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295 - 10.03.06


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Spielberg, violenza e paura

Alessandro Russo



Monaco 1972, la delegazione olimpica israeliana dopo un sequestro durato ventuno ore è massacrata da un gruppo terroristico palestinese. Si tratta di un nucleo armato che si è dato il nome di Settembre nero, nato dopo l’espulsione dell’Olp dalla Giordania nel settembre del 1970.
Con le immagini di questa tragedia, trasmesse in diretta dalle tv di tutto il mondo ha inizio quest’ultima fatica del prolifico Spielberg. Un film nato quasi in segretezza, discusso ancor prima che fosse proiettato e ora nella rosa degli Oscar con cinque nomination. Frammenti di memoria che ritornano in immagini interrotte che con evidenza hanno ossessionato il regista ora diventano, sulla pellicola, l’ossessione del protagonista, in ripetuti flash back, e leit motif della violenza. Avner, giovane ufficiale dell’esercito è incaricato dal Mossad, i servizi segreti israeliani, di giustiziare i presunti responsabili del massacro insieme a un gruppo scelto di uomini provenienti da esperienze e paesi diversi.

Lo scenario è quello di una fitta trama di violenza, una guerriglia che esplode continuamente nel mondo. La sceneggiatura del premio Pulitzer Tony Kushner è ispirata a Vengeance, libro inchiesta del giornalista canadese George Jonas sull’operazione denominata “Ira di Dio”, condotta dai servizi segreti israeliani all’indomani delle esecuzioni di Monaco. Spielberg ha girato in quattordici paesi differenti per ricostruire le strategie della guerra solitaria di questo gruppo di uomini. L’effetto è destabilizzante: Ginevra, Francoforte, Roma, Parigi, Londra. Il tour del massacro viaggia per l’Europa soprattutto, ma anche per il Medio Oriente. E poi gli Stati Uniti, dove Avner rifugia con la famiglia, uomo del nulla, senza documenti né più cittadinanza. Spielberg affonda nelle radici del terrorismo e della guerra globale, tentando di rintracciare un anello della catena dell’odio. Mostra come quelle trame, segrete da più di trent’anni (c’è chi parla di fantapolitica), non siano altro che una linea di sangue che costantemente minaccia la sicurezza anche di questi. Descrive gli equilibri, le ingerenze politiche e soprattutto, nella fiction come nella realtà, la cancellazione del territorio, ridotto a luogo dell’azione. Più che un’eccellente prova di regia quella di Munich sembra essere la prova di un regista che si fa scoprire nuovamente, un’opera in cui oltre all’intelligenza si è versata l’anima di Spielberg. L’intreccio di spy story e action movie ha pochi precedenti nell’intensità, dovuta all’evidente partecipazione emotiva.

Spielberg emerge dall’esperienza come un esule della terra dalle certezze. Esule come i personaggi del racconto, provenienti da diversi continenti, che si ritrovano l’uno a fianco dell’altro per la terra di Israele. Molti gli argomenti che il soggetto introduce: la discriminazione tra gli ebrei che sono in Israele e quelli che vivono altrove, il dovere cieco e indiscusso, la devozione a uno Stato che sacrifica l’umanità dei cittadini per garantirsi un’esistenza. Motivi che nella sceneggiatura tornano, in una doppia rappresentazione delle dinamiche emotive del personaggio, nei genitori di Avner: una madre che parla con le parole di un generale, e la memoria di un sacrificio paterno. Il fatto che il cast conti tra interpreti e tecnici un buon numero di attori di origini semite non pare una coincidenza, sembra piuttosto una volontà, quasi che il regista abbia voluto fare della sua voce un coro. C’è da chiedersi cosa rimanga del magnifico ed eroico pietismo di Schindler, del coraggio o dell’ingenuità di chi in un campo di carne riesce a scorgere una speranza, perché in Munich speranze non ce ne sono. Deporre le armi. Unica risposta, quella che mai viene data, al climax di domande che il protagonista si pone nel suo cieco cammino. A Eric Bana si addice questo ruolo in ombra, e convince soprattutto nella capacità di esasperare il personaggio e la sua missione da kamikaze dell’umano.

E’ una posizione che appare forte quella di Spielberg, soprattutto nella rinuncia a delineare l’eroe di questa storia. Qualche indizio della caduta del mito del protagonista vincitore si poteva già rintracciare in La guerra dei mondi, successo dello scorso anno per cui ha guadagnato altre tre nomination, quando Tom Cruise era schiacciato più che dall’extraterrestre, dall’incubo dell’impossibilità di agire contro una forza indomabile, sovraumana. E’ una frana simbolica, pari al montaggio parallelo della scena in cui Avner e la moglie sono a letto insieme, giudicata da una buona parte della critica farraginosa, ma che rivela, nella sua brutale ingenuità, la difficoltà dello stesso Steven Spielberg rispetto alla messa in scena di sentimenti complessi e poco definibili. Ma non è questa l’unica frana in Munich, un film che segna una frattura e pare volontariamente irrisolto, che rompe il destino dell’appartenenza a una religione o a un popolo come la prassi che vuole incatenare un’opera a un genere cinematografico o un regista a un solo modo di fare cinema. Se Spielberg trema non si può rimanere indifferenti.

 

 

 

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