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295 - 10.03.06


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La memoria viva delle foibe

Valentina Guiducci



Avere memoria, riconoscere la propria storia e il proprio dolore, vuol dire riconoscere il dolore degli altri. E fare questo significa poter guardare con fiducia al futuro, costruirlo insieme. Solo guardando al passato in modo aperto, solidale, con un approccio di ricerca storica che non permetta di dimenticare nulla, nemmeno i momenti oscuri, è possibile celebrare il ricordo. La storia deve essere questa capacità di dare voce alla vera storia, quella degli uomini che soffrirono, operarono e persero la vita o furono costretti all’esilio; non può essere quella che fissa nel tempo il ricordo, che si ferma al semplice dato storico accettato per legge, ma è quella che riconosce alla storia degli uomini il suo carattere indefinito, dove “tutto è sempre messo in discussione e dove non esistono punti ideologici d’arrivo”, come sottolinea lo storico Giuseppe Parlato, Preside della facoltà di Lingue e Letterature Straniere all’Università S. Pio V di Roma, presente alla cerimonia in Campidoglio per il Giorno del ricordo delle vittime delle foibe.

Nella ricerca e nella ricostruzione storica risiede oggi la chiave per la comprensione profonda di quanto è accaduto, ma anche il motivo del successo di una giornata che ha trovato d’accordo tutte le forze politiche. Secondo il pensiero dello storico, la storia di quegli anni non deve più essere condizionata dalla politica, strumentalizzare significherebbe inesorabilmente passare sopra le vite e il sacrificio di molti uomini. Deve invece riscattare la sua funzione pedagogica, utile oggi a costruire delle solide basi di civiltà tra i popoli. Una vera e propria “pedagogia civile”, come l’ha chiamata il Sindaco Veltroni.

Il modo migliore per non tradire la storia, per sapere e per distinguere, è fare in modo che nessun luogo, nessun evento venga dimenticato o sottaciuto. Per decenni questo drammatico pezzo di storia si è tradotto in silenzio. E se da una parte è visibile l’azione svolta da chi è a capo delle istituzioni, pensiamo alla recentissima approvazione in sede legislativa delle norme per l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei connazionali residenti nelle Repubbliche di Croazia e di Slovenia e dei loro discendenti, portata a segno lo scorso 9 febbraio, dall’altra, come dice il Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, “il virus della tolleranza è difficile da trasmettere, e far girare”. Allora occorre vigilare. Occorre non cadere nella facile liturgia, soprattutto per uno Stato come l’Italia, la patria delle ricorrenze e delle celebrazioni. La memoria viva, modificabile nel tempo perché capace di ingrandirsi di nuove scoperte e testimonianze, può forse immunizzare dal virus dell’intolleranza. Comunque sembra essere il vaccino più potente, ad oggi. La conoscenza e la celebrazione del ricordo se non altro mantiene lontano quel odio ideologico che si manifesta come il più grande pericolo per la civile convivenza di popoli tanto lontani ideologicamente e culturalmente, ma spesso molto vicini sulle carte.

Le Foibe hanno aiutato una vecchia paura dell’uomo a venire allo scoperto, alla luce chiara della coscienza collettiva dei giorni nostri, ed è la paura dell’altro da sé. Una paura da sempre avvertita dagli uomini, secondo la quale nell’altro da sé dimora il pericolo da eliminare, il nemico da sconfiggere e annientare. E non è una prerogativa di tempi passati questa.
L’integrazione europea dei valori culturali e sociali è una strada imprescindibile per Guido Brazzoduro, Presidente dell’Associazione degli Esuli, se si vogliono davvero far valere “i principi di giustizia, verità, cultura e tradizione come vero fondamento del vivere civile e della convivenza tra i popoli”. L’obiettivo deve essere quello di allontanare gli interessi di parte, che siano economici o meno, per creare delle solide basi per una civile convivenza dei differenti popoli. E’ importante innanzitutto mettere in guardia da accesi nazionalismi. Le foibe ce lo ricorderanno sempre.

 


 

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