali aveva appena vent’anni e il più vecchio forse quaranta. Ho chiesto in giro cosa cercassero in Europa. Lavoro, naturalmente, una vita normale, e niente più. Avere un po’ di sicurezza, non dover combattere ogni giorno da capo per sopravvivere, avere una chance, poter metter su una famiglia o almeno portare con sé la ragazza. Auto e vacanze non appartengono alla vita normale di cui sognano; per loro è più importante che i soldi bastino per poter mandare, di tanto in tanto, qualcosa alla famiglia. Uno di loro tira fuori un foglietto dalla tasca posteriore dei pantaloni: un certificato di lavoro francese. Lo ha pagato 700 euro, 700 euro, ma quando con quel foglietto si è rivolto al consolato francese, i funzionari avrebbero impiegato pochi minuti per capire che si trattava di un falso. Ora racimola i soldi per un viaggio in gommone. Basta con questi compromessi, dice.
Chiedo se qualcuno di loro abbia già provato a venire in Europa in gommone. Io ci sono salito già due volte, dice il primo guardandosi intorno. Tre volte, dice il successivo. Una volta, quattro volte, e così via. Attraversano lo stretto di notte, vengono acciuffati dalla polizia spagnola in mare aperto o sulla spiaggia, e riportati in Marocco.
Molti di voi si ricorderanno le immagini di quel cargo di profughi sfiniti, di quei 911 passeggeri che il 17 febbraio 2001 approdarono sulla spiaggia di Boulouris nel Sud della Francia, oppure si ricorderanno della nave della morte, che nell’ottobre 2003 venne trainata sulle coste di Lampedusa dalle autorità italiane: tutti i passeggeri stavano morendo di sete. È poco noto che oltre l’80% dei profughi arriva in Europa con piccoli gommoni. Quando i loro cadaveri vengono trascinati sulle coste europee, tutt’al più è una notizia per la stampa locale dei luoghi costieri. Si ritiene che solo un cadavere su tre venga trovato e registrato, e solo nella zona dello stretto di Gibilterra sono morti negli ultimi quindici anni dai tredici ai quindicimila profughi. Lo stretto è la più grande fossa comune d’Europa.
I marocchini conoscono bene i pericoli della traversata, eppure si sono già seduti su quelle barche. E se muoiono?
«E così sia», dice uno. «Noi non siamo dei suicidi», aggiunge l’altro. «Ci sono persone che fanno la traversata in autunno o in inverno. Questo è un suicidio. Noi cerchiamo di vedere la cosa realisticamente. Conosciamo bene il rischio. Se saliamo sulla barca, la possibilità di farcela deve essere sufficientemente grande, rispetto al rischio».
«Ma non mettete in conto anche la morte?», chiedo.
«È vero, la morte la mettiamo in conto, ma non è peggio che vivere qui».
Gli altri annuiscono. Stiamo un po’ in silenzio. Dalla finestra aperta della reception sento che c’è stato un goal. Champions League, Real Madrid contro Olympic Pireo. Tutti guardano attraverso la finestra o la porta, per vedere il replay. Quando si girano di nuovo verso di me, uno di loro ghigna: «Ecco i nostri amaliyyât istischhâdiya, gli attentati suicidi di cui ci macchiamo. Gli europei pensano che tutti gli arabi siano kamikaze. Sì, hanno ragione, qui siamo tutti kamikaze. Il paradiso per cui perdiamo la vita si chiama Schengen».

Uno scambio di ruoli

In Hotel Savoy, nel 1929, Josef Roth ha previsto il suo futuro, anche se non finì proprio come Gabriel Dan, l’io narrante del romanzo. Roth, che nei suoi libri era ricorso continuamente alle storie bibliche di fuga e cacciata, nel 1933 dovette egli stesso emigrare in Francia. A Parigi visse in una camera d’albergo, collaborò con alcune riviste dell’esilio e divenne un alcolizzato. Il 27 maggio del 1939 morì per le conseguenze dell’alcolismo al Necker, l’ospedale parigino per i poveri. Anche alcuni ospiti dell’Hotel Sevilla non riescono a vivere senza droghe. La loro vita scorre proprio come il denaro che hanno risparmiato e preso in prestito per la fuga in Europa. Molti di loro finiranno per strada. Molti ci sono già. Alcuni bambini non sono mai stati altrove. Ovunque, nelle vicinanze del porto, li si vede lungo il mare. Chiedono l’elemosina, giocano a pallone, osservano le navi. Ogni notte provano di nuovo a trascinarsi nella zona portuale, a saltare sopra il recinto, a scavarsi un buco o a nuotare intorno a un molo. Se ce la fanno a entrare nel porto si nascondono per lo più sotto a un camion, e sperano che il giorno dopo riusciranno a viaggiare, inosservati, su un traghetto. Per l’Europa sono solo 35 minuti.
Nel mio hotel, che s’affaccia sul porto, ho sentito ogni notte i cani della polizia di frontiera marocchina, mentre aspettavano al varco i bambini. E comunque pare che ci siano bambini che, in continuazione, riescono a salire sulle navi. Alcuni si attaccano alle navi da fuori, facilmente, dall’acqua. Non ho idea di come facciano, ma è una cosa credibile. L’Unione Europea fornisce al Marocco dei sensori che registrano il battito cardiaco o il calore corporeo, e così i bambini non dovranno fare altro che smettere di respirare, per riuscire a arrivare in Europa. Probabilmente accetterebbero anche questo. Nelle giornate più limpide dal mio hotel riuscivo a distinguere l’Europa. Non capivo. Quante delle sue migliori menti ha perso l’Europa, perché rimanevano davanti alle frontiere chiuse, perché non avevano da esibire documenti di riconoscimento validi, nessun visto, nessuna valuta. Quanti europei sono sopravvissuti solo perché, sessant’anni fa, sono potuti passare da Tarifa a Tangeri. Ogni giorno si svolgono alle frontiere d’Europa e sulle opposte sponde le stesse drammatiche scene di allora: barche sgangherate che s’infilano nel mare da un luogo isolato, cariche di giovani uomini, famiglie, donne incinte, bambini. Barche che si ribaltano, profughi che dal mare alto galleggiano fino a che non muoiono di sete. Ogni giorno degli uomini muoiono alle porte dell’Europa, perché quanti li assistevano nella fuga li hanno piantati in asso, perché sono stati trovati senza documenti di riconoscimento o con visti falsi. Sono storie che conosciamo. La letteratura europea ha descritto più volte certe scene. Quasi tutti i motivi dell’Hotel Savoy di Josef Roth si trovano oggi nelle pensioni di Tangeri: la ricerca di lavori occasionali, l’attesa di un trasferimento, la speranza per dei documenti di riconoscimento, la vergogna di diventare poveri, l’impegno degli ultimi beni, il tentativo di vendere la propria anima o il proprio corpo, la morte in un letto d’albergo perché i farmaci costano troppo. Grazie alla letteratura, all’arte, al cinema, abbiamo preso parte agli innumerevoli destini dei profughi europei. Perché allora, se oggi ci siamo scambiati i ruoli, automaticamente gridiamo loro degli insulti: illegale, criminale, trafficante di uomini, asilo economico, fiumi di droga, terrorismo, la barca è piena?

“Ritorneranno”

So già che mi si dirà che non si dovrebbero fare paragoni. Ma io non paragono le cause, io paragono le conseguenze. Un profugo che annega è un profugo che annega. Non deve essere perseguitato a causa della sua razza o delle sue convinzioni politiche, visto che deve aver avuto ragioni sufficienti per rischiare la vita solo per trovare scampo in Europa. Chi è affamato e vuole un pezzo di pane non è un parassita, e nemmeno un criminale. Rivendica il suo diritto umano alla vita. Cede al più semplice e spontaneo impulso proprio di ogni essere umano. Noi impediamo ogni giorno che degli esseri umani sopravvivano. Noi non cediamo al più semplice e spontaneo impulso umano di offrire la mano a chi lotta per la propria vita, ma a quello di dover pensare a proteggere noi stessi da chi cerca protezione da noi.
Due settimane fa centinaia di abitanti dell’Africa nera hanno provato a superare, con scale da loro stessi fabbricate, i blocchi di frontiera dell’enclave spagnola Ceuta, sulla costa marocchina. Un paio di profughi ce l’ha fatta, cinque sono morti, tra cui un lattante. Dozzine di profughi sono rimasti a terra seriamente feriti su uno o sull’altro lato della frontiera. Gli africani affermano concordi che uno dei morti è stato ammazzato di proposito dai militari di frontiera spagnoli. Ho raggiunto Ceuta la mattina dopo i fatti. Duecento metri prima della recinzione della frontiera ho visto soldati marocchini sul ciglio della strada, e tra di loro un gruppo di forse 20-25 neri sedevano per terra tutti ammassati. Gelavano. C’era una nebbia densa, e la maggior parte non indossava che calzoni corti e una t-shirt. Il comandante dei soldati è amichevole, ma dice che non può dare nessuna informazione e che non potrei nemmeno parlare con gli arrestati. Tuttavia mi permette di offrire loro delle sigarette, e intanto riesco a parlarci un po’. Ma quello che hanno da dire è poco più di «grazie». Quello che riesco a dire io è solo che prometto di scrivere della loro sorte. Cosa dovrei dire? Tutti i presenti sanno cosa succede ora. I neri vengono internati per un paio di giorni e poi abbandonati alla frontiera con l’Algeria, in mezzo al deserto, a 30 chilometri dalla località più vicina. Ritorneranno. I neri lo sanno, i soldati lo sanno, lo sa perfino il tassista con cui, proseguendo il viaggio, parlo dei “poveri cani”. Ritorneranno. Anche l’Europa dovrebbe saperlo: ritorneranno. Anche se il filo spinato verrà tirato su ancora di più: ritorneranno. Anche se l’Europa sparerà loro: ritorneranno.
Le strutture di frontiera, a Ceuta, ricordano la frontiera interna tedesca di un tempo: due recinzioni di filo spinato, alte tre e sei metri, con in mezzo una strada pattugliata dalle jeep della Guardia Civil. Ovviamente torre di vedetta, videocamere, strumenti per l’avvistamento notturno. I neri sanno bene che non arrivano inosservati oltre la frontiera. Provano ad assaltare contemporaneamente le recinzioni, e sono così tanti da impegnare tutte le polizie di frontiera. Quando 500 persone si avventano sulle recinzioni con le loro scale, in 50 ce la fanno – questo è il calcolo. Ogni volta ne muoiono un paio, ad ogni assalto gli altri vengono deportati nel deserto tra il Marocco e l’Algeria, per ricominciare ancora da capo e bussare di nuovo alle porte d’Europa, o per meglio dire: per provare a sfondare le porte. Chi ha visto il sangue sulle recinzioni di filo spinato non vorrà mai più usare l’espressione “asilo economico”.
A Tangeri ho parlato con molti neri. Non li si incontra più negli alberghi, pochissimo per strada. Da quando l’Unione Europea ha intensificato la collaborazione con il Marocco, è la polizia marocchina a procedere contro gli immigrati illegali. Chi è preso senza documenti viene deportato nel deserto. Per fortuna le autorità non sono ancora particolarmente coerenti. Per lo più fanno finta di non vedere.

Aspettando Godot, all’inferno

Adesso i neri vivono soprattutto in campi fuori dalla città e davanti all’enclave spagnola, nel bosco, senza nessuna assistenza, senza servizi sanitari, sotto tende di plastica o sotto il cielo aperto. Per paura dei bianchi, spesso non fanno entrare nel campo nemmeno “Medici senza frontiere”. Molti altri neri si sono immersi nelle periferie di Tangeri o nelle case private della città vecchia, in stanze in cui stanno rannicchiati in quattro, otto, venti, per quanto ho potuto vedere senza corrente e con delle buche al posto delle toilette. Ogni volta che è possibile provano a raggiungere la strada, di solito non alla luce del giorno, per non incontrare poliziotti. Mi sono seduto vicino insieme a Osman, Stephen, Osahan e Caesar. Osman ha acceso una candela e mi ha mostrato il quaderno in cui si era segnato le tappe della sua odissea, soprattutto le settimane nel deserto, dopo che i marocchini lo avevano deportato. Ognuno di loro era stato deportato nel deserto almeno una volta. Non riesco a immaginare come si possa essere abbandonati lì, anche se i miei ospiti ne parlano a lungo. Suona quasi come se facesse parte del loro lavoro, andare di tanto in tanto con un camion nel deserto e venire cacciati nel mezzo di un nessun luogo. La maggior parte ha vissuto già due-tre anni in Marocco. Quando abitavano ancora nelle pensioni non andava tanto male, dicono. Adesso tutti i giorni aspettano tra le coperte, se hanno le batterie ascoltano musica africana da un mangianastri, e hanno gli occhi persi nel buio. Talvolta accendono una candela.
Nessuno, tra i turisti europei che ogni giorno passano da soli o in gruppo per la casa di Osman, Stephan, Osahan e Caesar, ha potuto sospettare che dietro il muro d’argilla al primo piano venga recitato Beckett, una rappresentazione però senza pausa, senza fine e senza luce: Aspettando Godot. Nessuno può aver sospettato: Godot, lo siamo noi stessi.
Ci sono rappresentazioni occasionali di Aspettando Godot che vengono recitate in scenografie realistiche. Per quanto abbia visto messe in scena simili, non mi hanno mai soddisfatto. Per me i drammi di Beckett sono sempre appartenuti a un interregno, a un regno tra cielo e terra. A Tangeri ho scoperto che Aspettando Godot può essere allestito molto bene anche all’inferno. Ma purtroppo solo noi non sappiamo vederlo. La scena non ha luce.
Un ex ministro degli interni olandese, davanti a dei pastori che hanno offerto asilo in chiesa ai profughi, ha parlato letteralmente di un “eccesso di amore verso il prossimo”. Vorrei raccontare un’ultima storia, quella dei cananei che pregano Gesù di aiutare un loro figlio (Mt. 15,21-28). Gesù si rifiuta, perché la sua missione si limita a quanti appartengono alla casa d’Israele. Sa che la donna cananea resterà a mani vuote, ma non può farci niente. Dice che non può aiutare suo figlio. La donna non smette di implorare l’aiuto di Gesù, ma Gesù risponde invece con il riferimento “anzitutto al proprio popolo”. Alla fine però la donna s’impone, perché non vuole l’intero pane, ma solo le briciole. Gesù è profondamente impressionato dalla sua fede: «Ti accada ciò che vuoi». E accadde una seconda moltiplicazione dei pani, e questa volta non per Israele, ma per tutti i popoli.
L’Europa è una terra favolosa per gli europei. Per quanto siano gravosi i suoi problemi sociali e politici, mai nella storia di questo continente si è vissuto in modo più pacifico e tollerante. È molto, e lo dimentichiamo troppo spesso. Ma non è abbastanza. Solo se l’Europa è umana con quelli che non appartengono all’Europa essa è “il regno sopranazionale dell’umanesimo”, in cui Stefan Zweig credeva come in un Vangelo.

(traduzione di Daniele Castellani Perelli)

© Navid Kermani. L’articolo è uscito sulla «Süddeutsche Zeitung» il 15-16 ottobre 2005.


 

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